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Continuo a sentirmi un intellettuale. Perbacco, mi par di capire che in questo nostro paese mediamente decerebrato, se uno si autodefinisce "intellettuale", ripetendolo per quattro o cinque volte di seguito, tutti iniziano a crederci. E allora ci si fa un nome, si spacciano ovvietà per pensieri fondativi, si dà l'idea di dire cose sempre giuste vivendo fuori dal mondo. Che bello, diamine. Allora io, che devo strutturare costantemente la mia labile autostima, anche in questo post vi comunico che mi atteggio a "intellettuale". Premettendo che prima o poi un posticino sugli intellettuali ieratici e barbuti lo farò, qui parlo del libro di Michel Houellebecq, uscito un bel po' di anni addietro (2001) per i tipi di Bompiani, dal titolo "Piattaforma. Nel centro del mondo" . E, avvertenza, non è un hardboiled.
Nonostante alla fine - inutile girarci attorno - parli tantissimo di figa, a mio avviso questo è un libro un po' profetico. Lo definirei, infatti, un libro sulla crisi in cui versa l'occidente e in cui si trovano molte persone che questo occidente animano. O massacrano, a seconda dei punti di vista.
Un libro spietato, crudo, diretto.
Devo dire che sono partito a leggerlo con un po' di diffidenza: la nomea di scrittore porcone di Houellebecq e la sua faccia un po' da cazzo mi han sempre creato un pre-giudizio negativo. Mi è bastato inizare a leggere per superarli tutti, i pregiudizi.
Certo, Houellebecq non è solo un bravo scrittore, ma è anche un ottimo conoscitore del marketing (non a caso il libro ha dei cambi di passo scientisti, figli della formazione dell'autore, sul tema delle leggi del marketing), che sa mischiare con sapiente scaltrezza scene calde, a volte così bollenti e trasgressive da suscitare - dicamo così - interessanti reazioni nel lettore, con rapidi passaggi verso situazioni lavorative o esistenziali di tutta altra pasta e ordinaria monotonia.
Direi che è un romanzo di mercato, sul mercato. Del sesso, ma non solo: Michel, il protagonista, si occupa di arte. Ci sono passaggi cinici e illuminanti sul sistema del mercato dell'arte, rispetto alle boiate propalate come opere inarrivabili; oppure sul mercato del turismo di massa, con le sue regole rigide.
In generale però, mi pare che sia un romanzo che focalizza lucidamente la solitudine in cui cade l'individuo - che sia un lavoratore compulsivo o un asettico dipendente pubblico - in un'Europa che, per dirla con Michel, ha perso "la coscienza innocente del suo diritto naturale di dominare il mondo e di orientarne la storia".
In generale si coglie un deserto relazionale in cui il sesso, nel senso della vagina (come già detto protagonista indiscussa, ben più di quello maschile), è una delle ancore di salvezza a cui aggrapparsi. Orbene, in alcuni passaggi mi è parso esserci un po' di manierismo e, nelle scene hard descritte in "Piattaforma", di trasgressione addomesticata. A tal proposito ricordo la lettura di Bret Easton Ellis con scene di sesso follemente disgustose e, ahimè, pruriginosamente solleticanti rispetto alle quali i vari pompini o menagè a trois di Houllebecq paiono scene di "Cappuccetto Rosso". Però è indubbio che la tensione tra vita e morte (dell'anima o del corpo), tra dolcezza e cinismo, tra lucidità e schizofrenia, rappresenti una buona metafora della decadente - e allo stesso tempo affascinante - vita nell'occidente "avanzato".
Devo dire che il colpo di scena verso il finale, che dà molto senso al libro nel suo insieme, è stata una sorpresa inattesa che, seppur tristemente, colpisce come un pugno nello stomaco, ricordandoci che - dietro l'angolo - la vita può svoltare di colpo da una sublime fottuta con la persona amata a un dolore atroce. Carpe diem?
Burp.

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