“Il futuro è l’artigianato: il lavoro non si cerca, si crea”
L’uovo di Colombo per la crescita italiana è l’artigianato. Oltre a rappresentare una grande risorsa
Il futuro è artigiano. Lo profetizzava Philip K. Dick nelle sue opere visionarie, dove spesso il protagonista era una sorta di artigiano, abilissimo nel costruire o riparare le cose. Lo scrive oggi Stefano Micelli. Veneziano doc, docente di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari, e autore di un libro, Futuro artigiano (Marsilio), che ha riscosso l’interesse di tutto il mondo produttivo italiano. Nonché successo tra il grande pubblico.
Le tesi di Micelli sembrano l’uovo di Colombo: il lavoro artigiano è una delle cifre della cultura e dell’economia italiana; se si tornasse a scommettere su di esso, contaminandolo con i “nuovi saperi” tecnologici e aprendolo alla globalizzazione, l’Italia si ritroverebbe tra le mani un formidabile strumento di crescita e innovazione. Come dimostrano alcune delle più dinamiche imprese italiane (da Geox a Zamperla, da Gucci a Valcucine) il “saper fare” rimane un ingrediente indispensabile per l’intero manifatturiero italiano. Che, alla fine, è uno dei pochi settori vitali della nostra economia.
«Parliamo sempre di trasferimento tecnologico – dice Micelli – ma bisognerebbe parlare di osmosi. Osmosi tecnica e tecnologica. Cioè mescolare le abilità artigianali con le competenze industriali; le capacità dei tecnologi e dei manager con quelle, straordinarie, dei tecnici e degli artigiani».
Quella di Micelli potrebbe sembrare una provocazione nostalgica, quasi passatista. In realtà c’è una buona dose di pragmatismo, nella sua riflessione. Non a caso, nel paese innovatore per antonomasia, cioè gli Stati Uniti, la causa dei “makers”, di coloro che si fanno le cose da soli, sta guadagnando sempre più consensi. Per tanti motivi. Ad esempio, per sfuggire alle logiche impersonali della produzione di massa. O perché manutenere è meglio che riciclare; riparare un oggetto che non funziona è spesso un gesto più ecologico che comprarne uno nuovo. Con buona pace dei diktat consumisti.
E poi il lavoro artigianale non restituisce dignità solo alle cose; anche alle persone. Nelle prime pagine del suo libro, Micelli cita la parabola di Matthew Crawford. Laureato in fisica, PhD in filosofia politica, Crawford finisce presto in un noto think tank conservatore. Un lavoro ben retribuito, importante. Ma che non lo appaga. E così, pochi mesi dopo, molla tutto e apre a Richmond (Virginia), un’officina di riparazioni, la Shockoe Moto. Qui aggiusta vecchie motociclette: un lavoro che magari non fa arricchire, ma rende orgogliosi e gratificati.
Riscoprire il “saper fare”. Ben consapevoli però della globalizzazione e dei “nuovi saperi.” In un Paese come l’Italia, famoso per i suoi prodotti di qualità, e dove la disoccupazione giovanile è altissima ma scarseggiano carpentieri, fornai, sarti e scalpellini, non sembra una cattiva idea.
Professore, il titolo del suo libro suona provocatorio. Oggi tutti parlano di economia della conoscenza, e lei tesse le lodi dell’artigianato.
Nel mio libro ho provato a ribaltare una prospettiva, una visione ormai radicata. Noi siamo vittime di un concetto, quello di “economia della conoscenza”, che si fonda su un assunto quasi ideologico: cioè che solo la conoscenza formalizzata è rilevante, ed essa non ha a che fare né con la tradizione né con la manualità. Abbiamo abbracciato il presupposto in base al quale l’unica conoscenza economicamente rilevante è quella scientifica, di tipo generale-astratto. Il nostro presupposto, il Canone occidentale contemporaneo, è questo. Pensi solo al testo L’economia delle nazioni di Robert Reich, e alla sua influenza sulla mia generazione.
Lei lo cita, nel suo libro. «Vent’anni fa Robert Reich […] metteva a fuoco la figura degli analisti simbolici come pivot di una tecnocrazia capace di imporre il proprio ruolo a livello globale. Gli analisti simbolici […] che, di mestiere, “individuano e risolvono i problemi e fanno opera di intermediazione mediante l’elaborazione intellettuale di simboli”».
Robert Reich sosteneva che il futuro sarebbe appartenuto ai cosiddetti analisti simbolici. Gli analisti simbolici sono i consulenti finanziari, i trader, gli intermediari immobiliari e così via. E tutto il mondo gli ha creduto, dando credito a chi si limita a lavorare con PowerPoint dietro lo schermo di un computer. Questa idea oggi è in crisi negli Stati Uniti. Ed è in crisi in tutto il mondo.
Torniamo all’Italia. Cosa c’entra il cosiddetto “quarto capitalismo”, nuova gloria della nostra economia, con gli artigiani?
Oggi, in Italia, si parla tanto di multinazionali tascabili. Ebbene, io ho voluto capire cosa ha fatto e cosa fa la ricchezza di queste medie imprese. Ho preso in considerazione, ad esempio, il settore del lusso. Qui è significativo il passaggio dall’idea di moda, di fashion, a quella di patrimonio culturale, l’heritage. Con il termine heritage le case di moda indicano tutto quello che ha a che fare con il contenuto culturale di un prodotto e con il suo retaggio simbolico. Oggi, se lei entra in un negozio di Gucci può vedere un video con degli artigiani al lavoro su una borsa. È una cosa incredibile: quella borsa vale migliaia di euro, e Gucci mostra come la si realizza. Stiamo parlando di uno dei principali marchi del Made in Italy e di un’azienda con un fatturato di tre miliardi di euro! Deve far riflettere che l’imprenditore francese François-Henri Pinault abbia costruito un’intera strategia su questo.
Sull’artigianalità?
Assolutamente. Pensi a Bottega Veneta. Quando l’ha comprata Pinault, una decina di anni fa, fatturava una trentina milioni di euro. Adesso fattura oltre mezzo miliardo. Tutto scommettendo sull’artigianalità.
Però si tratta di lusso. E il lusso non è il classico settore industriale. In altri campi, ad esempio quello delle macchine utensili, la musica sarà diversa.
Per scrivere il mio libro ho analizzato una serie di casi, cercando di capire come nascano queste macchine, e anche lì ho scoperto delle cose ai più ignote. Si dovrebbe vedere quanta artigianalità c’è ancora nella realizzazione delle macchine utensili. Quanto sia alto il grado di personalizzazione, il livello di “fatto su misura per te”.
Stiamo parlando di pmi o anche di realtà più grandi?
Prendiamo Geox, che è leader nel lifestyle casual. Geox ha decine di artigiani che fanno i modellisti. Una delle forze di Geox è aver internalizzato competenze straordinarie, che una volta erano disseminate nei distretti, e che loro hanno portato in house. Uniscono il meglio delle tecnologie e il meglio dell’artigianato per produrre prototipi che poi vengono industrializzati in giro per il mondo.
Oppure prendiamo un caso dalla provincia di Vicenza, Zamperla. Zamperla è un mix di high tech e artigianalità: in una sala c’è solo tecnologia, computer con i software per calcolare le spinte centrifughe e altro; poi entri nell’altra sala e ci si imbatte in un gigantesco laboratorio di artigiani che fanno pezzi unici. Gente che salda, carpentieri, pittori, decoratori…. Come in Geox, questa combinazione di ricerca scientifica ad alto livello e di manualità, ha dato ottimi risultati. Quando la città di New York ha offerto a Zamperla la possibilità di costruire il luna-park di Coney Island, le ha dato appena 100 giorni di tempo per completare tutto, e loro hanno potuto fare una cosa del genere solo perché dominano un saper fare unico.
Combinare artigiano e alta tecnologia, insomma.
Noi abbiamo seguito acriticamente l’idea che esistesse una conoscenza astratta-scientifica che si traduceva automaticamente in valore economico. È più complicato di come pensavamo. C’è molta intelligenza nel fare, soprattutto quando i prodotti sono pensati per clienti con richieste specifiche o devono evolvere rapidamente nel tempo.
Insomma, rivalutare l’artigianato per poter essere più competitivi sui mercati globali.
Noi, figli dei dogmi di cui le ho appena detto, abbiamo sempre ripetuto il mantra “dobbiamo investire in ricerca”, considerando invece l’artigianato e le professioni manuali come un retaggio del passato. Se si inizia a ragionare diversamente e a vedere nell’artigianato una risorsa, si ottiene di colpo un acceleratore di innovazione di cui non si riesce nemmeno a immaginare la portata. Anziché giocare alla guerra dei mondi, pensi a cosa si potrebbe fare combinando gli artigiani della meccanica, o della moda, o del vetro, e abbinandoli a un ingegnere, a un esperto di comunicazioni.
Combinare il sapere non formalizzato con quello formalizzato e accademico.
Io, che insegno a Ca’ Foscari, ci ho provato con i miei studenti. Ho fatto sette gruppi da cinque ragazzi; ciascun gruppo ha lavorato con un’azienda per sperimentare modi nuovi di valorizzare il saper fare artigiano. Aziende apparentemente low tech, che fanno biscotti, biciclette, o divani. Prima di tutto ho dovuto far capire ai ragazzi che non stavano studiando un caso di folklore, ma che dovevano scoprire una miniera di sapere con il compito di realizzare dei piani di crescita rapida. In questa iniziativa ho coinvolto banche, esperti di relazioni pubbliche, l’ICE.
Mi scusi, ma i suoi studenti come l’hanno presa?
E i ragazzi ne sono rimasti entusiasti. Molti di loro non avevano neanche mai preso in considerazione un’idea del genere.
Bisogna far riscoprire agli italiani, anche ai più giovani, il lavoro manuale dunque.
Se si riuscisse a riconciliare gli italiani con il lavoro manuale sarebbe un sollievo: questa concezione manichea, che ha separato il sapere manuale da quello accademico e scientifico, è stato un errore madornale.
Una cosa non esclude l’altra, però: posso puntare sia sulle nuove tecnologie, sia sulla tradizione.
Certo, può. Però se vediamo quali sono i prodotti che vendiamo nel mondo, notiamo che non esportiamo biotech o nanotech, ma la meccanica, la componentistica, gli abiti di alta sartoria, l’agroalimentare, (un po’ meno) il design. Un giorno, forse, venderemo anche le nanotecnologie, ma stiamo parlando di un orizzonte di lungo termine. La crisi ci impone di rimettere in moto la macchina economica in tempi brevi.
Lei dunque dice: valorizziamo ciò che abbiamo.
Valorizziamolo nel senso economico e culturale del termine. Negli ultimi dieci anni, il numero dei cosiddetti creativi si è centuplicato. Da quando Richard Florida ha scritto della classe dei creativi e delle 3 T (tecnologia, tolleranza e talento), tutti hanno voluto fare i creativi. Mentre il numero degli artigiani è rimasto lo stesso, o è addirittura calato. Quello che deve fare la nostra economia è ragionare proprio sulla saldatura tra il secondario e terziario, tra servizi e industria. Avere tante fabbrichette ormai serve a poco: molto più utile combinare le competenze artigianali di cui ancora disponiamo con quelle degli ingegneri, dei ricercatori, dei medici, degli esperti di comunicazione. Un cocktail così può generare l’inverosimile, a condizione che la nostra cultura riconosca il saper fare come un vero sapere.
Ecco, di nuovo, saltar fuori il titolo del suo libro: futuro artigiano.
C’è un aneddoto rivelatore. Quando Ettore Sottsass, celebre designer italiano, è andato alla Nasa, e gli hanno fatto vedere le componenti delle capsule spaziali, lui, colpito, ha commentato: «Questo posto è pieno di artigiani». L’aneddoto è divertente perché fa capire come l’high tech che servì a mandare l’uomo sulla Luna fosse in realtà tutto “fatto su misura.” Noi crediamo sempre che sia la scienza l’unico modo per risolvere i problemi. Dietro a molta scienza e sperimentazione c’è invece una capacità di fare che magari facciamo difficoltà a formalizzare, ma che rappresenta una risorsa straordinaria per l’innovazione.
I giovani non fanno gli artigiani anche perché spesso sognano di lavorare come dipendenti, pubblici o privati. C’è, secondo lei, una mancanza di cultura del rischio tra i giovani?
È paradossale, ma tutta la discussione sulla meritocrazia negli ultimi anni non ha aiutato la cultura del rischio. È paradossale perché oggi molti dei nostri migliori studenti, proprio in virtù del fatto che hanno ottimi curricula, si aspettano che qualcuno li assuma. Molti di loro si sono semplicemente adeguati a un percorso deciso da altri; lo studente rischia poco di suo. Oggi viviamo in una società che invece esige che l’imprenditore vada controcorrente, facendo cose diverse, scommettendo su quello che altri non fanno. Ecco perché trovo tutto quanto paradossale: da un lato coltiviamo una cultura della meritocrazia, e dall’altro ci aspettiamo che basti un buon curriculum scolastico per farcela. Un film come The Social Network ha forse cambiato un po’ la percezione. Colpisce, nel film, la frase del rettore di Harvard: «Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che trovarne uno».

Comments
Essendo il tema del lavoro e del futuro dei giovani, tra i temi cruciali per il rinnovamento del nostro paese
ritengo ovvio che vi siano pareri discordi legati essenzialmente a esperienze personali. Il docente ed i suoi studenti devono necessariamente prendere in esame una casistica diciamo così selezionata.
Tuttavia pur condividendo l'idea di fondo del valore della creatività dell'artigianato italiano e della necessità di coniugarlo con altri e più attuali saperi e competenze provenienti da settori anche non affini, occorrerebbe a completamento fare una valutazione a consuntivo di quante aziende artigiane sono state costrette a chiudere o a ridurre drasticamente personale e attività a causa di politiche scarsamente incentivanti verso l'apprendimento di quelle forme artigianali più legate al territorio. Ecco allora sparire chi lavora la pietra, l'argilla o chi era in grado di usare fibre vegetali o piante per realizzare oggetti o tessuti.
A questo va aggiunto che la concorrenza cinese scarsamente controllata ha ulteriormente debilitato alcuni settori artigianali prima fiorenti ma che non hanno saputo controbattere come fanno da sempre le aziende del settore tecnologico.Non è un caso che la Richard Ginori grande marchio dell'artigianato sia finita in liquidazione. Quindi le idee sono interessanti ma per concludere non basta solo creare un sito web per promuovere ad esempio dei tavoli intarsiati se poi non ho chi risponde alle mail in lingua inglese e non ho chi magari ad una fiera tedesca sia in grado di proporre accordi commerciali avendo pronti modelli di contratto e un catalogo adeguato da mostrare e fornire e poi aggiornare con offerte e novità. Come dire che ci sarebbe lavoro per tanti giovani se solo chi compila leggi e fornisce finanziamenti avesse in mente dove far andare questo nostro povero paese dove centinaia festeggiano anche solo per un rinnovo trimestrale di un contratto a progetto come promotori telefonici.
Auguri
io ho 33 anni, mi costruivo i giocattoli che vedevo in tv insieme a mio fratello fin dall'età di 8 anni....
lavoro il vetro e altri materiali da vent'anni....ho abbandonato gli studi perchè convinta che questo era quello che volevo fare ma.... delle mie competenze e della mia esperienza a pochi importa e ora mi ritrovo a cercare un lavoro qualsiasi.....
Artigianato, bella opportunita per il futuro!
Mi pare un'accozzaglia di finte idee messe lì a caso.
1) Il futuro è l'artigianato. Ce lo dice un PROFESSORE di economia. Iniziamo bene...
2) Ultimo capoverso "E' paradossale che i giovani sognino di lavorare come dipendenti pubblici o privati". Quattordicesimo capoverso, parafrasato: ho mandato i 7 gruppi di 5 ragazzi a "lavorare" come dipendenti di diverse aziende.
3) Ci vuole ritorno alla manualità, ma allo stesso tempo bisogna integrare vecchio artigianato con nuove tecnologie. In più devi fondarti l'azienda. In pratica ti serve solo: saper lavorare qualche materiale (cuoio, metallo o altro), saper usare il software di disegno industriale, saperti creare il sito web per promuoverlo, viaggiare per fare il commerciale, saper fare il pubblicitario, saper fare il ragioniere. Inoltre devi avere già un capitale iniziale per fondare la tua azienda.
4) Una tesi e un esempio che non c'entra nulla. Tesi: "bisogna darsi al lavoro artigianale e integrarlo con la tecnologia". Esempio: Marc Zuckerberg e Facebook, un'azienda che non ha assolutamente nulla di artigianale, e che è nata da competenze di tipo accademico (la programmazione). Facebook è un servizio, non un prodotto artigianale. Facebook è proprio ciò che l'articolo ha criticato per tutto il tempo. E ovviamente te lo portano ad esempio di "imprenditoria".
Concordo
Ho messo in pratica da tempo tutto quanto riportato al punto 3 del precedente commento. Sono un veterano dell'artigianato,lavoro manualmente da sempre,utilizzo con disinvoltura software per la progettazione tridimensionale ed elettroutensili computerizzati e tradizionali per la lavorazione del legno,ho realizzato il sito della mia azienda e pubblicizzo i miei prodotti. Tutto questo non è sufficente in un paese dove l'artigiano non ha diritti ma solo doveri.
Stati Uniti Marc Zuckerberg e Facebook nulla a che vedere con l'artigianato Italiano,oltr'oceano c'è tutt'altra mentalità in fatto di opportunità e diritti soprattutto.
Più semplicemente come scrive Giovanni Costa nel suo libro "La sindrome del turione", l'Italia non è degna della grandezza del Made in Italy.
Vorrei tanto che il nostro futuro possa riprendersi come leggo nei vostri commenti, purtroppo per iniziare ci vogliono soldi e in questi tempi é difficile averli anche per mangiare, tanti in bocca al lupo a tutti
Allora esistiamo!Guardarci semplicemente intorno e scoprire che c'è un mondo incredibile,una natura meravigliosa che è ricca di suggerimenti e che se solo riuscissimo a tradurli,magari con l'aiuto di grafici e esperti di comunicazione non ci ferma più nessuno!
Io ci credo e lo vivo tutti i giorni quando lavoro nell'orto con i miei operai speciali:zio Pasquale-86 anni,zio Antonio-78 anni,Anna-67 anni...una poesia,una miniera di antichi saperi che documento e "utilizzerò"per vendere i miei prodotti.O quando porto le mie albicocche per farle diventare marmellate e lì,i miei operai sono ancora più speciali:persone con problemi psichiatrici e, le loro facce,i loro gesti hanno un sapore di riscatto e di voglia di integrazione...Tutto questo"userò"per la mia Impresa...vi farò sapere come andrà quest'avventura...
Grazie Antonella, le tue parole splendono!! :)
Passa sul mio sito che ti regalo una filastrocca!
filastrocchesumisura.blogspot.it
Un abbraccio,
Andrea
sì grazie, ci tenga aggiornati e buon lavoro
Sono artigiano. Lavoro ferrro acciaio ottone rame e alluminio. mi modifico da solo le maccine utensili per creare tecniche di lavorazione sempre diverse. In teoria sarei il protagonista dei discorsi del professore. E' un lavoro bellissimo e molto gratificante. Il problema è che bisogna fare i conti con la quotidianità, e la realtà è che se fai un prodotto anche bello ma non lo affianchi ad un marchio noto difficilmente riesci a venderlo. Siamo ancora legati alla mentalità del brand che quella della qualità e dell' unicità.
www.marcoripa.it
Siamo Artigiani. Lavoriamo il legno coniugando arte e design. I nostri pezzi sono unici e apprezzati. E' un lavoro bello ma sottoscrivo in pieno quanto afferma Marco circa la difficoltà di affermarsi sul mercato. Quanto al Professore è chiaro quanto i suoi discorsi siano lontani dalla realtà e propongano esempi assolutamente fuori contesto rispetto al concetto di artigianato, legato alla manualità e al saper far da sè.
belli i tuoi lavori! e complimenti per i titoli
se i giovani sognano di lavorare come dipendenti pubblici o privati allora possiamo anche estinguerci subito.
lavorare alle dipendenze oggi è in primis una necessità, perché per partire con un'attività propria, di grande o piccola misura che sia, bisogna avere le spalle coperte dai genitori. tutti parlano di finanziamenti, del si può fare questo o quest'altro, ma bisogna cimentarsi con la burocrazia, con i bandi, coi format di candidatura, con clausole e parametri molto ristretti e severi. bisogna in sostanza investire in analisi varie per presentare la propria richiesta di finanziamento e poi essere finanziati. la cultura del rischio funziona quando si hanno delle probabilità buone, non quando si sa obiettivamente di perdere: tra fare bungee jumping e buttarsi da un cornicione mi sembra ci sia una differenza sostanziale.
i giovani semmai sognano di avere un lavoro da dipendente, preferibilmente conforme alle proprie passioni o ai proprio studi, per continuare a crescere e per farsi un gruzzoletto da poter utilizzare per mettersi in proprio quando si sarà meno giovani. un sogno è una cosa grande e forse va visto più sulla lunga distanza.
(poi insomma, basta parlare dei giovani come di una categoria di inetti e smidollati)
Gli startupper sono artigiano x voi? Si, no, e perchè? è un tema di cui sto dibattendo in posti dove chi dice startupper sembra aver scoperto un tesoro - ma non è tutto oro ciò che luccica
A me sembrano considerazioni POST HOC, fallaci nel ragionamento . Ci sono persone che hanno successo nel fare quello che fanno, e poi arrivano gli esperti a "speigare", PER INDUZIONE, come fanno ad aver successo. Per quanto riguarda la CULTURA DEL RISCHIO (MI VIENE DA RIDERE!) abbiamo molto da imparare dalle BANCHE: SOCIALIZZANO LE PERDITE (cioe' rischiano, e se perdono paghiamo NOI TUTTI, mentre se hanno successo, INTASCANO I SOLDI SOLO LORO).
@ anonimo: non riesco a capire il suo punto di vista... cosa intende ?
In questo nuovo mondo senza frontiere, nel mercato artigianale ed artistico, il "focus" deve essere spostato dal prodotto all'artista; Il prodotto può essere fatto dappertutto, l'artista invece è unico.
Bisogna valorizzare il vero artigianato di qualità e far capire la differenza tra il comprare un manufatto
artistico e un prodotto qualsiasi.
«Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che trovarne uno».
Coincide con una affermazione di Konrad Lorenz pubblicata nel 1984, che riporto a memoria: "poichè gli scientisti si specializzano nell'occupare tutti i posti esistenti, agli scienziati non resta che inventarne di nuovi" !!!!!
Io ho 30 anni, contratto bancario a tempo indeterminato. Ma le mie mani scalpitano.
Il problema è dove formarsi?
Mio figlio da 10 anni ha un suo laboratorio ...fa l'artigiano e precisamente il liutaio. Ha fatto la scuola di liuteria (5 ANNI) e poi, a differenza di miolti suoi compagni di classe che sono andati a fare altro, a decio di intraprendere questa professione. Lavoro di grande sodifazione, che affascina la maggior parte della gente che ne viene a conoscenza....c'è pero' da dire che se mio figlio non avesse avuto costantemente i genitori al suo fianco a sponsorizzare pubblicità su giornali, web, riviste del settore,fiere e quant'altro non sarebbe riuscito di certo ad imporre il suo nome nel settore.Purtroppo in Italia sui settori dell'arte-artigianato non c'è alcun aiuto finanziario e se ti rivolgi alle banche ...si finito...non te la cavi piu'!
Quindi è vero che puo' essere un campo da rivalutare e che puo' "offrire lavoro" ma il ns. stato deve assolutamente cambiare le sue politiche!
Questo articolo fa riflettere..unire conoscenza astratta e sapere pratico, valorizzando l'esperienza. Credo sia proprio l'arma vincente! una bella sfida culturale!
scusami David, ma di quali ragazzini cinesi ? in compenso è vero che Geox e Zamperla danno lavoro a un sacco di artigiani preparati.
Gucci?! Ha ha ha!!!!! non fatemi ridere!!!!!
Ci ho lavorato per questa meravigliosa compagnia!!!! Gli artigiani di cui parla il giornalista sono ragazzini cinesi. Fantastico!! :D
Leggo con grande piacere delle esperienze, sono altrettanto convinto che un ritorno all'uso delle nostre genetiche, artigiane capacità sia solo un bene per il paese.
C'è domanda di capacita e competenze artigiane, enorme nelle grandi città soprattutto, vedasi elettricisti, idraulici, pittori, aggiusta-robe, tapparellisti eccetera. Prolificano i negoziati di piccola sartoria, rammendi, riparazioni, rimessa a modello sia per uomo sia per donna, potrei andare avanti nell'elenco.
Che manchi forse la il bisogno o/e la Voglia a tanti giovani?
Certo che lavorare con le proprie mani e le proprie capacità è faticoso anche fisicamente....se confrontato ad un impiego in una bella banca, o in un ufficio pubblico....MA i tempi cambiano molto molto più rapidamente.
Auguri e successo a chi si da da fare, è il futuro! (Chi fa da se fa per tre) è mai stato più vero.
Vorremmo apportare la nostra esperienza. Il nostro marketplace legato al mondo dell'artigianato e della creatività è attivo da pochissimi giorni e siamo subissati di richieste. Addirittura, la comunicazione dell'Hobby Show di Roma è appena stata pubblicata e le nostre classi sono quasi tutte piene. Il mondo dell'auto produzione e dell'artigianato si sta rimboccando le maniche e noi ne siamo entusiasti.
Per saperne di più e conoscere la nostra filosofia, visitate il nostro blog: www.ulaola.com/blog.
Vorremmo apportare la nostra esperienza. Il nostro marketplace creativo ha aperto da pochissimi giorni e siamo subissati di richieste, complice anche il lancio promozionale. Addirittura, la comunicazione per i workshop dell'Hobby Show di Roma è stata da poco pubblicata e le nostre classi sono quasi piene. Il mondo dell'auto-produzione e dell'artigianato si sta rimboccando le maniche e noi ne siamo entusiasti.
Venite pure a visitarci e capirete di cosa si tratta. Troverete un'anticipazione della nostra filosofia sul blog: ulaola.com/blog.
un piccolo esempio: alcuni ani fa ereditai da mia nonna alcune pentole in rame, malconce, ma ottime per cucinare, in particolare una aveva bisogno di essere ri-stagnata. Tramite amici e conoscenti riuscii a trovare ancora uno stagnino in valle sperduta sopra il lago di Como (Val Cavargna). Lo stagnino era amico del babbo di una amica, 75 anni buoni passati a stagnare pignatte in giro per le valli.
In questi giorni una seconda pentola ha bisogno dell'intervento di stagnatura, ma ormai, in Val Cavargna, l'artigiano non c'è più. Il negozio del centro di Milano che vende le pentole in rame non effettua il servizio (e menomale, visto che ti propone una più moderna pentola rame-acciaio: minimo 200 euro!). Ma in soccorso, insperato, viene internet e la pubblicità sulle pagine milanesi di Repubblica: con mia grande sorpresa c'è chi viene a prendere a domicilio le pentole, ha un telefono cellulare e un email.
Non ho ancora telefonato; ma ecco un artigiano vero che è tornato indietro (e, BTW, credo la piazza di Milano sia meglio dei paioli cavargnini).
Sono Luciano studente di economia, ho 23 anni e per studio vivo a Milano.
Ho ancora molto da imparare, e son sicuro che le nostre identità siano in stretto rapporto con il territorio nel quele viviamo e nel quale abbiamo vissuto. Credo che di debba imparare ad esser "curiosi" e a farci domande sulle cose che ci circondano; per questo motivo mi piace da sempre la campagna Marchigiana, dove son cresciuto.
La bellezza dei paesaggi, i piccoli laboratori di fabbri, calzolai, falegnami (e di quanti altri mestieri!) che si possono trovare nei vari borghi delle Marche, sono parte integrante della nostra cultura.
In un modo così "veloce" e "tecnologizzato" possiamo ancora ritrovare la nostra dimensione umana.
Non dimentichiamoci chi siamo !
Luciano
vorrei esprimere i miei complimenti per l'articolo,e vorrei dare un consiglio ai giovani.
io sono un artigiano,e quando ho incominciato a imparare il mio mestiere,a 15 anni,qualcuno credeva che fossi pazzo,20 anni fa era impensabile che un ragazzo andasse a imparare un mestiere e per alcuni anni ho pensato che avessi fatto una scelta sbagliata.
oggi che i tempi sono cambiati e col senno di poi vedendo tanti diplomati e laureati in cerca di un lavoro,mi sono convinto che comunque la scelta che ho fatto sbagliata non era, e mi sono reso conto che le soddisfazioni che mi da il mio mestiere sono tante, ma una in particolare:il non dipendere da nessuno,solo da me stesso!
venendo al dunque,il consiglio che vorrei dare ai giovani e' di impegnarsi nello studio,ma se e' possibile contemporaneamente lavorare part time presso qualche artigiano(un amico o parente ad esempio)cosi oltre a guadagnare qualche soldino,come si dice...impara l'arte e mettila da parte!
Una sfida da raccogliere e in cui non solo gli artigiani devono continuare a crederci ma tutto Il paese, cominciando a facilitare, liberare e costruire il terreno in cui le imprese e le persone possano crescere e non fuggire
Da studente del corso confermo l'entusiasmo nel FARE finalmente qualcosa di VERAMENTE INNOVATIVO e formativo. Ringrazio ancora per l'opportunità ricevuta!
Dibujo,hago trabajos manuales como ganchillo,y punto de dos agujas,espero que mis hijas aprendan,vero que el futuro está en la artesania.
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