Blog di

di Andrea Mariuzzo

La più grande lezione dalla Francia: il doppio turno elettorale

Blog post del 29/04/2012

In questi giorni, in Francia, si stanno vivendo i due turni per l’elezione presidenziale, nell’attesa di qui a poco delle elezioni dell’Assemblea nazionale che si svolgeranno, in collegi uninominali, con un metodo piuttosto simile (anche se non precisamente identico).

Ragionare un po’ sui meccanismi di questo sistema e sul modo in cui in Francia vi sono arrivati può aiutare a capire un po’ alcune posizioni del dibattito sulla riforma elettorale che la presenza del “porcellum” rende necessaria, ma le divisioni della classe politica (e la difficoltà a rinunciare agli apparenti vantaggi per i vertici dei partiti stabiliti dal sistema attuale) rendono difficile. In particolare, sembra che da qualche tempo la sostanziale impossibilità politica di proporre una soluzione di riformatrice alternativa a un sistema proporzionale in qualche modo manipolato sia supportata, dall’opinione pubblica, dalla rinascita dell’ingenuo ed errato luogo comune che il proporzionale sia la forma di elezione più vicina al mitico “una testa, un voto”, e che porti invariabilmente a far “vincere chi prende più voti” (come amano dire anche molti giornalisti per distinguere i sistemi elettorali “giusti” da quelli “sbagliati”, come se il sottinteso di quel chi fosse ovvio e, soprattutto, del tutto innocente). Ora, che il mantenimento del proporzionale (ancor di più se “corretto all’italiana”, come ho illustrato in un altro intervento) convenga ai politici attualmente in Parlamento e a quelli che verosimilmente ci entreranno è abbastanza chiaro, come si vedrà. Che questo atteggiamento trovi il favore dell’opinione pubblica è invece piuttosto grave, soprattutto se chi maggiormente si lascia incantare dai luoghi comuni sul proporzionale è proprio chi condanna senza appello, anche con toni decisamente accesi, quella classe politica e quel modo di intendere i partiti che così si vedrebbe avvantaggiato.

Sul formarsi della “retorica proporzionalista” in Italia ha scritto uno dei suoi saggi più riusciti Maria Serena Piretti. L’autrice chiarisce l’importanza fondamentale della promozione progressiva degli strumenti del proporzionale (scrutinio di lista, circoscrizioni plurinominali, metodi di distribuzione dei seggi a soggetti collettivi identificabili che si facevano carico della presentazione delle liste) nel dare via via maggior senso agli allargamenti del suffragio faticosamente ottenuti tra fine Ottocento e inizio Novecento. In tal modo, infatti, si scardinavano i meccanismi notabilari di scelta e promozione dei candidati tipici dei collegi uninominali classici, e soprattutto si dava maggiore rilevanza e peso elettorale alla forma più innovativa della partecipazione politica nel nuovo secolo, quei partiti di massa che non offrivano tanto individualità catalizzanti di consenso quanto una partecipazione collettiva di strati sempre più ampi di cittadinanza alla vita istituzionale.

In parole povere, e semplificando il discorso al massimo, nel momento in cui il modello del partito d’integrazione di massa sembrava divenire il luogo “naturale” per la selezione delle classi dirigenti e la partecipazione politica, il sistema proporzionale a scrutinio di lista appariva uno strumento altrettanto naturale di voto, perché i due elementi sono profondamente legati. Perché? Perché, man mano che i sistemi proporzionali a scrutinio di lista si strutturano come li conosciamo noi, essi finiscono per limitare la libertà dell’elettore alla scelta tra quale lista preferisce, al limite con un intervento sulle posizioni interne alla lista, ma senza sostanziali possibilità di riformulazione delle sue preferenze su candidati di più soggetti, riscrittura delle liste, elaborazione di “graduatorie” tra i diversi competitori, tutti elementi che pure erano proponibili in alcuni sistemi di transizione nei primi esperimenti di circoscrizione plurinominale e che oggi sono rimasti per lo più a livello residuale.

Tutto questo non causa problemi in un modello di partecipazione politica in cui ogni elettore trova, tra i partiti che si presentano, quello che lo convince pienamente per uomini e idee, e quindi tutti votano con la stessa convinzione per quella forza politica, che sola, li rappresenta pienamente. Fermo restando che una situazione così perfetta non si è mai realizzata, sicuramente nell’“età d’oro” dei partiti di massa ci si poteva avvicinare assai più di oggi. Come ho già detto in precedenza, i grandi soggetti politici di massa rappresentavano bene la nostra società grazie a una vera e propria capacità pedagogica dei principali partiti e delle istituzioni che strutturavano il consenso attorno ad essi: attraverso tante diverse forme di coinvolgimento, di supporto, di proposta culturale, le forze politiche riuscivano soprattutto a fare in modo che i loro elettori sentissero proprio quelle esigenze ed esprimessero quelle richieste che essi erano pronti a portare alle istituzioni sotto forma di proposta politica.

Oggi vediamo bene che non è più così, che i partiti non riescono più a compiere questo lavoro, in parte magari per una carenza di classe politica adeguata alle necessità, ma essenzialmente perché non è più possibile visti i profondi mutamenti sociali che hanno caratterizzato il nostro paese nei decenni. Da almeno vent’anni il rapporto con le nostre istituzioni pubbliche e con i soggetti che in esse dovrebbero rappresentarci deve essere ricostruito pezzo per pezzo, e utilizzare uno strumento, come il proporzionale a scrutinio di lista, che presuppone partiti forti e rigidamente organizzati nell’attrazione del consenso per funzionare a dovere, è un suicidio.

Un suicidio perché nell’assenza della capacità pedagogica di cui ho parlato, che porta gli elettori ai partiti e spesso ad essi li lega, il voto al proporzionale non sarà rappresentativo nella grande maggioranza dei casi: a fronte dei pochi militanti convinti troveremo quelli che votano per il meno peggio, quelli che votano “contro qualcuno”, quelli poco convinti, quelli che sono rimasti indecisi fino all’ultimo per un’opzione o per l’altra, magari molto distanti, quelli che sono in parte d’accordo con quel partito ma non ne approvano le alleanze e quindi, la politica che sicuramente si troverà a fare, ecc. Il tutto senza che sia possibile distinguere in nulla i diversi atteggiamenti.

Un suicidio anche perché, proprio a causa dell’incapacità di distinguere quanto il voto è convinto e quanto lo è meno, il sistema proporzionale è quello che nella sostanza garantisce la maggiore continuità ai sistemi politici incapaci di funzionare, perché non li mette di fronte all’evidenza della loro inadeguatezza. La mancanza di consenso infatti non si tradurrà in mancanza di voti, perché l’astensione di massa in cui tanti sperano non si verificherà, nelle dimensioni necessarie e con la durevolezza richiesta per il collasso del sistema, per ragioni di dinamiche sociali piuttosto consolidate, e perché le forze politiche alternative a quelle classiche si aggiungeranno ad esse, acquisendo nel migliore dei casi una percentuale sufficiente a bloccare la vita istituzionale, non a guidarla.

Una situazione sistemica che ha molti parallelismi con questa era quella (e qui arrivo alla questione delle elezioni d’oltralpe) della Francia della Quarta repubblica. Una “repubblica dei partiti” in cui il peso delle grandi forze di massa era sancito da un proporzionale rigido, ma che sembrava fin da subito stare stretta in un paese caratterizzato da variegate appartenenze politiche di natura territoriale e condizionate dalle reti di conoscenza personale, e la cui capacità rappresentativa non convinceva gli osservatori più attenti. Già nel 1950, in uno dei primi studi scientifici dei sistemi elettorali, i politologi André Siegfried e Maurice Duverger mettevano in evidenza queste difficoltà, anche in questo caso andando contro luoghi comuni che, purtroppo non si sono dissolti:

Se si vuole una rappresentazione esatta delle opinioni, senza dubbio la rappresentanza proporzionale non la fornisce più fedelmente dei sistemi apparentemente più grossolani come il maggioritario. […] Sotto il regime uninominale della III Repubblica, […] si votava meno per un programma che per una tendenza, e meno per una dottrina che per un temperamento politico. [Il rapporto con ciò per cui si votava] era concreto e umano. […] L’elezione portava a scegliere delle persone, non delle astrazioni. In regime di rappresentanza proporzionale, essa perde il suo carattere individuale per divenire soprattutto una delega in favore di un partito. […] La vitalità di tutto il sistema ne risente, perché il corpo elettorale non ha più la sensazione che sia in suo potere di cambiare gli orientamenti di fondo, e si è arrivati così a una sorta di stabilità dei partiti, che per certi versi somiglia a una sclerosi.

La previsione sulle difficoltà nei rapporti istituzionali col proporzionale si è avverata alla fine degli anni Cinquanta, come tutti sappiamo, e uno degli elementi fondamentali della V Repubblica è stato appunto il ritorno all’uninominale a doppio turno. Non quello della III Repubblica con ingresso libero al ballottaggio, che portava alla disorganizzazione della vita parlamentare, ma sistema “corretto” che limitava automaticamente l’ingresso al turno finale ai candidati di maggior successo. Insieme a un consolidamento costituzionale (più di prassi che di forma) del potere dell’Esecutivo, il nuovo sistema sembra aver migliorato molto le cose, dal punto di vista della funzionalità istituzionale e possiamo accorgercene al meglio proprio ora. Vediamo di capire cosa sta succedendo cercando di mettere insieme quando sta accadendo in una elezione presidenziale (che vede, ovviamente, un solo vincitore) e nelle elezioni parlamentari, che avranno come risultato la composizione di un soggetto istituzionale collettivo e plurale negli orientamenti.

Partiamo proprio dal risultato delle minoranze. In Francia, vediamo, c’è una minoranza bella grossa, il Front National, che alle politiche potrebbe ottenere il 15-20% dei voti: col sistema elettorale francese, però invece del centinaio di deputati che il proporzionale gli garantirebbe sarà già tanto riuscire a portarne 10 a Palais Bourbon. Lasciando da parte la preoccupazione che un partito del genere può suscitare, in che modo le opinioni degli elettori possono essere rappresentate con una conformazione parlamentare del genere? Lo vediamo in questi giorni, quando non solo i gollisti, competitori del FN sul piano della conservazione, ma anche alcuni elementi del Partito socialista stanno blandendo quegli elettori sui cavalli di battaglia di Le Pen e famiglia, in vista di un ballottaggio dove il segnale arrivato ai partiti “istituzionali” è stato forte e chiaro. Se tra gli elettori di Marine Le Pen c’era chi intendeva modificare almeno in parte la linea politica dei partiti maggiori prima di votarli, ci sta riuscendo; se c’era chi intendeva protestare contro il loro immobilismo, ci sta riuscendo; se c’era chi voleva che essi prestassero attenzione a certi mal di pancia quando si parla di Europa o di ordine pubblico, ci sta riuscendo. Ogni elettore del FN sta insomma vendendo caro il proprio voto alle forze “legalitarie”.

Se invece tutta questa massa di scontenti, malpancisti, arrabbiati, votasse al proporzionale in questo modo, manderebbe all’Assemblea nazionale una valanga di deputati di cui condivideva solo in piccola parte la proposta politica, e vista la chiusura reciproca tra il FN e le forze della legalità repubblicana probabilmente avrebbe portato il Parlamento all’immobilismo, costringendolo a trovare una maggioranza di grande coalizione impostata su programmi contrapposti e incapace di decidere, fino alla scadenza elettorale successiva, quando questo immobilismo sarebbe stato imputato proprio alle forze che lo hanno dovuto subire.

Insomma, rinunciare al proporzionale ha significato che la maggioranza degli elettori (l’80% contro il 20%), che si erano pronunciati per la salvaguardia dei valori repubblicani e per il pluralismo di un’Assemblea in cui la maggioranza doveva avere programmi precisi, hanno impedito a un numero di francesi corrispondente se va bene a un quarto di loro di imporre a tutto il paese il veto permanente. È questo concetto semplicissimo che si nasconde dietro il termine “funzionalità” delle maggioranze governative.

Naturalmente, il FN ha due possibilità per arrivare a giocare un ruolo di primo piano: o porre fine alle ragioni della sua preclusione nel normale dibattito, rendendosi presentabile per il gioco di alleanze e desistenze, e quindi diventando un partito profondamente diverso dall’attuale; o mostrare che quel consenso che si è coagulato non è un fuoco di paglia, fino a diventare diretto competitore di una delle forze maggiori che si contendono il governo ed, eventualmente, a sostituirla. Altrimenti la possibilità delle minoranze di esprimersi e di candidarsi alle votazioni, finanche ottenendo una tribuna parlamentare, non è assolutamente negata, e come abbiamo visto il comportamento elettorale degli elettori del FN non sarà sprecato anche se non si dovesse eleggere nessuno, perché avrà avuto un effetto condizionante sugli altri partiti.

Perché è questo il segreto di un sistema, come quello a doppio turno, che nella “selezione naturale” tra i soggetti politici premia quelli che hanno le maggiori capacità di apprendimento e di adattamento alla società, quelli che riescono perfino a interpretare nell’arco di 15 giorni i risultati del primo turno per arrivare al meglio al secondo. Nel lungo periodo, questo crea partiti non fissati sulle loro posizioni e sul tentativo di “creare” il loro elettore ideale anche quando questa possibilità non esiste più, come rischia di succedere col proporzionale, ma partiti “mobili”, che rimodulano continuamente il loro atteggiamento per incontrare il favore di quella maggioranza assoluta dei votanti senza il cui consenso il collegio non si vince, e non si vincono le presidenziali. In questo modo, insomma, le istanze della società vengono ascoltate ed elaborate dai partiti più adeguati a farlo e ad esprimere un governo, senza che le singole forze politiche si chiudano solo sull’ascolto dei problemi e delle proposte che esse stesse esprimono, nel modo autoreferenziale che caratterizza una politica come la nostra, incapace di uscire dal corto circuito per cui le stesse entità pongono a nome della società, attraverso la loro presenza sociale, le richieste che poi che poi si troveranno a dover esaudire come strumenti di rappresentanza istituzionale.

E questa capacità di muoversi nello spazio politico con questa disinvoltura (non perfetta, sia chiaro, e che va sempre incontro a criticità, ma che non ha confronti con quanto accade qui) da dove arriva? Sicuramente dalla necessità costante di rimettersi in discussione tra un turno e l’altro, ma anche, in termini più generali, da quell’efficace strumento di selezione della classe dirigente, che noi colpevolmente abbiamo abbandonato dopo aver timidamente provato a usarlo, che è il collegio uninominale. Esso garantisce quel rapporto più diretto tra eletto ed elettori, e quella necessità del deputato di confrontarsi con gli umori della piazza a cui deve chiedere la conferma eventualmente mutando gli indirizzi della sua azione politica sulla base dei rinnovati orientamenti popolari per non rischiare brutte sorprese alle urne, che anche nel 1950 Siegfried e Duverger consideravano un indispensabile elemento di vitalità, rispetto alla delega di questo tipo di rapporti alle segreterie di partiti che anche di fronte a una drastica riduzione della loro capacità rappresentativa difficilmente avrebbero potuto prendere provvedimenti in tempi brevi. I fatti, come ho detto, hanno dato ragione ai due analisti, con il collasso di un regime che era “repubblica dei partiti” solo a metà a causa della difficoltà per tutti a rinunciare a un glorioso passato di rappresentanza individuale di collegio, e che ha saputo migliorarsi col recupero di una elezione uninominale corretta al doppio turno per evitare i pericoli di frammentazione delle assemblee e di conseguente ingovernabilità.

(sia detto per inciso, questo non significa in alcun modo ritenere che le politiche del sistema istituzionale che esce da queste elezioni siano per forza buone. Quello che conta, e che un buon sistema elettorale può offrire, è che rappresentano meglio quel che vuole la maggioranza dei cittadini: che questa maggioranza possa compiere scelte nefaste, dovrebbe essere noto, in un paese che ha fatto vincere Berlusconi tre volte)

Come nella Francia del passaggio tra IV e V Repubblica, così in un sistema come il nostro, da riformare alla radice, la soluzione per riuscire ad avere qualche risultato in questo senso può essere solo un sistema elettorale che incalzi i partiti e li costringa da un lato a una più oculata scelta degli uomini da mettere in lizza, dall’altro ad affidarsi di più a loro per evitare di perdere contatto con un elettorato che diventerebbe assai più sfuggente. I segnali di una buona riuscita dell’adozione anche da noi di un sistema uninominale modellato sul francese, tra l’altro, non mancano.

In primo luogo, secondo un’indagine del 2000 pubblicata a suo tempo sulla Rivista Italiana di Scienza Politica, allora il numero di elettori che ricordava il nome almeno del candidato che aveva votato all’uninominale alle elezioni del 1996 era superiore al 33%, e oltre il 20% motivava la sua scelta anche attraverso un confronto tra i candidati proposti, per la scelta del migliore o per lo scarto del peggiore tra i rappresentanti delle coalizioni principali. Si tratta di cifre apparentemente minoritarie, ma che in realtà rappresentano una quota decisiva per la vittoria e la sconfitta praticamente in ogni collegio, che non erano esageratamente inferiori a quelle che si riscontrano nei sistemi uninominali europei più consolidati, e che probabilmente sarebbero state destinate a salire con una maggiore interiorizzazione del sistema, con una riduzione della polarizzazione nazionale del conflitto politico imposta dalla presenza “forte” di Berlusconi, e possibilmente con un miglioramento delle forme di accountability dell’azione dei deputati attraverso aggiustamenti istituzionali.

In secondo luogo, come dimostra un’altra autorevole indagine più recente, tra i vari sistemi elettorali che abbiamo provato in questo ventennio il doppio turno usato per le amministrative si è rivelato quello che gli italiani hanno mostrato di gradire di più e di capire meglio, e (per quanto è stato possibile verificare da alcuni dati bruti non ancora sufficienti a dare una posizione univoca) sembra rivelarsi adatto alla selezione di una classe dirigente comparativamente assai migliore di quella che viene fuori dal “porcellum”.

Viene allora da chiedersi perché queste evidenze, che rappresentano un sunto di alcune delle acquisizioni dell’intenso dibattito politologico italiano degli anni 1992-2005, quando prima di una legge elettorale inventata in sede puramente politica e proposta per motivi strettamente contingenti sembrava aperta una porta di intervento degli intellettuali del settore sulle riforme istituzionali, non sono prese in considerazione ora che si sta discutendo a intermittenza di riforma elettorale. Una delle ragioni fondamentali è la stessa che avrà portato la maggioranza dei (non molti, temo) lettori che mi hanno seguito fino a qui a pensare che alcuni esempi che ho portato fossero incongrui visti gli esiti della tornata elettorale in questione: in Italia, troppo spesso consideriamo sistema elettorale “buono” quello che pensiamo possa far vincere chi vogliamo noi

COMMENTI /

Ritratto di mtre
Lun, 30/04/2012 - 10:41
mtre
La pars destruens sul sistema proporzionale ok, ma rifarsi alla V repubblica è paradossale. Fondata da de Gaulle nel '58 con quello che è stato definito un colpo di stato (e poi monarchia repubblicana, dittatura potenziale ecc.), la repubblica francese ha come sola garanzia constituzionale la cohabitation tra Assemblée Nationale e Presidente. Ora dal 2009 di fatto non esiste più e ci si trova in una sorta di dittatura del presidente che contemporaneamente è garante della costituzione, puo' scioglere l'assemblée nationale, capo delle forze armate e nomina direttamente tutti i principali dirigenti dell imprese pubbliche (France Télévision inclusa). E' un sistema privo di contropoteri, criticatissimo e che non esiste in nessun'altra democrazia occidentale, tanto che c'è da dubitare sulla sua reale democraticità (elezioni non è equivalente di democrazia). La sinistra chiede una VI repubblica da tempo e il caso del FN dimostra come questo sistemi non dia alcun potere a partiti che fanno il 20% (e tra l'altro l'esistenza stessa del FN deve molto a questo tipo di sistema). Insomma, ok, noi abbiamo una sorta di IV repubblica e non funziona, ma dire che la V repubblica è un modello ce ne passa... la democrazia rappresentativa che abbiamo noi è molto più evoluta di quella presidenzialista francese.
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Lun, 30/04/2012 - 14:12
Amariuzzo
<p>il sistema istituzionale francese fa acqua. su questo c&#39;e&#39; on line un bel paper di Ceccanti, relativo al referndum del 2002, alle sue radici storiche, ecc. Purtroppo non riesco a trovarlo adesso sul web. Resta il fatto che non ho MAI, in TUTTO il post, fatto riferimento a quel sistema&nbsp;istituzionale come a una soluzione possibile. ho parlato del sistema ELETTORALE, che non e&#39; direttamente collegato al pasticcio del semipresidenzialismo bifronte, che ha trovato uno dei critici piu&#39; precoci nello stesso Duverger.</p>
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Lun, 30/04/2012 - 14:15
Amariuzzo
http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/telescopio/0006_ceccanti.pdf eccolo, ho trovato il paper (che non mi convince del tutto sulla sua contrapposizione a Sartori, che secondo me e' piu' di parole che di fatti). comunque ribadisco che mi sono concentrato sulle dinamiche del doppio turno di collegio (con riferimenti al meccanismo delle presidenziali perche' di tratta, diciamo, di un esempio "ingrandito" di un collegio di dimensioni nazionali, ma non e' assolutamente mia intenzione importare un insieme di rapporti di potere che, al di la' di una prassi sempre fragile, creerebbe conflitti di competenza e vuoti di legittimita' e di controllo tutti i giorni)
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Lun, 30/04/2012 - 14:22
Amariuzzo
ho scritto due commenti che risultano dispersi... comunque, dicevo che sulla questione istituzionale francese condivido le critiche che Ceccanti espone in questo paper sulla riforma del 2002 e sulle sue origini storiche http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/telescopio/0006_ceccanti.pdf (anche se non mi convince del tutto sulla sua contrapposizione a Sartori). Per quanto mi riguarda, poi, sono ancora convinto che aver messo una pezza in quel modo non risolva una situazione che, al di la' di prassi assai opache, crea conflitti di competenza e vuoti di responsabilita' e di controllo in ogni momento, in un pasticcio assurdo di un sistema bifronte da cui non ci si riesce a liberare. ma tra i maggiori critici della situazione c'era e c'e' tuttora, non a caso, lo stesso Duverger. io ho preso in considerazione solo il sistema elettorale, che in alcun modo legittima ne' e' direttamente incorporato negli elementi piu' critici della costituzione della V repubblica, ma che rispetto al proporzionale della IV garantisce quanto ho detto, che poi e' quanto ha detto Duverger proprio nella sua critica alla Costituzione sviluppatasi a piu' riprese tra 1958 e primi anni Sessanta.
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Lun, 30/04/2012 - 14:26
Amariuzzo
qui i commenti continuano a sparire non appena cambio pagina. boh, riappariranno. mi sono stufato di riscriverli, visto anche che la replica qui sopra non tocca direttamente quello di cui parlavo
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Ritratto di Brunello.Mantelli
Lun, 30/04/2012 - 14:59
Brunello.Mantelli
Tre considerazioni: a) nell'assoluta maggioranza dei paesi dell'UE vige il sistema proporzionale. Ciò vorrà ben dir qualcosa, no? b) il proprzionale vigente nella BRD mi pare funzioni bene, no? Perché non adottarlo in toto? c) il sistema istitutzionale francese è pericolosissimo, perché richiede SEMPRE presidenti della repubblica di forte virtù repubblicana. Ve l'immaginate cosa sarebbe successo in Italia con Berlusconi al posto di De Gaulle/Pompidou/Giscard/Mitterrand/Chirac/Sarkosy? Estote parati, diceva il Vangelo!
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Lun, 30/04/2012 - 16:01
Amariuzzo
Ciao Brunello, sulla terza questione ho gia' detto di trovarmi d'accordo con certe diffidenze (e con altre). c'e' anche pero' da dire che gli ultimi due della serie a me sembrano un livello appena sopra Berlusconi come qualita' umane, onesta' personale e capacita' politiche, e hanno comunque fatto meno danni di lui. sulle prime due, osservo un paio di cose: 1) pur non potendo analizzare caso per caso, il fatto che certi (anche molti) paesi abbiano a disposizione i soggetti politici adeguati a far funzionare un sistema proporzionale (e mi sono espresso su quali caratteristiche dovrebbero avere) non significa che li abbiamo a disposizione noi. come dicevo, tutta la mia proposta parte dalla necessita' di scardinare alcune forme di rappresentanza sclerotizzate pr cercare di iniettare nuova linfa. non e' detto che ovunque ce ne sia bisogno. qui secondo me si'. 2) nei due paesi piu' grandi (comparabili all'Italia per dimensioni, diciamo cosi' per dirla spiccia) in cui c'e' il proporzionale, si e' proposto da una parte un sistema che comunque usa il collegio uninominale pr selezionare meta' dei parlamentari e poi interviene sui risultati con dei limiti, da un'altra, la Spagna, un sistema che quasi non si puo' definire proporzionale, perche' l'ampiezza dei collegi la ricollega ai sistemi a circoscrizione plurinominali classici come il voto singolo trasferibile e il voto limitato. in entrambi i casi, soprattutto in questo secondo, si ha un paradosso di usare un sistema proporzionale nei fatti evitando accuratamente che il risultato rispetti le proporzioni. a quel punto, secondo me, il passo per l'abbandono anche degli ultimi orpelli dello scrutinio di lista per un sistema che, a quanto ho cercato di spiegare, puo' comunque garantire una buona funzionalita' anche nella rappresentanza delle opinioni piu' complesse, non sarebbe tanto lungo. 3) e' vero che in tanti paesi europei si usano diverse forme di proporzionale, ma in molti casi si tratta di situazioni in cui si e' avuto, per tante ragioni che tutti ben conosciamo, uno sviluppo consensuale e non competitivo dei rapporti tra le forze politiche (lasciami andare per modelli generali altrimenti non ne esco piu'), ovvero quella situazione di stallo permanente da cui noi stiamo cercando di uscire da anni, secondo me con ragione, e che spesso porta anche le istituzioni di quei paesi a non funzionare affato (il belgio e' l'esempio da manuale). poi, detto questo, ognuno ha i suoi orientamenti. a me premeva, innanzi tutto, chiarire che accettare il proporzionale come DI PER SE' "giusto" nella capacita' rappresentativa, senza ulteriori speciricazioni, non e' corretto,e che quindi lo spostamento verso il maggioritario non rappresenta, sempre e comunque, un sacrificio di rappresentativita' in nome della funzionalita' (come se, peraltro, i due concetti fossero cosi' facilmente separabili).
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Ritratto di mtre
Lun, 30/04/2012 - 16:51
mtre
Ok, grazie dei chiarimenti, la distinzione tra sistema elettorale e istituzionale mi convince. Leggero' il paper che hai indicato.
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