Blog di

di Elisabetta Locatelli

Meeting Henry Jenkins: dalla snack culture agli spreadable media

Blog post del 6/06/2012

Avete mai sentito parlare di “cultura convergente”, “grassroots culture” o di “snack culture”? A coniare queste espressioni è stato Henry Jenkins, docente alla University of Southern California. In Italia è noto soprattutto per i suoi testi “Convergence Culture: Where Old and New Media Collide” e “Fans, Bloggers and Gamers: Exploring Participatory Culture”. 

Henry Jenkins con Pier Cesare Rivoltella e Paolo Ferri

Henry Jenkins con Pier Cesare Rivoltella e Paolo Ferri

Lo studioso americano è a Milano oggi e domani per una due giorni di conferenze che ha preso il via stamattina al congresso nazionale Sirem (Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale) “Contenuti, significati e valori nella cultura transmediale” all’Università Bicocca e a cui seguiranno domani speech presso l’Università Bocconi e La Triennale. L’ultima presenza si inserisce nell’ambito del convegno “Media/City: new spaces, new aesthetics” coordinato da Francesco Casetti. Il guru della digital culture sta facendo un vero e proprio tour europeo che sta toccando anche l’Italia.

Il tratto distintivo di Jenkins è la capacità di riassumere una tendenza culturale in un’espressione. A livello accademico si tratta di un vantaggio non indifferente perché garantisce riconoscibilità e citazioni da parte degli altri studiosi. Un po’ come l’espressione “modernità liquida” di Bauman, citata da tanti magari senza aver mai letto l’originale.

In questo momento si sta dedicando alla trasformazione del contenuto nell’era degli “spreadable media” per un volume in uscita nel 2013 scritto con Sam Ford and Joshua Green. L’espressione è difficilmente traducibile nella nostra lingua e corrisponde all’idea dei media che si diffondono, circolano, cambiano forma così come il contenuto si modella in funzione dei media che devono ospitarlo. Il cosiddetto “transmedia storytelling” è un caso emblematico di questo processo, ovvero il contenuto non si ferma su un dispositivo ma si sviluppa in diversi spazi. Attraverso diversi esempi Jenkins, nel suo intervento in Bicocca, ha posto l’accento proprio sul fatto che il contenuto non sia più letteralmente ciò che sta dentro a un medium ma è un tema, un forma, una storia che passa di medium in medium. La fiction diventa fumetto e video virale, finisce nelle mani degli utenti che scrivono fan fictions, che ne fanno una parodia o ancora la rimescolano con altri contenuti (il mash-up). Il supporto tecnologico, ha precisato però Jenkins, non è il driver del cambiamento: siamo noi e la cultura a decidere la direzione in cui vogliamo andare. Altri snodi delicati sono la globalizzazione dei contenuti che non rimangono confinati nei territori nazionali e la necessità che le grandi corporation dei media riconfigurino il proprio assetto produttivo/distributivo. Ovviamente parte integrante della circolazione di questi contenuti è coperta dai social network che contribuiscono alla loro viralizzazione e alla produzione di paratesti di commento.

Una coincidenza curiosa vuole che il 7 giugno, domani, ricorra l’anniversario del “Trattato di Tordesillas” con cui Spagna e Portogallo si spartirono il Nuovo Mondo appena conquistato (semplifico di molto, gli studiosi di storia non me ne vogliano). Credo che rispetto al nuovo mondo digitale siamo più o meno nella stessa condizione: abbiamo scoperto un mondo vasto, nuovo, meraviglioso, pieno di potenzialità che chiede di essere esplorato, suddiviso, classificato. Uno degli scopi del suo tour europeo, ha ammesso Jenkins, è anche quello di trovare esempi per il suo libro non provenienti dalla cultura americana, che è quella che egli principalmente prende come riferimento. Mi sembra un punto interessante perché, pur essendoci analogie, sussistono molte differenze non solo culturali e il dubbio è che per noi le sue etichette non siano perfettamente aderenti alla realtà in cui viviamo ogni giorno.

Il recente bilancio di mandato 2005-2012 dell’AGCOM, sottolinea, infatti, una contrapposizione fra l’esplosione dei telefoni cellulari e della connessione in mobilità e la presenza di una cultura ancora globalmente televisivo-centrica. Per quanto riguarda il primo punto si sottolinea la diffusione, in media, di oltre una sim e mezza per abitante (il 154% della penetrazione, dati di Eurostat) e il fatto che l’Italia sia il Paese con la maggiore diffusione di apparecchi idonei alla ricezione di dati in mobilità (i dati di Eurostat 2011 attestano una diffusione del 48% contro una media UE-27 del 39%). Secondo i dati dell’Osservatorio AGCOM, inoltre il numero di utenti attivi su telefono cellulare è di 19 milioni a fine 2011. L’audience media della televisione è invece di 12 milioni nelle 24 ore secondo i dati Auditel di gennaio 2012 dove “1,5 milioni sono ancora gli ascolti analogici (12%); il digitale terrestre conta 8,2 milioni di audience al giorno (70%); il satellite vale circa il 17% (2 milioni); l’IPTV si ferma allo 0,2% (419 mila utenze, in riduzione)”. Ovviamente i dati di quest’anno saranno differenti poiché si sta completando lo switch-off. Accanto a questo “nel 2011 la televisione risulta utilizzata all’83,6% con frequenza quotidiana per informarsi (in crescita rispetto al 2010). Internet è ancora al 38,7%, una percentuale non dissimile dalla radio (Demos & pi, Osservatorio sul Capitale sociale, dicembre 2011)”. Il bilancio è quindi di un’alternanza fra innovazione e persistenza di consumi tradizionali accompagnati da un sistema televisivo che sperimenta poco. Se volete leggere l’intero documento vi consiglio di prestare particolare attenzione alle note, che come direbbe Derrida, sono parte integrante del testo e a volte più importanti di esso (qui la presentazione di Corrado Calabrò e qui il report). I dati della diffusione di Facebook si attestano a un terzo circa della popolazione con 21 milioni di iscritti (fonte: Vincos - Osservatorio Facebook)

Anche l'evoluzione del mondo editoriale dimostra una tensione fra desiderio, necessità e difficoltà di innovazione nonchè la fatica a trovare nuovi modelli di business anche se non mancano esempi di buone sperimentazioni. A breve saranno disponibili i dati 2012, ma il tanto decantato settore degli ebook, di cui sono estimatrice, conta l’1% del commercio dei libri secondo i dati AIE

Possiamo quindi parlare di snack culture e spreadable media quanto vogliamo, ma resteranno solo parole di un guru se non mettiamo mano in primo luogo alla conoscenza della cultura e del territorio (ricordate, quando ho scritto del mio pallino di sapere cosa fanno le persone con i media?) e poi alla progettazione seria di strumenti per provare a conciliare i bisogni di coloro che sono ancorati ad una fruizione tradizionale dei media, con quelli di coloro che invece sono più smart. La voglia di innovare, sperimentare, utilizzare i nuovi media da parte degli utenti italiani c’è, occorre trasformarla da moda a sistema. Quindi, ben vengano le etichette se non sono anguste speculazioni intellettuali ma bussole per progettare il futuro.  

COMMENTI /

Ritratto di Elisabetta Locatelli
Mer, 06/06/2012 - 19:37
Elocatelli
Buongiorno Davide, la ringrazio per il commento che mi consente di precisare alcuni passaggi che ho omesso nel post per sintesi. Per transmedia storytelling si intende (almeno per come lo spiega Jenkins) non la visione dello stesso prodotto su dispositivi diversi (che in effetti sta avendo un certo sviluppo anche in Italia) quanto lo sviluppo della storia su più piattaforme, quindi si riferisce alla progettazione del contenuto. Allo stesso modo si differenzia anche dall'adattamento che è la trasposizione dello stesso contenuto su media diversi. Segnalo questo articolo che è molto chiaro: http://www.technologyreview.com/news/401760/transmedia-storytelling/ Un altro tema ancora, che è parte certamente della "spreadability" di un contenuto, è la condivisione della visione sui social network che in Italia ha avuto un buon successo e su cui vorrei tornare in un post successivo.
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