Le elezioni presidenziali americane sono sempre più una questione di presidio dei social media. Obama ha insegnato a tutti nel 2008 l’efficacia di comunicazione e di reclutamento fondi che si può ottenere con l’uso accorto di Twitter e di Facebook. Il finanziamento della sua campagna elettorale si è fondato sulle micro-donazioni che provenivano dai contatti numerosissimi raggiunti con i social media, e dalla loro forza di diffusione virale.

Due tra i candidati più quotati per le primarie repubblicane sono già partiti: il video di apertura della campagna di Mitt Romnet su YouTube ha già superato le 125 mila visualizzazioni – mentre la pagina su Facebook di Tim Pawlenty ha oltrepassato gli 85 mila fans. Se li si considera nella loro efficienza nella generazione di contatti comunicativi, i social media sono formidabili: la comunicazione senza parole del deputato democratico Crowley ne è una prova. Il suo discorso muto di un minuto divulgato su YouTube dal 14 aprile ha già raccolto più di 270 mila visualizzazioni. Impossibile nascondere una certa invidia per i cittadini americani, che possono ancora contare su politici che affidano alla potenza icastica della scrittura il loro sdegno e non alle urla sguaiate dei talk show.

Naturalmente anche Obama ha già avviato il percorso che spera lo conduca alla conferma con un secondo mandato con un rinnovato slancio digitale: l’obiettivo è sempre quello di ricercare una relazione diretta con gli interlocutori, almeno nel senso che il termine diretto può aspirare ad avere nelle comunità virtuali. Tuttavia, il primo grande passaggio per il mondo digitale si è consumato proprio nella sede centrale di Facebook, dove il 20 aprile Obama ha risposto alle domande di Zuckerberg, dei suoi collaboratori e degli utenti che seguivano l’evento live tramite il sito di Facebook e della Casa Bianca.

Il discorso del presidente accanto ad un disinvolto Mark Zuckerberg in jeans ha riscosso ampia copertura da parte dei media, come Linkiesta ha riportato puntalmente. Meno attenzione invece è stata dedicata all’investimento che Facebook sta producendo nel corso del 2011 in attività di lobbying, proprio in coincidenza con l’apertura della campagna elettorale. Nel corso dell’intero 2010 Zuckerberg ha profuso 350 mila dollari in pressioni sui politici, con una crescita del 29% rispetto al 2009; ma nel solo primo trimestre del 2011 i dollari investiti sono già stati 230 mila, con una crescita del 400% rispetto ai 41.390 dello stesso periodo del 2010. I numeri provengono dal lobbying database del Senato americano. Gli ultimi interessi di Facebook riguardano gli investimenti per il supporto dello sviluppo hign-tech in Oregon, dove la società di Zuckerberg ha appena inaugurato un super efficiente data center.

Ma l’impegno lobbystico di Facebook è nulla se lo si confronta con quello dei giganti della tecnologia, come Microsoft e Google. A marzo Thomas Rosch della Federal Trade Commission ha spiegato che è in corso un’indagine volta a regolamentare i metodi di prelievo delle informazioni private messi in opera da Google, Facebook, Apple e Microsoft. In questo ambito si spiega l’intensa attività di pressione condotta da Mountain View: Google ha investito in azioni di lobbying 5,2 milioni di dollari nel corso del 2010; nel primo quarto del 2011 la spesa ammonta già a 1,48 milioni, 100 mila dollari in più rispetto allo stesso periodo del 2010. In particolare, l’attenzione di Page&soci si è concentrata negli scorsi tre mesi sulla regolamentazione della pubblicità on-line, sulla proprietà intellettuale e sulla protezione dei marchi, sulla sicurezza informatica e sulla privacy digitale, sulle energie rinnovabili, sulla censura, sulla concorrenza nel mercato on-line, sul cloud computing, sulla riforma fiscale, sull’accesso a banda larga.

Google e gli altri
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