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di Andrea Mariuzzo

Il tema della prostituzione? “Riaprire le case chiuse” è il miglior modo per non affrontarlo

Blog post del 10/04/2012

La settimana scorsa, con un bel post del suo blog Virginia Odoardi ha commentato il modo un po’ farraginoso in cui una fiction RAI trattava il tema della prostituzione reale e virtuale, individuando uno dei problemi nella difficoltà con cui “gli occhi di un uomo” possono guardare al tema in modo non stereotipato o “romanzato”.

Seppur per cenni, nell’intervento si trattava di un tema di attualità sociale che nel nostro dibattito pubblico è destinato a ripresentarsi come un fiume carsico. Tra l’altro, fino a non molti mesi fa, anche i fatti di cronaca politica, giudiziaria e scandalistica (sempre che allora vi fosse differenza) contribuivano costantemente a riportare alla ribalta modi di intendere la sessualità e la sua commercializzazione non sempre omologabili a cliché precostituiti, fino al paradosso di un governo che da un lato ribadiva la chiusura esclusivamente repressiva all’esercizio del mestiere più antico del mondo, dall’altro era assediato dal sospetto che molti suoi componenti fossero soliti utilizzare la compravendita del corpo di donne e ragazze nella gestione dei rapporti con imprenditori e nel riequilibrio delle trattative finanziarie.

Forse, per capire meglio la situazione in cui siamo, è bene ritornare al momento fondativo del dibattito sulla prostituzione nel nostro paese almeno per gli ultimi decenni: la chiusura delle case di tolleranza. Si tratta, del resto, di una questione sempre attuale: ogni volta che si dibatte di un tema che riguarda anche in termini generali l’universo dell’amore a pagamento, c’è chi propone di “riaprire le case chiuse”, di restituire allo Stato il controllo (indiretto, perché i bordelli erano privati anche prima del 1958) del mercato, eventualmente adeguandolo alle nuove modalità di contatto e alle diverse possibilità di spesa, e vede in un provvedimento del genere l’unico modo per fare ordine nella materia, ritenendo anzi questa soluzione un modo per rimetterci in pari con le più avanzate legislazioni europee sull’esercizio prostituzione in termini leciti.

Il fatto che si possa sostenere opinioni come queste senza ricevere una sonora risata in faccia è sintomatico di quanta poca informazione ci sia in giro sul tema, nonostante in questi ultimi anni la riflessione storica abbia visto sviluppi di prim’ordine soprattutto grazie a Sandro Bellassai, forse il nostro migliore studioso di storia della sessualità e dell’immaginario erotico maschile nel Novecento. Più che al suo ultimo lavoro, in cui raccoglie alcune riflessioni generali sul valore della mascolinità nella cultura popolare italiana contemporanea e sui suoi risvolti nel discorso politico, mi riferisco qui in particolare alla sua ricostruzione del percorso parlamentare della legge Merlin e dell’acceso dibattito che fiorì attorno al provvedimento. Senza dilungarmi in una recensione completa del volume che invito comunque a leggere, mi limito qui a sottolineare i due aspetti che più interessano il mio discorso:

  1. Già negli anni Cinquanta il sistema delle case chiuse, se mai aveva funzionato prima, non funzionava più. Nel 1951 l’inchiesta parlamentare che avrebbe dovuto rilevare le sacche di povertà e miseria nel nostro paese e l’efficienza della rinnovata assistenza sociale rilevava, tra le altre cose, che a fronte delle circa 3.000 prostitute ospitate nei “casini” ve ne erano 25-27.000 che, spinte dalla povertà, si vendevano al di fuori del circuito controllato (i numeri su cui si sarebbe lavorato nel dibattito finale sulla legge Merlin sarebbero stati leggermente inferiori in entrambi i settori). Anni prima della fine delle case di tolleranza siamo di fronte al fatto che forse il 90% del commercio in questione si svolgeva fuori dell’area controllata. Non è chiaro se questo sviluppo del settore “abusivo” fosse dovuto a ragioni di prezzo, socio-culturali (ormai molte mogli non erano più disposte a tollerare i “passatempi” dei mariti, che quindi dovevano cercare soluzioni meno in vista dei bordelli), o se semplicemente la distribuzione legale di corpo femminile garantita dallo stato semplicemente non aveva mai funzionato, e si cominciava ad accorgersene solo allora perché cominciavano ad affluire maggiori dati dalle campagne e dai piccoli centri. In ogni caso, l’idea che solo la chiusura delle case di tolleranza abbia generato la prostituzione clandestina, abbia “riversato le ragazze nelle strade”, già vecchio arnese di propaganda durante le polemiche degli anni Cinquanta, è falsa. E per converso, visto che sono partito da un’attualizzazione del discorso, non ha semplicemente fondamento pensare che ristabilire i “casini” porti alla scomparsa della prostituzione illegale. Non ci è riuscita, del resto, nessuna forma di legalizzazione della prostituzione, in nessun paese. I due fenomeni continuerebbero ad essere sostanzialmente paralleli, e per debellare la prostituzione illegale si rivelerà comunque necessaria la repressione contro le organizzazioni criminali che rendono disponibile l’offerta.
  2. La legislazione delle case chiuse è quanto di più lontano esista dalle legislazioni sul tema in vigore nei paesi più avanzati. Nel 1958 solo Spagna, Portogallo e Grecia, paesi che guarda caso sono sempre a farci compagnia nelle statistiche peggiori, mantenevano sistemi simili, ormai smantellati quantomeno da inizio Novecento nell’Europa “civilizzata”. Al di là delle Alpi, nei decenni successivi, gradualmente, con difficoltà e retromarce e in modo che quasi mai è stato completamente soddisfacente, si sarebbero poi via via sperimentati nuovi modi di regolamentare l’attività, modi che mettevano al centro, oltre agli ovvi aspetti sanitari, la tutela della libertà delle persone che si prostituiscono di scegliere se accettare o rifiutare un cliente e le sue richieste, e la sicurezza della loro incolumità. O almeno si ci si sforza: del resto ho già accennato che quasi ovunque la prostituzione clandestina a gestione criminale resta un problema. Ma la prassi di gestione delle case chiuse nulla aveva di vedere con tutto ciò, essendo fondata di fatto sulla sostanziale reclusione delle lavoratrici della casa, sulla loro separazione dalla società, e sull'obbligo di accogliere le richieste dei clienti. Perché una legislazione del genere dava per scontato l’aspetto essenziale di una società ancora completamente intrappolata nelle strette del dominio maschile, ovvero la necessità di trovare, in un ambiente ben separato a protezione dal resto della società, lo sfogo per stimoli la cui soddisfazione era data per necessaria e scontata, anche se significava il sacrificio della vita sociale di migliaia di altre persone. Una comunità solitamente così indulgente verso istinti e vere o presunte esigenze di un genere che, per dirla con una efficace battuta riportata in vita da Daniele Luttazzi ma in realtà più antica “se a partorire fossero gli uomini, si potrebbe abortire anche dal barbiere”.

Ma allora, viene da chiedersi, perché quando si parla di prostituzione quello che invoca la riapertura delle case chiuse salta sempre fuori? Sicuramente per ignoranza, perché di solito chi fa questa proposta non ha idea di cosa fossero le case di tolleranza e di quale fosse la differenza tra quel modo di concepire la prostituzione e quelli, pur diversi tra loro e carichi di problemi, di Amsterdam, Amburgo, Las Vegas. Ma c’è anche qualcos’altro. La lettura di Bellassai fa capire quanto, nei toni e negli argomenti, il nostro dibattito pubblico sul tema sia ancora fermo al 1958, e dà l’impressione che l’assenza di sviluppi sia dovuta a una causa più profonda. Una legislazione che prevedesse luoghi di piacere e di sfogo del desiderio sessuale separati dal resto della società appariva indispensabile, allora, soprattutto perché per la cultura diffusa era necessario promuovere una netta divisione, senza contaminazioni, tra la donna “angelo del focolare” e la “viziosa” tentatrice professionista del sesso.

Qualunque approccio più complesso alla natura femminile, soprattutto ma non solo da parte degli uomini, si temeva avrebbe condotto a una disgregazione della società che in realtà sarebbe stata solo disgregazione delle nostre semplificazioni. Come ripetutamente ha spiegato Michel Foucault, il pensatore che più ha riflettuto sui rapporti tra cultura e percezione della corporeità, il bordello rappresentava un necessario elemento di imposizione formale di un ordine, il tentativo disperato di tenere l’ineliminabile disordine lontano dalla nostra vita quotidiana, allo stesso modo in cui nel corso del tempo si erano sviluppati altri luoghi di raccolta e di reclusione come manicomi, carceri, ospedali, nel tentativo di separare dal “nostro” mondo la follia, la malvagità criminale, la malattia. Riproporre, oggi, un sistema come quello dei “casini”, riprendendo peraltro argomentazioni e leggende già smentite a più riprese sessant’anni fa, molto spesso rivela in noi uomini (ma non solo) la stessa voglia di prendere il problema della prostituzione e togliercelo dallo sguardo, pensando ancora una volta che la possibilità di far finta di niente sia una buona soluzione.

COMMENTI /

Ritratto di Anonimo
Mar, 10/04/2012 - 21:34
Molti non sanno che la Legge 75/1958 "Merlin" è una norma d'esecuzione della Convenzione ONU 1949/51 che proibisce le case chiuse, la quale, a differenza di altri Paesi come la Germania e l'Olanda, è stata ratificata dall'Italia in via definitiva nel 1980. Quindi, se si vuole la riapertura dei bordelli nel nostro Stato, bisogna prima modificare la detta Convenzione.
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mar, 10/04/2012 - 22:40
Amariuzzo
è vero, anche se in realtà il cammino della legge è solo parzialmente parallelo a quello della convenzione (la prima proposta parlamentare era del 1948, poi si aggiunge la questione dell'esecuzione della Convenzione). peraltro ciò, sempre per la precisione, non impedisce una regolamentazione non esclusivamente proibitiva del fenomeno, né rende equiparabili in toto il modello di mercato legalizzato oggi nell'Europa centro-settentrionale con quello delle "case chiuse" pre-1958. Questo, naturalmente, non significhi che io non abbia seri dubbi che il modello olandese (tra l'altro da tempo in via di riforma profonda) e quello di alcuni Laender tedeschi sia davvero funzionale come dicono.
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Ritratto di Marco Giovanniello
Mar, 10/04/2012 - 23:25
mgiovanniello
I discorsi teorici sono la specialità italiana, di una cultura che rifiuta il confronto con i fatti, ma ama sfoggiare etiche di massimi sistemi. I fatti sono che il primo casino sta a poche decine di metri dalla frontiera di Chiasso (nomen omen) e naturalmente ci vanno gli Italiani, come clienti e le Italiane, come lavoratrici. Le tasse invece restano in Svizzera.
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Ritratto di vincent w
Gio, 19/04/2012 - 14:51
vincent w
bravo!!
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mar, 10/04/2012 - 23:42
Amariuzzo
<p>appunto, occorrerebbe impegnarsi per una moderna regolarizzazione della prostituzione che si riesce a regolarizzare, tenendo conto delle tutele individuali necessarie di chi la esercita, e non illudendosi che questo rappresenti in qualche misura un surrogato della prostituzione ideale in stato di schiavit&ugrave;. pi&ugrave; che i discorsi teorici (magari! visto che hanno sempre un&#39;immediato valore pratico, come in questo caso), la specialit&agrave; italiana &egrave; spesso prendere roma per toma, e quello che cerco di fare &egrave; offrire gli strumenti per evitarlo. voler avere una legislazione moderna sulla prostituzione, e scambiarla per i bordelli di una volta, non &egrave; un discorso teorico, &egrave; una stronzata.</p>
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mar, 10/04/2012 - 23:45
Amariuzzo
questo, inoltre, senza pensare che copiare legislazioni di altri paesi ci porti in paradiso. in questo settore, i problemi sono sempre tanti, e nessuna sistemazione giuridica li riesce a risolvere. Forse, riuscirà a trovare una soluzione ottimale solo chi ha lavorato per qualche anno in un bordello. per uomini, ovviamente. ecco perché io evito fin d'ora di proporre soluzioni.
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Ritratto di Marco Giovanniello
Mer, 11/04/2012 - 11:13
mgiovanniello
La soluzione esiste già ed è quella che vige in Svizzera, Austria, Germania. Inutile perdere tempo a reinventare la ruota, basta avere l' umiltà di copiare la legislazione altrui. Purtroppo in Italia non si può fare perché siamo un Paese di ipocriti. Nei Paesi crucchi chi vuol fare la puttana lo fa senza problemi e chi vuol fare puttaniere idem. Senza queste premesse indispensabili, che cioè ognuno deve poter fare quel che gli pare e senza l' altra premessa indispensabile, che lo Stato deve solo regolamentare il business per garantire che tutte le lavoratrici siano più che volontarie e che le strutture non vengano gestite da magnaccia e delinquenti, non si parte nemmeno. Il sistema si basa sostanzialmente, in Germania, sul fatto che il bordello si fa pagare indistintamente da clienti e lavoratrici una cifra fissa per l' utilizzo delle strutture, tutto il resto va in tasca alle lavoratrici, meno una tassa anch' essa fissa. Il principio è che non si tratti di un lavoro infamante (ma ben poche lo fanno nella propria città, se è piccola...), né di un' attività infamante per il cliente, né che ci siano persone da redimere. Non sono le case chiuse ante Merlin, ma sono comunque dei bordelli, piccoli o grandi. La morale non ha spazio, in compenso non ci sono donne in strada alla mercé del violento di turno, non ci sono trucchi o forze di polizia da ungere, qualcuna naturalmente sarà abbastanza stupida da mantenere, a casa e non nel bordello, un "fidanzato", ma succede anche a quelle che hanno il marito finto medico e fanno le impiegate. La sua battuta su chi ha lavorato per anni in un bordello per uomini mi sembra pilatesca. I problemi o si cerca di risolverli oppure no. E' certo utile anche parlarne, ma senza la volontà di agire l' utilità è limitata.
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 14:31
Amariuzzo
la possibilita' di importare questa legislazione mi trova cosi' d'accordo che non capisco di che si discuta. il fatto che non sia, secondo me, un modello del tutto soddisfacente, non significa che non sia un gigantesco passo avanti rispetto a ora. quindi, che stiamo a fare? tutto cio', si vede chiaramente, e' ben lontano dal modello italiano pre-1958, e questo e' quello che volevo mettere in chiaro. e forse non si e' capito che il mantenimento serpeggiante di quella mentalita' arcaica e' proprio la ragione per cui NON si riesce a importare un aggiornamento come quello dell'Europa centro-settentrionale. Riflettee sul problema aiuta proprio a superare certi arcaismi, e quindi ad aprirci a soluzioni piu' spregiudicate. sempre, ripeto, senza pensare che regolarizzare pienamente un modo di prostituirsi che in Italia peraltro esiste gia' e aspetta solo una regolamentazione definitiva porti cosi', semplicemente, alla scomparsa della prostituzione in stato di schiavitu', per la quale la repressione serve. Quindi, su cosa siamo in disaccordo? io qui volevo solo criticare chi pensa che siamo ancora negli anni Cinquanta, mi altro...
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 14:38
Amariuzzo
p.s.: nel bordello per uomini gli uomini erano i clienti. che' quello per donne mi dicono essere ambiente decisamente piu' vivibile.
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Ritratto di Vanessa
Mer, 30/05/2012 - 22:53
Vanessa
La tratta a scopi di sfruttamento prostituzionale di donne e minori è un fenomeno in preoccupante aumento e sempre sottostimato a causa del suo carattere mobile e mimetizzato, che coinvolge tutti i paesi, anche quelli neo-regolamentaristi. E' gestita da potentissimi gruppi che si muovono a un livello transnazionale che hanno le caratteristiche delle mafie e una grande capacità di corruzione a tutti i livelli. Non si può pensare neanche di intaccare questo fenomeno riproponendo una regolamentazione della prostituzione, sebbene meno arcaica delle vecchie case chiuse di nostrana memoria. Trovo davvero ingenuo pensare che le mafie possano abbandonare i loro affari transnazionali, loro conoscono tutte le leggi a memoria e si accordano per aggirarle. Come scrive anche l'autore dell'articolo non esiste nessuna regolamentazione che non abbia un sommerso (e, aggiungo, un perfetto rispetto delle regole e controlli impeccabili, figuriamoci da noi, nel paese di mafie e corruzione!). E non si risolve certo il sommerso gettando nella doppia illegalità delle straniere, come non residenti irregolari o clandestine e anche come prostitute che svolgono un "esercizio abusivo". Trovo molto significativo che tutti siano così esterofili e che poi invece altri esempi del nord Europa, come Svezia o Islanda - che puniscono i clienti (e gli sfruttatori ovviamente)e supportano chi si prostituisce senza sanzioni di nessun tipo, aiutando chi vuole uscirne a farlo- non siano mai citati o puntualmente ridicolizzati, mentre sono presi seriamente in considerazione anche da paesi come l'Olanda. In verità mi sembra che noi più di tutto siamo il paese dei clienti. E del loro diritto indiscusso a non farsi mai domande sul loro comportamento. In questo - facendomi un rapido giro online- siamo davvero isolati, unici in Europa.
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