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di Andrea Bitetto

Tangentopoli: vent’anni e non li dimostra

Blog post del 18/02/2012

Avrà pur avuto ragione Clemanceau nell’affermare che non c’è democrazia senza un minimo di corruzione. Appunto: un minimo.
Se si scorrono, invece, le asciutte pagine della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario dal Presidente della Corte dei Conti, emerge come la democrazia italiana continui a caratterizzarsi per la diffusione dell’illegalità, del malaffare e delle corruzione, le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono alla luce.
Ed è appena trascorso il ventennale dell’inizio della Tangentopoli italiana, con i ricordi, le celebrazioni, le interviste e le commemorazioni di rito.
Vent’anni non sono pochi, e sono spesso un periodo adeguato per compiere un giudizio, quello storico, che l’immediatezza delle vicende tende spesso a confondere con la cronaca, o, peggio ancora, coi diversi presupposti del giudizio politico e giudiziario.
E nell’abbozzare un giudizio storico, che lasciamo a chi di mestiere ne è deputato, non si potrà certo dimenticare l’ammonimento secondo cui «la corruzione nella vita pubblica è l’erbaccia più difficile ad estirpare una volta che abbiamo preso la radice. Rassomiglia all’erba pazienza e alla gramigna, che si propagano sulla superficie per mezzo di semi e sotto terra per mezzo delle radici, e contro le quali l’agricoltore conduce una guerra perpetua» (così F.S. Oliver, The Endless Adventure, MacMillan, 1930-1935, citato nella versione italiana curata da M. Praz, Elogio dell'uomo politico, Ricciardi, 1950 ).

Ciò che val la pena di ricordare, visto che siamo in vena di celebrazioni, è che oggi sarebbe assai opportuno evitare la troppo facile identificazione tra le sorti di Craxi e del craxismo e le ragioni della corruzione in Italia. Ragioni che precedono e succedono alla stessa sorte politica e personale di Craxi.

A quest’ultimo molto altro potrebbe e dovrebbe esser addebitato: in primis, l’aver voluto identificare i propri destini con quelli del socialismo italiano invece di far proprio l’insegnamento di Fénelon, secondo cui il modo più sicuro di vincere è di saper perdere al momento giusto. Così facendo salve le sorti del riformismo invece di costringerci tutti a fare i conti coi famigerati “pentiti del socialismo”.

Piuttosto, non si dovrebbe dimenticare come la malapianta della corruzione trovi terreno fertile in un sistema, come quello italiano, in cui l’economia invece di essere ragionevolmente regolata è ancora eccessivamente amministrativizzata, dipendente troppo spesso più che dalla sorte degli affari, dagli uzzoli degli assessori, dei dirigenti amministrativi, dalle autorizzazioni concesse o negate più per aderenze che non per criteri di buona ed imparziale amministrazione.

Alla rivoluzione giudiziaria è seguita la restaurazione politica, che ha salvaguardato le connessioni e le interessenze tra affari e politica.

Ma l’errore fu anche dell’opinione pubblica e, perché no, della stampa che cavalcarono le cronache giudiziarie attribuendo loro un significato ed una misura impropria. Non capimmo, infatti, che non spettava alla Magistratura esprimere giudizi politici o storici.

I Magistrati lavorano per il rispetto della legge, punto. Se ci sono violazioni della legge intervengono, indagando e sanzionando. E le sentenze non si commentano: si appellano se si ritengono ingiuste.

Non è vero che la Magistratura si sostituì alla politica.

Fu un’opinione pubblica distratta, condizionata anche da frange politicamente interessate, a voler attribuire agli inquirenti le responsabilità proprie del giudizio politico.
Cademmo nell’errore di attendere gli esiti di un processo – spesso di semplici indagini – valutandoli come delle sorte di ordalie, anziché assumerci le responsabilità di un giudizio politico informato e motivato.
Perché il giudizio di un opinione pubblica degna di rispetto, così come quello dello storico e del politico, non può limitarsi alla ratifica di ciò che le corti valutano ed accertano.
Questa dipendenza del giudizio politico da quello giudiziario è una manifestazione involuta che in Italia si è strumentalmente chiamata giustizialismo, paradigma imperante tanto in certa destra che in certa sinistra, ovvero nella destra e nella sinistra non liberali.
Vent’anni sarebbero trascorsi non invano se avessimo appreso almeno questa lezione.
Ma ne dubitiamo, perché è più facile riconoscere i propri torti che le proprie storture.
 

COMMENTI /

Ritratto di stefano beretta
Sab, 18/02/2012 - 18:16
stefano beretta
Caro Andrea, non mi stanco di ripetere, inascoltato, in tutte le occasioni pubbliche in cui si parla di Tangentopoli, che si è trattato di una grande occasione perduta. Perduta poteva essere la spinta ad eliminare le cause della corruzione in Italia, che sono sì in parte storiche e in parte "antropologiche", ma soprattutto politiche, in quanto risiedono nell'enorme "potere di veto" che in Italia detengono la politica e la Pubblica Amministrazione nei confronti dei cittadini e delle imprese che chiedono una concessione, un nulla osta, il conferimento di un incarico. Potere di veto che facilmente si traduce concussione, e quindi genera la corruzione. Ieri ho sentito per radio un commento che individuava la causa del problema in un presunto "eccesso di liberismo", quando è esattamente il contrario! Purtroppo la Sinistra ha tentato di ridurre il tutto ad una presunta "disonestà diffusa" dei propri avversari, proclamando la propria "diversità"(salvo scoprirsi poi non tanto diversa), mentre la Destra ha inizialmente cavalcato il fenomeno per sostituirsi ad una classe politica screditata, ripudiandolo poi come la manovra di una Magistratura politicizzata. Certo, da liberale, ho assistito con sgomento al debordare di giudici e PM che, forti del consenso popolare, abusavano delle proprie prerogative sia con l'uso disinvolto della carcerazione preventiva, sia con frequenti invasioni nel campo della politica, contestando l'attività del Legislatore. Ma con altrettanto sgomento ho visto il potere politico tentare di mettere in soggezione la Magistratura per garantirsi l'impunità. Il risultato di tutto questo è stato che, non intervenendo sulle cause, non sono cambiati gli effetti: cambiata la classe politica la corruzione è continuata. A dimostrazione che il problema non erano (solo) gli uomini, ma le condizioni politiche che inducono quotidianamente i nostri Amministratori in tentazione. E resistere alle tentazioni, ci insegna Tolstoj, alla lunga è difficile anche per il più puro degli uomini
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Ritratto di andrea bitetto
Sab, 18/02/2012 - 19:24
andrea bitetto
Caro Stefano, Ti ringrazio molto per il Tuo commento e per le Tue considerazioni che, come credo immaginerai, condivido. Ho voluto evidenziare le responsabilità dell'opinione pubblica, e di chi la alimenta, perchè certi eccessi si verificano quando le coscienze si addormentano. Ogni potere tende a debordare. Da liberali lo sappiamo benissimo ed i nostri predecessori avevano provato ad escogitare svariate alchimie istituzionali per porvi rimedio. Ma tutto è inutile quando la folla agisce collettivamente.
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Ritratto di marco preioni
Dom, 19/02/2012 - 11:51
marco preioni
Tangentopoli: possibile che il fenomeno "tangentopoli" fosse solo a Milano ? Le altre metropoli erano immuni da tangento-crazia ? se la corruzione era così diffusa a Milano, possibile che fosse assente nei capolughi delle altre province lombarde ? e nelle altre regioni ? Il sistema corruttivo degli appalti e la corruzione dei politici perchè promuovessero opere pubbliche, la cui utilità era affermata per compiacere i finaziatori privati dei partiti, era ed è tuttora diffuso ovunque. Il disvelamento del malaffare è avvenuto solo a Milano e pochissimo altrove e si è inceppato il meccanismo sanzionatorio perchè gli stessi imprenditori corruttori e concussi hanno patteggiato coi loro complici politici, corrotti e concussori all' un tempo, forme diverse di finanziamento della plitica e modifiche legislative per la tutela dei loro sporchi affari. Ma il deludente esito del contrasto a "tangentopoli" è da ricercare anche all' interno alla magistarura, al narcisismo e protagonismo dei giudici italiani oltre che nelle lotte interne alle procure, per ragioni non solo politiche ma anche di carattere personale. Marco Preioni
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Ritratto di andrea bitetto
Mar, 28/02/2012 - 10:55
andrea bitetto
Caro Preioni, scusami innanzitutto se Ti rispondo solo ora. Il senso del mio intervento era questo: trovo, e trovai, incomprensibile che l'opinione pubblica abbia voluto delegare alla Magistratura non la ricerca delle responsabilità penali, ma un giudizio politico e, più ampiamente, storico sulla c.d. prima repubblica, su come l'equilibrio internazionale che faceva da contesto venne mantenuto. Quel sovrappiù di delega, di affidamento alimentò un certo protagonismo, soprattutto da chi - e lo vediamo all'opera oggi nell'agone politico - ha voluto strumentalizzare una funzione istituzionale, monopolizzando una bislacca concezione alta dei valori, della eticità. Grazie, come sempre, per la Tua critica attenzione.
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