Berlusconi ha finito, al paese reale servono idee per il dopo
La paura di perdere risparmi, imprese e lavoro, in assenza di un’azione politica minimamente credibi
Silvio Berlusconi nel 2006 a Vicenza (Afp)
Il lunedì, da un po’ di tempo a questa parte, è più cupo del solito.
Mentre si avvicina, porta con sè l’ansia per l’apertura dei mercati. Ogni volta, Piazza Affari e le altre, sono attese a dare i voti, e in qualche modo un prezzo complessivo, al nostro paese. E ormai siamo siamo abbonati ai brutti voti, siamo proprio finiti tra quegli studenti a rischio bocciatura. Negli ultimi sei mesi, la nostra borsa è la peggiore del G7, Giappone post-Fukushima compreso. Non parliamo degli spread, che dicono quanto siamo considerati affidabili come “sistema paese” rispetto ai più affidabili di tutti, che sono naturalmente i tedeschi. Una fisarmanica di su e giù che punta comunque, decisamente, al peggio, per noi, e che ha già toccato più volte quota 400: un numero che a molti operatori di primo livello fa vedere “il baratro”.
È per questo che lunedì è un po’ peggio del solito. Lo è per un paese di persone che risparmiano, investono, che rischiano e lavorano. Il prezzo che danno i mercati ogni giorno, dopo tutto, lo pagano loro: non facendo utili o vedendoli “bruciare” quando li si è reinvestiti; vedendo i propri risparmi che, virtualmente, valgono magari il 30% di quello che erano due anni fa; ricevendo lettere dalle banche che annunciano il rialzo improvviso dei tassi di interesse sui debiti della propria impresa; o non vedendo rinnovato un contratto di lavoro a tempo determinato da 1000 euro al mese. È l’Italia di chi vive e lavora di impresa, che investe in borsa o chiede alla sua banca di farlo per lui. È il paese che nella provincia del Nord vede la spesa pubblica come un contenitore opaco di enormi sprechi. E che non ha mai sentito il fisco come amico. Insomma, è il “paese reale” che tre volte, in questi diciassette anni, ha portato al governo, votandolo, Silvio Berlusconi e i suoi alleati.
Non è solo colpa di Silvio Berlusconi se siamo ridotti così, e questo glielo riconoscono anche i suoi più duri critici, e perfini quelli che lo hanno votato anche entusiasti e ora lo disprezzano. Ma certo le sue responsabilità si vedono tutte, e non c’è make up che tenga, adesso che nel pieno della crisi il governo si è messo addirittura a far melina per un mese sulla manovra finanziaria che ci chiedeva chi ci chiedeva l’Europa mentre ci proteggeva.
E insomma, la scossa di comprensibile preoccupazione, di paura senza troppe speranze, è arrivata fin laggiù, proprio nel paese reale che produce e vive di economia privata, e che di Berlusconi si è fidato molte volte, preferendolo sempre e nonostante tutto. Proprio quell’Italia non fa fatica – sarà reale ma non è stupido, questo paese – a capire che stavolta Silvio la sta facendo grossa, non governando da tempo la nave che gli hanno affidato. E rischiano loro, non lui. E sono loro, proprio loro, a mettere drasticamente in dubbio – se non addirittura ad invocarne un pensionamento rapido e indolore – Silvio Berlusconi in persona. Il suo paese, quello che disse di amare, quello che nel 2006 stava per farlo vincere contro Romani Prodi quando nessuno tranne lui ci credeva, gli sta voltando le spalle.
C’è chi invoca – e sono in tanti – di sterilizzare l’ambiente con un governo tecnico, di transizione, di larghe intese, tecnico-politico. Definizioni diverse accomunate da un’idea precisa: un governo senza di lui, per fare cose certamente importanti. C’è chi vorrebbe le urne presto: perché in democrazia si fa così. Qualunque exit strategy si preferisca passa per la volontà del Parlamento, e anzitutto per la maggioranza composta da Pdl e Lega. Vedremo.
Sicuramente però, fin da subito, sarebbe il caso di occuparsi di quel paese che, non sentendosi più rappresentato da Berlusconi, lo esclude dal proprio futuro politico civico ed elettorale, ma senza avere alcun serio punto di riferimento alternativo. Un paese che a sinistra non voterà mai, perchè quella storia e quegli interessi rappresentati non gli somigliano.
Sia che il governo di Berlusconi duri fino a fine legislatura, sia che si organizzi una qualche transizione, sia che cada di schianto, entro la metà del 2013 si andrà a votare. Venti mesi (al massimo) non sono tanti, ma neanche pochi per sviluppare una riflessione sulla rappresentanza politica di quel sistema di piccole-medie imprese, professioni, borghesia urbana e produttiva che in varie forme e con diverso tasso di entusiasmo ha aderito, in questi anni, al progetto berlusconiano. E anche, potenzialmente, per quel mondo “moderato” che in Berlusconi non si è mai riconosciuto, e auspica solo una destra normale. Per queste ragioni ci confronteremo su Linkiesta con intellettuali, imprenditori e professionisti di ogni generazione, sull’eredità politica di Silvio Berlusconi. Questa borghesia del resto rappresenta lo scheletro su cui si muove il “sistema Italia”: e ha il diritto, ma forse anche il dovere, di iniziare a capire come farsi rappresentare nella prossima Italia. Senza Berlusconi.

Comments
EXIT STRATEGY
Contiene una FRASE BISENSO nella soluzione!
http://www.linkiesta.it/blogs/neverland-sogni-giochi-realta/una-via-d-us...
@ wikipolis
Bella domanda la tua. Onestamente non saprei cosa rispondere se non che diverse analisi mostrano una correlazione diretta e inversa tra dinamica dell'incidenza del residuo fiscale in rapporto al PIL e tassi di crescita del PIL stesso.
Considerando che a) Lombardia, Emilia R. e Veneto sono - di gran lunga - le prime 3 regioni europee per residuo fiscale sul PIL (rispettivamente 12,4%, 11,9% e 11,2% quando un Land ricco come il Bayern sta al 3,5%) e b) il residuo fiscale anziché diminuire aumenta ogni anno (e ancor di più la sua inciednza sul PIL quando il PIL, come oggi, cresce poco o decresce), senza peraltro che il divario con il Mezzogiorno diminuisca (colmo dei colmi!), l'esito è facile che sia ugualmente la disgregazione del Paese (in questo senso tanto vale governarla) o, peggio, un suo inarrestabile declino (in questo senso diventa meno inaccettabile disgregarlo subito per salvare il salvabile).
@ Karolus
Sì, sono d'accordo (su Campania e Lazio). A maggior ragione mi viene da pensare che la perpetuazione dello statu quo abbia poco a che fare con il colore delle maggioranze. da questo punto di vista considero tutto sommato piuttosto superfula la discussione sulla permaneza o meno di Berlusconi al potere, perché mi pare del tutto "sovrastrutturale" (per così dire) quando invece il punto è l'assetto dei poteri "veri" in Italia in combinato disposto con il dato strutturale sulla presenza della più vasta area di povertà in Europa che sostanzialmente non produce "PIL mercato" (o primario) e deve essere mantenuta con "PIL Pubblica Amministrazione" (o derivato, cioè con spesa pubblcia) con l'aggravante dell'immenso potere della criminalità organizzata, assolutamente sconosciuto per dimensioni negli altri paesi europei.
Cambiare il presidente del consiglio o anche le maggioranze per cambiare gli assetti di potere e il profilo strutturale del paese mi pare del tutto illusorio. Di quelle illusioni tipiche di una certa sinistra da quando ha buttato nel cesso insieme all'URSS anche un po' di sana analisi marxiana.
daniele,milano
io credo che la media borghesia sia un ceto di assoluta minoranza nel paese...se si riuscisse davvero, con un piano credibile efficace e con misure che riescano ad allargare la classe media, ovvero farci rientrare tutta una serie di lavoratori autonomi e dipendenti, che per via dell'inflazione hanno un salario al limite della fame(o meglio, tolto il fitto-mutuo, utenze e spesa da mangiare non si possono permettere un gelato fuori, o un paio di scarpe in più per i figli) e molti sono scoraggiati e manco si recano più alle urne, perchè tanto un candidato vale un altro. Io credo che siamo sui binari giusti per lo sfascio, ci vuole una raddrizzata forte, e soprattutto misure per il lavoro, perchè altrimenti si creano sovrapproduzioni....
Chiunque ora è costretto a riconoscere che Berlusconi non è in grado di mantenere le promesse che ha fatto, né di garantire lo status quo ai privilegiati, che siano i parassiti o gli evasori o i protetti dalla concorrenza. Tutti sanno che siamo agli sgoccioli e poi è finita per sempre. Resta da vedere chi appoggeranno d' ora in poi, se un nuovo pifferaio magico, un Beppe Grillo di destra oppure se abbasseranno la testa, accettando di essere comandati dalla UE e dal "mercatismo".
Caro Daniele di Milano, fatta la premessa che sono emiliano e che non posso che essere d'accordo sul senso generale del tuo commento, rimane il problema. Che fare con tutti i trasferimenti? (3.000 € e rotti l'anno da Lombardia, Emilia e Veneto, regioni conquistate o annesse durante il risorgemento , € 1000 dal Piemonte che lo ha guidato). Possiamo ragionevolmente tagliarli senza fare l'interesse di coloro che vorrebbero smembrare l'Italia (dopo averla fatta)? L'idea di avere l'Italia meridionale (che controlla il Mediterraneo) nelle mani di un paradiso fiscale mafioso corporativo non mi tenta. Immagina l'influenza di San Marino in Romagna e moltiplicala per 20.
D'accordo con karolus e roberto romagna aggiungo: ci sono due bachi in questa analisi:
1) la cosiddetta "borghesia produttiva" (locuzione che andrebbe un attimo qualificata) non è né l'unica né la più importante componente che sostiene Berlusconi e il centrodestra. Basterbbe andare a contare i voti prima di scrivere. Il centrodestra vince in Lombardia e Veneto dove si suppone che quel ceto sia numeroso, ma vince e stravince anche in Sicilia, Campania, Calabria, Lazio dove, al contrario, è del tutto minoritaria, quasi inesistente. Al contempo il centrodestra non vince in Emilia Romagna, che pure, insieme a Lombardia e Veneto, è una delle regioni più produttive del Paese. Temo che il quadro sia leggermente più articolato e, per tale ragione, qualunque maggioranza (come ben dimostrato anche da quella che sosteneva il Governo Prodi 2006-2008 e pure i goerni di centrosinistra 1996-2001) sostanzialmente impossibilitata ad assumere decisioni radicali per un sistema di veti incorciati esercitati a turno dai rappresentatni delle 1000 corporazioni di cui è ricca l'Italia da un millennio a questa parte.
2) Il cosiddetto "paese di persone che risparmiano, investono, che rischiano e lavorano" è una minoranza, e se vogliamo essere precisi, probabilmente composto nomericamente molto più da lavoratori dipendenti sottopagati e lavoratori aticpici che non da una borghesia produttiva che in termini di teste conta pochissimo. il "paese reale", al contrario, assomiglia molto di più ai politici che si vota - come del resto è normale che sia - di quanto non si voglia far credere. Ed è fatto di grandi e piccole posizioni di rendita, privilegi e ruberie più o meno legali.
Se è vero - come attestano le stime di SOS impresa" - che le 4 principali organizzazioni mafiose "fatturano" circa 130 miliardi di euro/anno, cioè circa il 9% del PIL, a spanne c'è un 9% di italiani - di "paese reale" - che vive di quelle attività.
Se è vero - come attesta qualunque analisi sulla spesa pubblica - che esiste una sporporzione spaventosa tra Nord e Mezzogiorno nel rapporto tra PIL produttivo (quello che Ricolfi chiama PIL mercato) e PIL derivato (quello che Ricolfi chiama PIL della Pubblica Amministrazione), significa che nel "paese" reale" ci sono milioni di persone che vinvono di prebende, falsi lavori, falsa assistenza garantita dallo Stato.
Se è vero che sole 4 regioni fanno oltre l'80% del debito sanitario (Lazio in testa con i suoi 158 miliardi cumulati) - peraltro garantendo un servizo penoso - significa che nel "paese relae" ci sono migliaia di imprese che vivono succhiando il sangue al servizio sanitario e migliaia di amminsitratori della sanità pubblica e privata conniventi.
Se è vero che quelle privatizzazioni condotte negli anni Novanta che avrebbero dovuto - secondo la retorica allora in auge - ridurre il debito pubblico e rendere più dinamica l'economia italiana, si sono risolte con l'acquisto a debito di imrpese di Stato da parte di una minoranza di capitalisti parassitari che hanno poi distrutto quelle stesse imprese (vedi Telecom) o goduto di incredibili benefici da parte dello Stato nelle condizioni di concessione (vedi Autostrade), allora vuol dire che nel "paese reale" (e in questo caso, proprio tra la presunta creme della sua borghesia) esistono campioni del capitalismo predatorio e di rapina.
Tutte queste categorie sono - nell'insieme - assai più numerose e pesanti del paese produttivo (che non è solo borghesia, anzi!!!) e ciascuna esercita il suo potere di veto controllando chi un pezzettino chi un altro del Parlamento, in modo assolutamente trasversale alle maggioranze.
Spesso controllano anche i mezzi d'informazione, spacciando a piene mani analisi mistificanti come questa.
daniele,milano
@Daniele ...devo dire che concordo con il tuo esauriente post..sottolineo che , per quanto riguarda i dati elettorali, il CSX era egemone in Campania, almeno fino al "caos" rifiuti..e nel Lazio il caso "Marrazzo" ha di fatto impedito quella che sembrava una riconferma certa...quindi non assegnerei quelle regioni perpetuamente al Cdx..sulla trasversalità delle corporazioni e sulla minoranza del ceto produttivo, siamo d'accordo e, del resto, sono sempre state le minoranze che hanno fatto qualcosa di buono..(vedi Risorgimento, Destra Storica, Resistenza)...io spero che B salti subito e che ci sia qualcuno in grado non solo di governare, ma anche di rendere egemone il "vero" ceto produttivo....cordialmente..
D'accordissimo con Daniele e ancora di più con karolus. pesco dai loro due commenti per rafforzare alcuni concetti:
1) come dice daniele, non c'è alcun dubbio che la nostra classa politica non è caduta da Marte, rappresenta benissimo il paese, non è peggiore non è migliore. Ogni giorno ciascuno di noi interagisce con personaggi che gli ricordano i politici di oggi. Per questo, caduto Berlusconi, bisognerà pensare a come far morire il Berlusconismo. Impresa quasi impossibile, perchè il Berlusconismo è esattamente il retaggio di quella cultura fascista di cui parla Koralus
2) Da liberale e borghese prometto di non votare più per alcun partito che parli di Privatizzazioni. Come non essere d'accordo con Daniele. Il problema di questo paese non sono mai state le privatizzazioni (trasferire un monopolio dallo stato al privato è cosa devastante!) bensì le liberalizzazioni che è cosa ben diversa e che questa classe politica si guarda bene dall' affrontare (eccezione, la famosa Lenzuolata di Bersani, pur nella sua modestia). Una privatizzazione ha senso solo in un contesto di liberalizzazione altrimento è meglio che l'attività resti allo stato.
Certamente nella condizione in cui ci troviamo oggi può apparire inutile battere sul punto che B sia impresentabile sin dall'inizio della sua carriera politica. Eppure mi sembra fondamentale farlo, perché espressioni come "il progetto berlusconiano" testimoniano in modo esatto il più grave problema del nostro Paese, dove di progetti non se ne sono visti mai. Da quanti anni non abbiamo una politica economica che immagini una qualche strategia, che so, di investimento su un particolare settore? Da quanto tempo non abbiamo un progetto concreto sullo sviluppo delle scuole? un'organica visione delle infrastrutture? Da quanto tempo manca un'onesta visione della società in grado di comprendere le necessità dei cittadini? Nella politica monodimensionale di B in questi 17 anni l'unico progetto che si è visto chiaramente era quello che prevedeva di salvare se stesso. Per questo io sono convinto, o forse voglio solo sperare, che quando B se ne andrà, portandosi via la pochezza delle sue idee e la bassezza dei dibattiti che scatena, l'Italia libererà energie rimaste represse per troppi troppi anni.
questa borghesia che rappresenta lo scheletro su cui si muove il "sistema italia" penso che dovrebbe star ferma un giro, farsi un pò di panchina. non ha fallito meno di berlusconi.
Amici de Linkiesta, vi illudete parecchio su questa borghesia...una borghesia "normale", europea e liberale, non avrebbe mai votato Berlusconi...se comunque costui poteva ingannare qualcuno nel 1994, cosa dire di chi lo ha votato nel 2008, quando era chiara la caratura del soggetto?
Non è sufficiente dire che basta non votare a sinistra (peraltro contro un centro sinistra tra i più balbettanti e moderati d'Europa) per giustificare quanto accaduto.
Bisogna andare a fondo, alle radici di una borghesia che invece non ha fatto i conti con il suo fascismo intrinseco...ed a cui nessuno ha chiesto il conto nel dopoguerra, quando si è preferito dimenticare ed integrarla nelle strutture repubblicane in funzione anticomunista, piuttosto che interrogarla ed interrogarsi, come si è fatto in Germania...voglio dire, in definitiva, che la nostra piccola-media borghesia ha sempre preferito Mussolini e Berlusconi ai Churchill, Merkel o Cameron....
refuso "E ormai siamo siamo abbonati ai brutti voti,"
Berlusconi e' finito ma e' al Governo, bisogna prima fare questo passaggio.... Come ? questo il punto.
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