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Bersani apra il Pd al mondo, e per il “partito di Repubblica” non ci sarà storia

Peppino Caldarola

Fin dalla sua nascita la battaglia interna al Pd si è svolta fuori. Può sembrare un gioco di parole o un paradosso, ma è così. Non essendo riuscito l’amalgama, soprattutto dopo la crisi del progetto di Veltroni, il rapporto di forze interno ha sempre visto prevalere la componente ex diessina rispetto alle altre. Queste ultime sono state ripagate da una applicazione generosa del manuale Cencelli nella spartizione delle cariche e soprattutto nella presenza nelle maggiori assemblee elettive. Tuttavia la leadership di Bersani, affermatosi, è bene ricordarlo con un’impressionate suffragio nelle primarie, non è mai stata seriamente in discussione. Nessuno può scalzarlo da quel posto, nessuno, in verità, ambisce seriamente a farlo. E’ accaduto così che un partito che lentamente si è spostato a sinistra ha visto crescere i tentativi esterni di influenzarlo o di scalarlo. Andare verso sinistra in Italia sta diventando una maledizione che suscita immediate reazioni di rigetto.

Stanno così venendo al pettine molti nodi. Il primo riguarda la fisionomia del partito che lo rende legittimamente e logicamente scalabile. Se l’identità è genericamente democratica, è ovvio che qualunque lobby possa ritenere di prendersi lo stato maggiore. Se l’identità fosse socialista questo sarebbe più complicato, anche se fosse un’identità socialista assai sfumata, un socialismo largo come direbbe Rino Formica, e come accade nelle attuali socialdemocrazie. La scalabilità del partito è resa possibile così non solo dalla sua natura ma anche da altri due fatti: da un lato la disistima crescente verso il suo gruppo dirigente, atteggiamento pieno anche di banalità e di conformismo, che tende a rappresentare l’intera leadership del Pd come vecchia e superata. Dall’altro c’è il protagonismo di forze intellettuali e politiche stanche di stare alla finestra e convinte di poter ormai giocare la partita della vita. Il riferimento è agli intellettuali e giornalisti di “Repubblica”, molti dei quali, e soprattutto delle quali, hanno ormai esaurito il cursus honorum professionale e cercano altre attività di prestigio, com’è normale e come è stato fatto da altri nel passato. Questo mondo ha sempre fatto politica sotto la guida di Eugenio Scalfari che ha contato nella politica italiana quanto un presidente della repubblica occulto. Scalfari ha fatto e disfatto leadership e governi, ha creato miti e li ha distrutti, ha sollecitato carriere e le ha stroncate. Sia detto di passata, non ha mai preso, cioè né voluto né potuto, Massimo D’Alema, rimasto l’unico finora estraneo alla cordata “repubblicana”.

Con Mauro tuto ciò che era affidato alle invenzioni del Fondatore è diventato assedio condotto con durezza e costanza piemontesi. “Repubblica” si sente ed è ben più che un partito, è un modo di sentire nella sinistra e giustamente rivendica ormai il suo ruolo in essa. Va fatto notare, sia pure di passata, che “Repubblica” sta molto soffrendo l’esistenza del “Fatto” che per certi aspetti ne rappresenta l’erede in quanto tenta di conformare un senso comune nella sinistra, di diventare un giornale di status di molti a sinistra, e che aggredisce con maggiore forza e spesso con tante notizie l’establishment senza le remore che al quotidiano di largo Fochetti vengono dal conflitto di interesse con le multiformi attività del suo proprietario. “Il Fatto” è quindi di una delle ragioni del protagonismo politico di “Repubblica” che la spinge a scendere sempre più in politica anche per blindare il suo mondo di lettori. I giovani leoni del Pd, Fassina e Orfini, avvertono questo pericolo, cioè quello dello scavalcamento sia a sinistra, verso la base scontenta di Monti, sia a destra, verso quel mondo che vuole altri tecnici, con più glamour, al posto dei politici. I due ragazzi sono gli ultimi difensori di Fort Alamo. Invece probabilmente al Pd non serve chiudersi a riccio. Generalmente in politica se uno ti assedia tu rispondi assediandolo. E prendendo l’iniziativa.

Se Bersani davvero deciderà di candidarsi, senza fare il gioco dei dispetti con Renzi ma sfidandolo a cielo aperto, e se dirà cose precise sul programma, anche maliziosamente cogliendo il mondo di “Repubblica” nei suoi mille conflitti di interesse, allora la partita sarà divertente. Personalmente penso che la lista “Repubblica” non prenderebbe molti voti, le sue firme, Saviano compreso, sono sopravvalutate, altre liste, come quelle di Grillo sono da tempo sul terreno e si fanno un coso così per guadagnare voti, molta gente ha visto l’inutilità di eleggere guru dell’informazione dopo gli abbandoni di Santoro e della Gruber, politici pentiti e tornati al vecchio mestiere. Inoltre se il Pd riempie la sua lista di sindaci e di gente che conta sul territorio non c’è partita. In ogni caso, a differenza di Fassina e Orfini, credo che sarebbe meglio una lista “repubblica” piuttosto che un gruppo compatto di “firme” del quotidiano da eleggere nel Pd. Non sarebbero, come scrive Scalfari, i nuovi Indipendenti di sinistra simili a quelli che eleggeva il Pci. Questi vorrebbero il potere senza combattimento. Una vera competition mostrerebbe invece quanto ciascuno di loro pesa nella società. E in democrazia è questo quello che conta.   

: bersani / Ezio Mauro / pd / repubblica / Saviano

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