Vi piace l’Aventino? Rilanciò il Fascismo
Il regime di Mussolini era appeso a un filo, dopo la brutale uccisione di Giacomo Matteotti. Le opposizioni, indecise a tutto, si accordarono solo su una cosa: disertare l’aula. Ne nacque una grande stagione culturale, ancora oggi ricordata. Ma il fascismo, che sembrava già al declino, ritrovò nuova linfa e ripartì. Oggi che tutti ne parlano, ripercorriamo quella storia: che presenta qualche analogia, e molte differenze assai profonde.
un ritratto di Giacomo Matteotti
«Ieri l'altro eravamo i vincitori senza quasi saperlo, e quello era il vinto e lo sapeva. Ieri si sono già rinfrancati». Parole che sembrano pronunciate oggi, e invece sono del giugno 1924: un passaggio di una lettera che Filippo Turati scrive ad Anna Kuliscioff. “Quello” – il vinto – è Benito Mussolini che sembrava destinato a cadere all'indomani del delitto Matteotti. Invece le opposizioni scelgono di ritirarsi dal Parlamento (in una riunione tenuta nella sala dell'Aventino, da cui il nome) per smascherare le velleità totalitarie del capo del governo. Ma – in base al principio che gli assenti hanno sempre torto – la manovra si rivela un flop e, in definitiva, spiana la strada alla dittatura. «Se infatti “l'Aventino” liberò forze nuove nel corpo intellettuale e politico, che diedero vita a una fra le stagioni più ricche della vita culturale e politica dell'Italia, nel suo vertice politico produsse, in gran parte, l'inconcludenza e la mediocrità della vecchia classe dirigente che aveva spianato la strada al fascismo», scrive la Storia d'Italia dell'Einaudi. Le opposizioni dell'epoca, in sostanza, sono inconcludenti e mediocri.
Il 10 giugno 1924 una squadraccia fascista agli ordini di Amerigo Dumini (già aveva malmenato il liberale Giovanni Amendola che morirà nel 1926 per le conseguenze del pestaggio) assale e uccide Giacomo Matteotti, il deputato socialista di Rovigo aveva denunciato alla Camera le violenze e i brogli elettorali messi in atto dai fascisti (il cadavere sarà ritrovato solo il 16 agosto). Il regime vacilla, sembra che abbia le ore contate, Mussolini reagisce blandamente, con un rimpasto di governo che sembra non portare da nessuna parte.
E invece a dargli una gran mano accorre l'opposizione: divisa e litigiosa, ognuno propone una cosa diversa e alla fine si ritroveranno d'accordo soltanto nel non andare in Parlamento. I comunisti vorrebbero lo sciopero generale, i socialisti no. Il socialista Tito Zaniboni e Carlo Sforza (aderirà al partito repubblicano) avevano addirittura proposto di occupare Palazzo Chigi e costringere Mussolini alle dimissioni. Ma Giovanni Amendola, leader dei liberali, è contrario a qualsiasi forma di azione diretta. Un altro liberale, in un primo tempo acquiescente col fascismo, Luigi Einaudi, ora si schiera, e dal Corriere della sera invita gli imprenditori a prendere una netta posizione contraria al governo (invece gli industriali preferiscono l'ordine mussoliniano alle piazze socialiste). I popolari sostengono con decisione l'iniziativa, ma i capi riconosciuti dell'Aventino saranno, in una sorta di lib-lab anteguerra, Amendola e Turati.
La riunione delle opposizioni è prevista alle 16 del 27 giugno in una sala di Montecitorio. Sono presenti in 130, arrivano da ogni angolo d'Italia. Presiede Filippo Turati e l'onorevole Morea fa la chiama. Scrive La Stampa del 28 giugno: «Pronuncia anche il nome dell'on. Matteotti. Una voce grida: “Presente!”. E un fremito corre per l'assemblea che unanime scatta in piedi ed applaude per parecchi minuti. L'on. Turati, che è molto commosso, annuisce col capo come per dire: si è presente. Molti hanno le lacrime agli occhi e nessuno riesce a dominare la propria commozione». Turati poco dopo pronuncerà le celeberrime parole: «Noi parliamo da quest'aula parlamentare mentre non v'è più un Parlamento. I soli eletti stanno nell'Aventino delle nostre coscienze, donde nessun adescamento li rimuoverà sinché il sole della libertà non albeggi, l'imperio della legge sia restituito, e cessi la rappresentanza del popolo di essere la beffa atroce a cui l'hanno ridotta».
Contrario, assolutamente, all'Aventino è Giovanni Giolitti. L'ex presidente del consiglio liberale considera la secessione «uno sbaglio, un tradimento e in ultima analisi un atto di viltà», scrive Renzo De Felice in Mussolini il fascista. Lo storico riassume così il pensiero dello statista: «Se i deputati dell'Aventino fossero rimasti nell'aula a compiere fieramente il loro ufficio, sarebbero stati certamente inevitabili e prossimi incidenti gravissimi, e probabilmente le rivoltelle avrebbero sostituito le votazioni, data la tensione degli spiriti e la drammaticità del momento; ma si sarebbe così determinata e affrettata quella crisi che avrebbe probabilmente risolto la situazione». Il giudizio politico di Giolitti è sarcastico: «L'onorevole Mussolini ha tutte le fortune politiche: a me l'opposizione ha sempre dato fastidi e travagli, con lui se ne va e gli lascia libero il campo».
L'Aventino, «alla possibilità di un “compromesso” con una parte della maggioranza», scrive ancora Renzo De Felice, «preferì continuare nella propria protesta morale – tanto nobile quanto sterile politicamente – e nella ingenua convinzione che la chiave di tutto fossero la denuncia dei crimini fascisti e il processo ai responsabili immediati e ai mandanti del delitto Matteotti». In sostanza De Felice afferma che gli aventiniani volevano privilegiare la via giudiziaria rispetto a quella politica.
Né si creda che a determinare l'esito di quella che veniva chiamata “questione morale” sia stata la stampa. La stragrande maggioranza dei giornali – Gaetano Salvemini calcola in proporzione di dieci a uno – e tutte le testate più prestigiose sono schierati su posizioni antifasciste, ma questo non cambia di una virgola la capacità di affermarsi del regime fascista. E proprio nell'estate dell'Aventino arriva il decreto che mette il bavaglio alla stampa.

Comments
Semi-anarebus satirico! Invece che "l'Aventino delle coscienze" questo andrebbe chiamato a ragione "l'Aventino delle INCOSCIENZE"...
http://www.linkiesta.it/blogs/neverland-sogni-giochi-realta/semi-anarebu...
Ma chi è quel genio che ha pensato che l'Aventino fosse una buona idea?
Fu una PESSIMA idea durante il fascismo, che gli consegnò definitivamente il potere!
Come si può essere così stupidi o presuntuosi nella propria ignoranza storica?
Bellissimo articolo...ma non centra niente con la situazione attuale...:-)
Articolo pregevole ed in toto condivisibile. Il valore morale della protesta è indiscutibile, ma storicamente il valore della rappresentanza parlamentare è dato anche e soprattutto dalla presenza FISICA. Ed in questo le attuali opposizioni hanno di 'morale' ben poco di cui vantarsi, stando al rapporto di Openpolis: http://blog.openpolis.it/2011/10/03/pubblicato-il-rapporto-lopposizione-....
Esistono indubitabilmente enormi differenze rispetto all'estate ed all'autunno del 1924, ma ignorare la lezione che in quel caso la Storia ha dato sarebbe quantomeno imprudente; come giustamente fatto notare dall'autore dell'articolo, fu proprio durante l'estate aventiniana che fu approvato il decreto legge che castrava il diritto di stampa. E fu in quel periodo, un periodo per Mussolini fortemente travagliato e potenzialmene fatale, che le discordie delle cento anime di un'opposizione (in cui erano tuttavia presenti figure politiche eccelse) mai veramente unita resero possibile alla tirannide mussoliniana di trasformarsi in vero e proprio regime, con l'ignobile discorso del 3 Gennaio e le leggi fascistissime seguenti.
Berlusconi non è Mussolini, il Pdl non è il Pnf; non abbiamo ancora grazie al cielo milizie volontarie (le ronde leghiste sono folklore paesano) e lo squadrismo assume oggi tratti esclusivamente mediatici. Napolitano non è vittorio emanuele,Bersani non è Turati e Casini non è Don Sturzo. Ma abbattere il drago in parlamento nel suo meomento più cupo e basso sarebbe, quello sì, un punto d'onore morale che potrebbe solo che far bene al paese intero.
Un'unica annotazione "pedante": la sala dell'Aventino a Montecitorio è stata chiamata così dopo la famosa riunione del 27 Giugno. Il termine aventiniani fu dato (onestamente non so da quale giornale od organo di stamp) in ricordo degli episodi di storia romana delle lotte tra patrizi e plebei.
Gran bell'articolo, complimenti.
Post new comment