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di Alessandra Malvestio

Scrittori italiani rassegnatevi, al tempo dell’ebook la letteratura è anoressica

Blog post del 22/05/2012

Scusi, mi servirebbe del Prozac. L’Italia sarà il Paese ospite alla fiera del libro di Madrid (25 maggio-10 giugno). In occasione della presentazione ufficiale dell’evento è uscito su El País un editoriale (eccolo qua) molto interessante e/o deprimente sullo stato delle cose per la letteratura italiana, con particolare attenzione ai nostri giovani scrittori.
Se siete appunto un giovane scrittore e – come spesso accade a coloro che sono baciati dalla vocazione letteraria – siete proni alla depressione, vi consiglio caldamente di non leggere quanto segue.

Sedotti e Abbandonati. Fra gli esperti interpellati nell’editoriale, Alessandro Baricco, in qualità di scrittore di best-seller, dice che in Italia gli editori sono stanchi e disillusi, e non seguono gli scrittori come dovrebbero. Cercano il boom con un libro, ma poi non hanno la pazienza di coltivare e far crescere l’autore (cita ad esempio Roberto Saviano e Paolo Giordano…). Insomma, le case editrici tartassate dalla crisi, cercano le hit e poi abbandonano l’autore incappato negli effimeri e pericolosi privilegi del successo. La solitudine dei numeri primi è la nuova Dammi tre parole?
Baricco poi aggiunge: «Non dobbiamo dimenticare che siamo figli di un Paese stanco. Un Paese, come il resto dell’Europa, che da tanto tempo non si appassiona più a niente. I giovani scrittori si trovano dinanzi al difficile compito di raccontare un Paese abbastanza morto».
Al che, volendo, si potrebbe anche controbattere citando il grande Faulkner: «Il francobollo di terra nel quale sono nato non ha assolutamente nulla che valga la pena di essere raccontato, ma non esaurirò mai l’argomento».

Ma in ogni caso, anche cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno, a rincarare la dose ci si mette Riccardo Cavallero, direttore generale libri di Mondadori: «È la prima volta da che ho ricordi che il premio Pulitzer non viene consegnato a uno scrittore. E questo è un sintomo. Qualcosa sta passando a livello mondiale. La gente è persa. La gente si sta cercando». La gente si sta cercando? Sembrerebbe più che altro che la gente preferisca Uomini e Donne a Uomini e Topi.

Gianluca Foglia, direttore editoriale di Feltrinelli: «Bisogna tenere in conto che in Italia c’è una minoranza che legge molto, i così chiamati lettori forti, che chiedono libri ben fatti, di buoni scrittori, di qualità. Però c’è una grade maggioranza, circa la metà della popolazione, che non legge neache un libro all’anno» (guarda tutti i dati in un’infografica de Linkiesta).

Quando ormai l’articolo emanava un senso di angoscia latente ecco che Cavallero, con una deliziosa mossa strategico-felina da navigato businessman, riporta una ventata d’aria fresca: «Per quanto riguarda Mondadori, stiamo lanciando una nuova collana a prezzi bassi per promuovere i nuovi autori. Una specie di palestra per gli scrittori emergenti. Perché in tempo di crisi, anche il lettore deve stare nella nostra mente. Non puoi chiedergli, anche se è un lettore forte, che si assuma il rischio di spendere 22 euro per un libro che non sa se gli piacerà».

La crisi però a quanto pare non è l’unico elemento che danneggia il panorama letterario italiano. Infatti, a quanto emerge dall’articolo, i timori più nefasti di Mario Vargas Llosa si sono avverati: il digitale ha cominciato a condizionare non solo la maniera di leggere ma anche quella di scrivere.
È tempo di letteratura anoressica. No, no sto parlando dell’autobiografia di Victoria Beckham. Nell’articolo emerge un altro punto interessante, ovvero il nuovo trend letterario conseguenza delle rivoluzione digitale. È stato lo scrittore argentino Alan Pauls a inventare la definizione di «letteratura anoressica». Dice Cavallero a riguardo: «I grandi autori che hanno venduto moltissimo – parlo di scrittori da 400.000 copie per titolo – stanno cambiando la loro forma di scrivere, condizionati dal digitale. Prima, i libri erano di 400, 500 o 600 pagine. Oggi la gente vuole leggere cose più corte. Si vendono molti racconti. Siamo nella “primavera dei racconti”. E questi, che storicamente sono sempre stati un incubo per gli editori (quasi una legge della fisica: “se pubblichi racconti, non venderai”) sono diventati molto ricercati. Essendo continuamente bombardati da centinaia di stimoli diversi, è, in effetti, abbastanza logico che i tempi di concentrazione si riducano notevolmente.

Ciliegina sulla torta (o mazzata finale, come preferite), di questo manifesto del decadentismo letterario italiano sono le parole nell’articolo del grande editore Jorge Heralde, della storica casa editrice indipendente spagnola Anagrama: «Il primo libro che pubblicammo fu di Pavese, e negli anni quattro scrittori fondamentali per noi furono Alessandro Baricco, Roberto Calasso, Claudio Magris e Antonio Tabucchi. È pero vero che ora è impossibile sapere cosa succederà con l’editoria. Io sono sempre stato un militante anticatastrofista, e fino ad ora con giuste ragioni, però ora non si può davvero sapere cosa succederà. Se è stato sempre difficile giocare a fare il profeta, ora, con il libro elettronico, è semplicemente impossibile».

COMMENTI /

Ritratto di Alessandro Marzo Magno
Mar, 22/05/2012 - 12:35
AMagno
Quando Aldo Manuzio pubblicò il primo tascabile a basso prezzo, siamo nel 1501 a Venezia, non aveva idea di dove quella sua innovazione sarebbe andata.
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Ritratto di BUM
Mar, 22/05/2012 - 14:50
BUM
Raymond Carver aveva proprio ragione... oramai sono i "racconti" il futuro della letteratura, lunghi quanto il monologo di un attore cabaret, lunghi quanto una puntata di Lost. La società sta cambiando, le persone hanno nuove esigenze, tempi ristretti. Non solo la letteratura ma anche i quotidiani ne vengono colpiti, troppe pagine, troppe informazioni,..molto meglio l'informazione sul web... Personalmente, non sò dire se questo fenomeno sia positivo o negativo. Certo è che quando scopri che una buona parte dei giovani ( che in teoria dovrebbero essere i più curiosi..) preferisce passare il tempo su facebook piuttosto che leggersi un delitto e castigo di dostoevskij..beh, un pò di amarezza ti viene. La forma "racconto" comunque è dignitosa, non solo Carver ma anche altri grandi autori l'hanno valorizzata al meglio ( Cechov, Hemingway, Pier Vittorio Tondelli, benni ecc..) e spero che gli editori ci investino sopra e diano agli scrittori maggior fiducia, perchè secondo me si tratta soltanto di risvegliare le coscienze dei lettori, che prima o poi si risveglieranno dal torpore.
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Ritratto di The Jerk
Mar, 22/05/2012 - 16:16
Jerk
complimenti. post molto interessante. Devo dire però che Baricco per me fa poco testo; è lui che è stanco come il paese che lui vede. Io sto con Faulkner, da lei perfettamente citato. E poi basta aver letto "La solitudine dei numeri primi" per capire perchè i giovani scrittori, o chi vorrebbe scrivere, si deprime: una sconsolante, infinita, deprimente tristezza. E in generale penso che il problema principale dell'editoria italiana e dei canali di promozione della letteratura, siano circoli chiusi, autoreferenziali, malati da onanismo autocitazionista e - soprattutto - sempre tristemente seriosi. Se si facesse passare il messaggio che leggere certi libri, magari non profondissimi, magari scritti con un linguaggio vivo, aiuta a vivere (e a far vivere!) meglio, forse inizierebbe a cambiare un po' la musica. grazie.
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Ritratto di Anonimo
Mar, 22/05/2012 - 22:18
Sono d'accordo sul fatto di promuovere la letteratura come qualcosa di più vitale. Una volta, durante la presentazione di un mio libro, ho detto che desideravo che la mia scrittura fosse di intrattenimento e mi hanno guardato tutti male. Sembrava avessi bestemmiato. Sembra che in un romanzo ci debbano necessariamente essere messaggio e tono impegnato, quindi pesante, sennò non vale. Mi piacerebbe mostrare alle nuove generazioni che tocca al lettore lavorare per trovarlo, il messaggio, che questo è il divertimento di leggere e che spesso dietro all'intrattenimento apparentemente più futile si nascondono gli input più sostanziosi. E ancora a proposito di quello che dice Jerk, di tutte le presentazioni che ho fatto, quelle nelle librerie sono state le meno riuscite, quelle nei luoghi di intrattenimento, invece, hanno radunato centinaia di persone. La gente ha dimostrato di esser stufa dell'atteggiamento intellettuale serioso e soprattutto che una comunicazione trasversale, eterogenea, liberata dallo standard letteratura uguale noia, intriga tutti di più.
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Ritratto di Luca
Mar, 22/05/2012 - 22:33
Luca
Non so, il problema che vedo io è che spesso le ultime uscite rasentano il classico intreccio della fiaba, più o meno complicato. Per contro, c'è poco approfondimento, non c'è un personaggio caratterizzato o complesso - non troppo, almeno - l'ambiente è quasi sempre un clichè ripreso da un qualche topos letterario appartenente ad un macrofilone (fantasy? noir contemporaneo? pseudostorico?) al quale non si aggiunge niente di nuovo. e più volte, lo scrittore trova un'idea carina e ci costruisce tutto attorno 200, 300 pagine vuote tanto per fare spessore. Insomma, ben venga se libri del genere non vendono. Senza studio, approfondimento ed un paio di annetti di stesura, rilettura, ristesura, tristezza, scoraggiamento, abbandono ed infine riscrittura, dubito che un libro - a meno di novelli Joyce, ma dubito siano così tanti - di 600 pagine valga la pena di essere letto. Aggiungo l'ultima considerazione: non sottovoalutiamo i racconti brevi. Autori che riescono a condensare in poche significative pagine delle belle idee valgono la pena di essere letti. Sto seguendo di mio un paio di giovani autori emergenti che hanno vinto un sacco di concorsi letterari sul web e vi garantisco che ne valgono la pena. No, non faccio nomi per non far pubblicità. E poi, ricordiamo che Lovecraft e Doyle sui racconti ci hanno campato un bel po'. Quando poi la tecnologica degli ebook sarà matura, anche i romanzi in formato digitale venderanno molto di più. Lo so che ho scritto da cani, ma non ho voglia di rileggere e dare coerenza al testo. Non sono uno dei novelli scrittori che seguo!
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