Quello che segue è un racconto di fantasia senza alcun riferimento a fatti o persone realmente esistenti.
Fa parte della raccolta Sostiene Pessoa con cui partecipo al premio il mio esordio 2012. Per ragioni di spazio il racconto è proposto a puntate.
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La macchina morbida è l'impresa che fallisce prima di nascere anzi che nasce per fallire. E' un flusso di corsi e ricorsi storici che si perde nell'immobilismo dell'eterno ritorno dell'uguale. E' un serpente muta-forma che sembra mordersi la coda mentre cerca solo di distrarti per fare di te il suo pasto nudo. Questo è il racconto del limbo che si trova sul rovescio della medaglia, là dove ogni umana legge è capovolta, dissolta e violentata per sempre.
Il Buono Pasto
Qualche volta, durante le perenni elucubrazioni e i soliloqui nell'ufficio-limbo, la ragione ormai atrofizzata dal disuso si contorce e si fa larva. Dunque lascia spazio alla superstizione, al presagio e alla ricerca di segni là dove non sono, ma la mente obnubilata finisce per vederli. E' così che è nato il presagio del buono pasto. Arturo, che è il filosofo del circolo delle macchinette del caffè, direbbe che il mio è un tentativo di razionalizzare uno stato d'animo di profondo sconforto dovuto all'insoddisfazione professionale. Può essere. Ma ci sarebbe da obbiettare quanto meno che non c'è niente di razionale nella storia del buono pasto. Anzi, è forse razionale individuarvi un simbolo dell'inizio della decadenza.
Sia come sia, è successo sicuramente un lunedì. Lunedì è il giorno della settimana nel quale si fa la spesa. Dopo un pasto ultrarapido al bar triste, che quando dura tanto arriva a mezz'ora, ma quasi sempre resta sotto i venti minuti, per non tornare in ufficio prima che sia finita la nostra ora d'aria, cerchiamo sempre una commissione o qualcosa da fare. Il lunedì c'è quasi sempre la spesa; Rosaria compra i cereali per avere qualcosa da sgranocchiare senza compromettere la dieta che, in modo tanto assiduo quanto inutile, si ostina ad osservare; Matteo prende ogni sorta di dolciumi o schifezze simili che, contro ogni legge della fisica e della biologia, può divorare allegramente rimanendo magrissimo (qualcuno insinua che vada a vomitare, ma probabilmente sono calunnie); Giorgia fa direttamente la spesa per casa, perchè, con tre figli e un marito sempre in giro, non trova mai il tempo.
Quel lunedì io avevo preso dei succhi di frutta, perché iniziava a fare caldo e, nonostante l'aria condizionata polare, mi sembrava una buona idea tenerne un po' nel frigo microscopico a fianco alle macchinette. Arrivati in cassa mi fecero presente che non accettavano i buoni pasto. Ad essere precisi non li accettavano più, perché fino all'ultima volta che avevo comprato qualcosa me li avevano sempre presi. Ricordo perfettamente chechiesi conferma:
-Non prendete più i buoni pasto?
La cassiera mi precisò:
-Non prendiamo più questi buoni pasto. Guardi lì c'è l'elenco di quelli che accettiamo con la fotocopia dell’immagine...
E' sicuramente una mia pippa mentale astronomica, ma quell'affermazione mi colpì. Sono i tuoi buoni pasto che non prendiamo. Quelli degli altri li prendiamo, i tuoi no. Ingiustizia, discriminazione? Non è questo. E' che a me il rifiuto di un mezzo di pagamento ha sempre evocato l'idea della sfiducia e dell'inaffidabilità. Perché un rivenditore non accetta gli assegni? Perché non si fida, perché non ha modo di controllare. Certo, nel caso del buono può anche essere che la società che li emette chieda commissioni troppo alte (è principalmente per questo motivo che molti negozi non prendono l' americanexpress) oppure che paghi in ritardo. Ma non mi interessano le letture razionali e le spiegazioni. Il mio intelletto involuto desidera i simboli e i presagi.
Un buono che non puoi spendere è una falsificazione, una promessa non mantenuta, come un assegno scoperto. Quel buono non accettato fu la prima delle promesse non mantenute di Vittorio, il nostro capo nonché fondatore della società per cui ancora tutti lavoriamo. Se vi sembra grottesco caricare di significati così profondi un aneddoto tanto banale è solo perché non avete trascorso neanche un solo giorno sull'isola di Lost, il modo scherzoso con cui abbiamo ribattezzato quella specie di limbo dove ogni giorno andiamo a lavorare.
Il colloquio
La prima volta che conobbi Vittorio ero al sesto colloquio di selezione; l'apice di un processo di annichilimento psicologico e demolizione della tua autostima necessario per farti accettare le condizioni capestro del contratto di lavoro che ti avrebbero offerto. A prima vista sembrava una persona mite, alla mano, quasi umile e questo gli faceva a maggior ragione onore considerato il curriculum impressionante da selfmade man di cui poteva fregiarsi. Biondo, capelli leggermente in disordine, ma non eccessivamente lunghi, occhiali a giorno portati quasi per vezzo visto che sembrava vederci benissimo. Portava quasi sempre la giacca e quasi mai la cravatta, vestendo abiti anche eleganti come se fossero sportivi; non prestava particolare attenzione alle griffe, e teneva al polso il rolex, quasi a malincuore, come se portasse un'informe o la divisa di un club e cercava di indossarlo come uno swatch.
Conoscendolo meglio, in seguito, si scopriva un'energia e una capacità di coinvolgimento fuori dal comune. Qualcuno potrebbe definirlo carisma, ma non sarebbe appropriato. Nel suo parlare pacato, mai troppo entusiasta, sembrava che anche le cose più impossibili potessero avverarsi con semplicità e la cosa peggiore era che, prima di conoscerlo veramente a fondo, gli credevi. Lui figlio di un dipendente delle poste e di un'insegnante delle medie, lui uomo nuovo, dirigente a venticinque anni, amministratore delegato a trenta e imprenditore di successo a trentacinque. Uno che col suo sorriso da buon samaritano riesce a farti sentire una merda anche solo stringendoti al mano, visto che ha realizzato in pochi anni quello che tu riuscirai a fare in tutta la vita.
E' così che ti incanta, così resti invischiato nel limite esterno della sua ragnatela. Quando ti parla con semplicità di sé e dei suoi. Quando ti dice che si è fatto da solo, ti racconta come si è guadagnato ogni briciolo di quello che ha ottenuto. Tu che sei cresciuto nel paese dei papponi e dei raccomandati, che hai lavorato nel medioevo delle caste professionali, segretamente invidiando i film americani dove la gente dal niente arriva al successo, non puoi non rimanere a bocca aperta per l'ammirazione. Naturalmente la sua storia è costruita per bene, sembra parlare a braccio, ma niente è lasciato al caso. Prima costruisce il mito di sé e dei suoi, poi distrugge la tua fiducia in te stesso e poi raccoglie i pezzi e ne fa quel gli torna comodo: la parte migliore, se così si può dire è quella in cui ti convince che ti ha fatto un favore.
Così mentre parli del più e del meno e ti sei messo a tuo agio lui comincia a farti delle domande tecniche e poi altre di carattere più generale. Ha l'accortezza di chiederti sempre qualcosa che è molto improbabile che tu conosca o di portarti in un terreno che ti è poco familiare. Tu reggi il colpo, perché non è la prima volta e perché quello è il gioco delle parti, ma lui sta sempre un passo avanti. E’ come un avversario che, se tu ti batti a mani nude, prende un bastone; se tu hai il bastone, ha già pronto il coltello e prima che tu possa ricorrerea a una lama,passa direttamente alla pistola.
Inizia a parlare di argomenti che non puoi conoscere e ti cominci a chiedere se non ci sia stato un errore nella selezione. Ti domandi come questi aspetti possano venire fuori al sesto colloquio e gradualmente il terreno ti frana sotto i piedi. Lui sorride con calma e ti porta dove aveva deciso fin dall'inizio; alla fine con l'esperienza e il buonsenso, finisci per dire quello che lui vuole farti dire e lui approva come se lo avessi soddisfatto, ma sapete entrambi che non hai risposto alle sue domande. Solo quelli che ci sono passati sanno che in realtà una risposta esauriente non esisteva.
Ti ha irretito, ti ha confuso e ti ha raggirato, poi comincia a parlarti della sua squadra e del suo progetto. Sembra Martin Luter King che ti dice che ha un sogno, ti acceca con una luce che i suoi occhi non proiettano, ma lasciano intendere e ti parla di qualcosa che non c'è, ma che tu desideri assolutamente che esista e che acconsenti entusiasta a credere religiosamente che esisterà. Ti ha convertito ad una fede di cui lui è il profeta e la sua squadra gli immancabili apostoli e ti ha lasciato intendere che non sei degno di farne parte. A questo punto è ora di parlare di soldi e l'argomento si affronta con un certo riserbo, quasi fosse un sacrilegio.
Lui e la sua squadra hanno investito nell'impresa. Altrove potrebbero guadagnare più del doppio, ma hanno deliberatamente scelto di imbarcarsi in quell'avventura e lo hanno fatto perché credono nel progetto. Credono che la società riuscirà a quotarsi, credono che il successo sarà anche superiore alle loro già ambiziose aspettative. Per questo si sono impegnati a guadagnare meno della metà del loro compenso precedente e a ricevere il resto in azioni, stock options, cazzi e mazzi simili; in ogni caso hanno accettato di legare le loro sorti al successo dell'azienda. Loro credono che la ricompensa sarà grande, che saranno artifici del proprio successo e per questo possono anche accettare di guadagnare la metà per qualche anno.
Vittorio è diverso dai padri padroni della piccola impresa, dai boiardi delle partecipate di stato e dai nobili feudatari delle caste professionali. Nel suo progetto la voce dell'ultimo conta quanto quella del primo, perché da tutti può venire l'idea geniale che trasforma il successo in trionfo. Dove avevo mai sentito un discorso del genere? Come non caderne infatuato?
Che potevo dire io a quel punto? Come non essere grato di quell'opportunità di passare alla storia? A quel punto entrare alla pari era un affare, con che coraggio potevo chiedere un aumento rispetto al mio salario precedente? La ricompensa avrebbe coperto tutto, sia le necessità economiche che quelle psicologiche. Come potevo io che mi lamentavo delle raccomandazioni e delle ingiustizie resistere a quel canto delle sirene? A quell'edificio di meritocrazia dove ognuno avrebbe fatto la sua parte e non ci sarebbero stati favoritismi? Come non ringraziare per quel pezzo di sogno americano che Vittorio e i suoi avevano deciso, bontà loro, di portarci in Italia? Ci avevano creduto gli apostoli provenienti dalle famiglie e dalle società più prestigiose; ci avevano creduto le banche che avevano concesso il credito e ci avevano creduto gli investitori stranieri che ci avevano messo l'equity; come potevo non crederci io?
Vittorio mentiva spudoratamente e non era particolarmente diverso da tutti gli altri. L'unica differenza, forse, era che le raccontava meglio e in ogni caso erano molto più grosse.
Fine prima parte
Continua domani

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