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The Jerk

James Sallis: detective dell'anima e artigiano della saggezza. "Il Bosco Morto" e i misteri dell'animo umano

Blog post del 5/04/2012

“Alzai il bicchiere in un silenzioso brindisi, e guardai la luce del bagno farsi dorata. Poi bevvi, a occhi chiusi; occhi dietro ai quali c’erano dei sogni in attesa, sogni che – da tranquilli com’erano – forse già mostravano segni d’impazienza.
La grazia scenda su tutti noi, così soli e smarriti.
Ma è un lavoraccio farla scendere, la grazia. […]”

James Sallis, “Il Bosco Morto”, Giano Editore.

Non ci sono dubbi; nessun dubbio: Sallis, quando scrive, la grazia la fa scendere. A quintali. Perché la dona, a chi legge, in ogni singola pagina dei suoi libri; libri che solo uno snob da quattro soldi potrebbe rinchiudere nel recinto della letteratura di genere, trattandosi invece di opere tanto rapide, quanto profonde.

Questo romanzo, che apre la trilogia con protagonista l’agente Turner (un lettore normale, che – al contrario del sottoscritto - si prendesse la briga di leggere un po’ prima qualcosa sugli autori che scopre, lo leggerebbe prima di “La strada per Memphis”: il mio blog serve a dirvi anche questo), è un libro di grande qualità. Denso, vero, a tratti ironico e – ancora una volta – capace di toccare corde che suonano le note dell’esistenza. Letteratura pura è questa, almeno per me.

Turner non è il solito personaggio hardboiled: duro, cinico, violento e sarcastico; o meglio, non è solo questo, ma è anche riflessivo, forgiato da un’esistenza e da esperienze che lo hanno reso capace di comprendere, più di altri, gli abissi dell’animo umano e le chiavi per capirlo, questo fottuto e inquieto animo.

Non è un libro semplice. La struttura narrativa procede secondo uno schema che definirei piramidale, nel senso che si incrociano, dal primo capitolo, due narrazioni: una legata alla contingenza di un omicidio strano di un personaggio altrettanto strano e l’altra legata a flashback della vita di Turner, del suo passato, dei suoi tormenti. E le due narrazioni, pagina dopo pagina, arrivano a convergere nel finale dove si risolve il delitto (che anche qui è mero pretesto per snodare una storia, più storie, che parlano dell’esistenza), dove Turner trova risposte alle domande della vita e si emancipa dal suo essere eremita, trovando l’amore.

Scrittura magnifica, quella di Sallis, che ha l’incedere solenne della poesia (non a caso Sallis è anche poeta), con una serie di frasi da antologia, che andrebbero ponderate con filosofica attenzione.
Eccone alcune di quelle che mi picchiano in testa.

“La vita, dicono, è quel che succede mentre ci si aspettano tutt’altre cose, che invece non accadono mai.”

“Se non sai cosa fare del tuo tempo, saprà lui cosa fare di te.”

“La noia, come la fede cieca, è causa di ben strane priorità” (frase questa, anzi poesia, dal chiaro sapore dickinsoniano, n.d.a.).

“Incredibile come sia sedentaria, la memoria; gran parte della nostra esistenza ruota attorno a una manciata di immagini, di situazioni.”

“L’ambizione è uno strano cavaliere. A volte sceglie un cavallo che non è in grado di governare.”

Per finire con questo pezzo, che è un vero condensato di saggezza:

“Saper perdere è la chiave di tutto, il segreto che nessuno vi rivela mai. Fin dal primo giorno, la vita è un ininterrotto accumularsi di necessità, desideri, paure, dipendenze, rimpianti, rapporti. Ci sono sempre. Ma potete decidere cosa farne. Dar loro una bella lustrata e riporre tutto su uno scaffale. Nasconderle dietro casa, vicino a un salice piangente. Accatastarle in veranda e sederci sopra.”

Insomma, di morto, questo bosco, ha proprio poco. Ha invece la consapevolezza del fatto che, quando si parla della morte, si finisce sempre – indiscutibilmente – per aggrapparsi alla vita. E ai suoi imperscrutabili e affascinanti misteri.
Libro non solo da leggere quindi, ma da masticare. Con la testa e con il cuore. Burp


 

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