Blog di

di Gaetano Farina

I peggiori anni della televisione raccontati da Oliviero Beha

Blog post del 7/08/2012

Dall’alto dei suoi 63 anni di studi, battaglie politiche ed impegno intellettuale teso alla (libera) ricerca della verità, Oliviero Beha si può permettere, ancora una volta, dopo la lunga parabola del berlusconismo politico, di tracciare un’analisi del lento, anzi veloce, degrado culturale della nostra società. Lo fa col nuovo libro pubblicato da Chiarelettere, “Il Culo e Lo Stivale”, che sembra riprendere - e riaggiornare al declino del berlusconismo, solo nella sua forma-partito - il discorso imbastito sette anni fa con “Crescete & Prostituitevi” (allora, edito da Rizzoli).

Sia ben chiaro, per Beha l'immoralità che affossa il nostro Paese e che colpisce costumi, scuola, sanità, informazione ha origini ben più antiche dell’ascesa di Berlusconi e del berlusconismo. Anzi, “Berlusconi è egli stesso un prodotto del berlusconismo, è un prodotto della nostra cultura che, negli edonistici anni ‘80, accolse entusiasticamente l’esplosione delle tv commerciali”. “Il Culo e Lo Stivale” non può evitare di soffermarsi, infatti, (anche con alcuni capitoli dedicati) sull’imbarbarimento della cultura massmediatica che riflette e condiziona la cultura generale del nostro Paese. Del resto, lo stesso Beha (fresco conduttore della trasmissione “Brontolo” su Raitre), saggiate tutte le sue forme di trasmissione (cartacea, radiofonica, televisiva e telematica), ne conosce ormai perfettamente i meccanismi manipolatori e distorsivi.

Non è tutta colpa di Berlusconi, allora…
Berlusconi è figlio e, a sua volta, massimo propugnatore (il prototipo) della cultura “dell’avere e dell’apparire” che, attraverso il traumatico processo di industrializzazione e “modernizzazione” del nostro paese, ha sostituito quella popolare, dei contadini, dei pastori e degli artigiani che ragionavano in base a criteri di “bello” e di “giusto” e coltivano relazioni profonde con i propri simili ed il resto della comunità. Anche nel libro cito la profezia estrema di Pasolini: “un Paese che perde artigiani e contadini e destinato a perdere anche la propria cultura”.


E il ruolo della televisione, della radio, dei giornali (e adesso di internet)?
Nella società-fabbrica, l’obiettivo finale, ciò che viene prima di tutto, è l’oggetto, il bene, la merce, il suo consumo, la materialità, l’accumulo e la ricchezza. La rete delle comunicazioni di massa, che si è sviluppata a partire dagli anni ’70, ha promosso e legittimato questi nuovi “valori” diventando il principale complice del “sistema”.

Ed oggi?
Si è trattato di un processo irreversibile che, guarda caso, ha portato Berlusconi al posto di comando della nazione. Soprattutto a sinistra, ci si butta ancora sull’antiberlusconismo, quando leader come D’Alema, Veltroni e, adesso, Vendola ne hanno adottato a pieno forme e modalità comunicative. Anche chi non ha mai votato Berlusconi si è fatto contaminare, ancor prima che il “re di Arcore” entrasse in politica, dai germi del berlusconismo. L’ “apparire” (a tutti i costi) è diventato più importante dell’ “essere”; la televisione, in particolare, ci propina modelli irraggiungibili tanto da essere costretti a recitare, a dissimulare, a mentire e magari vergognarci del nostro “privato”. Soprattutto la televisione pare abbia deciso di mettere a libro paga esclusivamente chi è orientato all’instupidimento, all’appiattimento, alla banalizzazione, alla superficialità, alla mortificazione di ogni capacità critica. La strategia, consolidata da decenni, è quella di agire sulla pancia e non sulla testa dello spettatore. Il modo di fare tv degli ultimi vent’anni è l’apoteosi dell’ “apparire” svuotato di ogni contenuto sia positivo che negativo, tanto che uno come Lele Mora può essere messo sullo stesso piano di Madre Teresa di Calcutta: non è più utilizzato alcun tipo di scala di valori, non interessa più distinguere fra meriti e i demeriti, fra impegno ed indifferenza, intelligenza e stupidità; quel che conta è la visibilità e riconoscibilità pubblica. Come in politica, dove ogni paradigma ideologico è stato accantonato…


Qualche suggerimento per provare a migliorare il “paesaggio”?
Risulterà un’asserzione banale, comprovata già da decenni, tuttavia, sempre più fondamentale e prioritaria: per migliorare il sistema mediatico, occorre migliorare la nostra cultura e quella della classe dirigente. Il problema della tv e dei giornali spazzatura è, prima di tutto, culturale.
Come hanno già ipotizzato in molti, la crisi ci ha dato l’occasione di ritornare a ragionare…ovvero: di ritornare a distinguere fra “necessario” e “superfluo”. Senza rovesciare o superare il sistema capitalistico, ma ritornando almeno a riflettere sulla “necessarietà” e il “potere” del “capitale”, del “profitto”, della “merce”, del “consumo”, del “lavoro” correlato, tutti pseudo-valori accettati e indiscussi universalmente da oltre quarant’anni. Con l’obiettivo finale di ripristinare un’etica condivisa, di ridare centralità alla salute ed all’unità familiare, alla collaborazione ed alla solidarietà con gli altri, provando a conoscere direttamente le esperienze della disabilità, e di esaltare pienamente le capacità e potenzialità della donna che occupa ancora un ruolo subalterno nella nostra società.
Proprio ieri mi sono imbattuto in un volantino di un famoso stilista che annunciava trionfalmente come tutto ciò che, fino a ieri, era “lusso”, oggi può rappresentare, per tutti noi poveri mortali, “normalità e stretto necessario”: ecco, tutto questo non c’entra proprio nulla con quello che “predico” anche nel mio libro. All’opposto, gli italiani, specialmente le nuove generazioni, si devono sforzare di capire cosa davvero serve a loro e ai propri figli per condurre una vita onesta e dignitosa.

Lei conosce bene, per lunga frequentazione, il “circo” RAI…
Ah bè, si tratta proprio di un circo popolato da nani e ballerine nella stessa misura di Mediaset. Lì dentro il “leccaculismo” è la pratica più diffusa e l’unica strategia vincente per l’avanzamento di carriera, nella guerra secolare fra nepotismi, fazioni politiche, gruppi di raccomandati, gruppi di pressione e vari interessi privati. Non si può quindi sperare che lo spettacolo proposto da questo circo sia di buona qualità…


La sua opinione riguardo alle nuove potenzialità offerte dal web e dalla tecnologia multimediale che consentirebbero una maggiore orizzontalità dialettica e favorirebbero la partecipazione dal basso.
Per quanto mi riguarda, i vantaggi di Internet sono ancora tutti da decifrare e valutare. Tenderei a ridimensionarne l’autorevolezza, anche perché dietro ogni notizia ed informazione stanno delle persone in carne ed ossa che, a differenza delle codifiche scritte-audio-video, è sempre possibile interrogare. Ciò non significa, però, non coglierne le potenzialità rivoluzionarie, riguardo, fondamentalmente, alla condivisione, alla partecipazione, alla solidarietà, all’aggregazione, al mettere assieme la carne e il sangue di milioni di persone sparse per il pianeta.


Quanto possono o riescono ad essere liberi i giornalisti rispetto alla linea editoriale e agli obiettivi (economici e politici) del padrone della testata per cui lavorano; agli inserzionisti pubblicitari; ai gruppi di pressione; alle pressioni di personaggi influenti; alle ambizioni carrieristiche; all'autocelebrazione; alla necessità di far profitto tramite la vendita di inchieste, la pubblicazione di libri, la conduzione di programmi, la partecipazione a spettacoli?
Mah, guardi, il sottoscritto ha pagato a caro prezzo la pretesa di autonomia ed indipendenza. Quindi, dico che è molto dura, se non impossibile risultare credibili, almeno agli occhi dei lettori più esigenti riguardo ad imparzialità ed obbiettività. D’altronde, appena si impachetta l’informazione come un prodotto da vendere, in quanto merce le si impongono le leggi e i condizionamenti del mercato che - è appurato – inevitabilmente ostacolano la libertà e l’onesta intellettuale, quand’anche le intenzioni di partenza e di fondo siano genuine.
Anni fa, con un altro editore, ho scritto “La Trilogia della Censura” in cui analizzavo tutte le forme e le modalità di censura: a mio avviso, però, la più pericolosa rimane quella “interiore”, formata dalla “vision”, dai pregiudizi, le imparzialità, gli interessi, le preferenze, le inclinazioni, le rigidità, più o meno inconsapevoli, di ogni professionista dell’informazione.
Non vorrei, però, essere tacciato di ingenuo moralismo o utopismo. Io dico solo che l’informazione è nata per informare i cittadini, quindi come servizio di pubblica utilità. Mi pare, invece, al punto in cui siamo arrivati oggi e nonostante prodotti giornalistici e colleghi assolutamente stimabili, che questo servizio non sia più l’obiettivo primario dell’informazione massmediatica. Essa, sia a destra che a sinistra, continua ad ammiccare al mercato e, troppo spesso, anche la diffusione di notizie davvero “utili” (nel senso di pubblica utilità) avviene nel rispetto del vincolo di “non dar fastidio al mercato”.


Gaetano Farina


 

COMMENTI /

Ritratto di Daniela Patrucco
Mer, 08/08/2012 - 12:00
Dpatrucco
Anni fa, con un altro editore, ho scritto “La Trilogia della Censura” in cui analizzavo tutte le forme e le modalità di censura: a mio avviso, però, la più pericolosa rimane quella “interiore”, formata dalla “vision”, dai pregiudizi, le imparzialità, gli interessi, le preferenze, le inclinazioni, le rigidità, più o meno inconsapevoli, di ogni professionista dell’informazione. A Oliviero Beha consiglio una bella riflessione su questa sua dichiarazione. Potrebbe ricordare di essere a suo volta "inciampato" nella censura interiore, formata da “vision”, dai pregiudizi, le imparzialità, gli interessi, le preferenze, le inclinazioni, le rigidità, più o meno inconsapevoli. Peccato che anzichè porvi rimedio abbia deciso infine di rimuoverla, apparentemente rimuovendo anche i link dal web. Qui è rimasta qualche traccia http://speziapolis.blogspot.it/2010/11/5-terre-la-non-replica-e-gli-insulti-di.html e io sono sempre in attesa.
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