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di Andrea Mariuzzo

Numero chiuso all'università: forse un mezzo utile, ma per quale fine?

Blog post del 21/04/2012

Anche se tra chi non deve affrontare le prove di ammissione ormai se ne parla sempre meno, e si accettano certi ordinamenti quasi come un fatto naturale, l’ingresso a numero chiuso rappresenta una realtà sempre più comune in buona parte delle facoltà delle università pubbliche. Prevista prima in alcuni casi particolari, e poi introdotta a livello nazionale nel 1997 per i corsi di laurea della facoltà di Medicina nell’ambito della ristrutturazione del comparto secondo gli standard europei, la pratica della selezione pregressa degli studenti è divenuta applicabile dal 1999 a tutti i corsi di laurea per cui le sedi accademiche la ritengono opportuna sulla base delle possibilità di offerta didattica, tecnica e logistica.

Anche per la programmazione del numero di immatricolazioni, insomma, è stata lasciata ampia autonomia alle sedi, e il risultato è la classica situazione italiana “a macchia di leopardo”, tra motivazioni divergenti e non sempre convincenti, travasi di studenti da corsi sbarrati ad altri lasciati strategicamente “aperti” che diventano poco più che valvole di scarico per non perdere gli introiti delle tasse offrendo in cambio ben poco, e situazioni in cui gli stessi corsi di laurea, in condizioni strutturali simili, hanno regolamentazioni diverse, provocando evidenti disparità di trattamento.

Le prospettive di soluzione nell’opinione pubblica sembrano ormai essersi radicalizzate. Da un lato voci autorevoli propongono una generalizzazione del modello di numero chiuso nazionale per tutte le facoltà che producono un sovrannumero di laureati rispetto alle esigenze del mercato, guardando proprio alle facoltà di Medicina come a un modello di capacità di garantire ai laureati un posto di lavoro pertinente al loro percorso. Dall’altro si contesta addirittura la costituzionalità del numero chiuso all’ingresso, che impedirebbe il diritto allo studio.

In questo dibattito mi sembra che sfuggano completamente due elementi: in primo luogo si riduce al “sì o no” un dibattito che dovrebbe allargarsi a che tipo di selezione effettuare; poi, si dimentica che per decidere dell’adeguatezza di uno strumento, quale il numero chiuso è, occorre valutare quali sono i fini da raggiungere. Quale idea di università si vuole promuovere dietro questi interventi? Quali risultati si vogliono ottenere? A quali “effetti collaterali” invece potrebbe portare una decisione maldestra? Vediamo di circostanziare meglio alcune questioni, per dare poi una risposta.

Sgombriamo il campo dall’idea della presunta incostituzionalità che, come ho visto in altre discussioni, spesso viene sbandierata quando si parla di razionalizzazione del sistema formativo e di ricerca: l’art. 34 della Costituzione infatti garantisce l’accesso “ai gradi più alti degli studi” ai “capaci e meritevoli”. Non che io consideri questo articolo il più riuscito della Carta per altri suoi aspetti (magari qualche volta spiegherò perché), ma in questo caso parla chiaro: l’università non è scuola dell’obbligo, e il fatto che nessuno possa esserne precluso a priori non significa che non si possano applicare filtri legati alla capacità e al merito.

La questione che sorge è, caso mai: la selezione in entrata delle università italiane individua gli aspiranti universitari più preparati e promettenti? Posto che non esiste una determinazione teoricamente assoluta del merito, capace cioè di individuare il mix ottimale di talento e impegno e di prevedere chi sarà in grado di mantenere effettivamente le sue promesse nel futuro, i sistemi più frequentemente adottati in Italia sembrano piuttosto scadenti in primo luogo perché intimamente contraddittori. Nel caso delle facoltà di Medicina, la selezione dove i numeri sono più grandi e maggiore è il livello di coordinazione, il fatto che il concorso sia nazionale ma le graduatorie locali (o al limite in sedi consorziate) esclude candidati che sarebbero stati ammessi semplicemente iscrivendosi da un’altra parte, e che quindi il sistema di valutazione prescelto considera idonei.

A parte questo, e anche al di là di tutti i dubbi sull’organizzazione e sul controllo per evitare azioni illecite, il modello del test chiuso, unico e “secco”, che non tenga conto praticamente di null’altro, è sempre poco convincente, e di conseguenza poco praticato in condizioni che vogliano essere di selezione “strutturale” e non di semplice emergenza. Tanto per prendere due esempi tra loro profondamente diversi di numero programmato, in Germania (dove l’accesso è chiuso praticamente per tutti i corsi di studio) si ottengono precedenze e immediati successi nelle liste d’attesa per l’accesso agli atenei se si sono superati gli esami finali delle scuole superiori con valutazioni che li collocavano nel “top 20%” all’istituto di appartenenza, mentre in altri paesi europei l’entrata ai corsi di Medicina avviene dopo un periodo di studio svolto nei corsi di Biologia e di Scienze naturali, a numero aperto, sulla base del curriculum scolastico e accademico pregresso dei richiedenti. In entrambi i casi, insomma, il tentativo è quello di diluire nel corso del tempo la costruzione del profilo studentesco che verrà considerato per l’ammissione a corsi particolarmente ambiti, in modo da minimizzare gli effetti casuali di una prova unica estremamente fredda e burocratica. In Italia, invece, si ha l’impressione che il test d’ingresso serva a tutte le componenti del sistema, licei, università e finanche studenti (che aggirano l’incertezza della facoltà da seguire iscrivendosi “dove li prendono”), perché su di esso si scarica la responsabilità di scelte, inclusioni ed esclusioni che invece dovrebbero avere un’origine ben più complessa, e partire dalla richiesta di scuole più attrezzate alla preparazione per l’università, da un sistema di verifica finale della preparazione più omogeneo, da un migliore coordinamento tra facoltà e corsi di laurea, da un più deciso impegno nell’orientamento degli studenti.

Ma quand’anche le sue modalità fossero tecnicamente più convincenti, l’applicazione del numero chiuso resterebbe comunque uno strumento che deve essere valutato sulla base degli obiettivi di fondo. E quasi mai gli obiettivi che nel nostro paese hanno portato alla programmazione delle ammissioni all’università sono stati condivisibili, oggi come nel passato.

Storicamente, infatti, la selezione delle immatricolazioni in Italia è considerata un modo legittimo per aggirare l’ostacolo dei necessari adeguamenti della vita universitaria allo sviluppo sociale, fermandone nel tempo le dinamiche e le strutture invece di contribuire al difficile compito di evolverle. Del resto si era già cominciato a parlare di numerus clausus nella seconda metà degli anni Trenta: la riforma Gentile del 1923, un insieme di provvedimenti che limitava drasticamente l’accesso all’università attraverso una rigorosa selezione che iniziava subito dopo le elementari e la rigida chiusura agli studi superiori per interi corsi di studio professionalizzanti, era stata snaturata per venire incontro al dinamismo sociale degli anni Venti, e con la crisi del decennio successivo vedeva un’università troppo frequentata rispetto alle capacità di assorbimento di un sistema economico in affanno e incapace di impartire una formazione realmente adeguata a ripristinare la crescita economica. La crescita impetuosa del secondo dopoguerra ha poi mascherato i problemi di adeguatezza dell’accademia italiana a un paese ormai entrato nel novero di quelli pienamente sviluppati dal punto di vista socio-economico, che così non sono mai stati affrontati in modo organico, e non è un caso che con il brusco rallentamento degli anni Ottanta-Novanta il dibattito sul tema si sia scoperto al livello a cui era stato lasciato negli anni Trenta. Resta però il fatto che l’economia di un paese sviluppato non può che essere basata sulla conoscenza, che le competenze diffuse di cui c’è bisogno per sperare di consolidare una vita produttiva all’altezza si possono ottenere con l’ampliamento dell’accesso all’università e non certo con la sua restrizione, e che la perpetuazione di una formazione superiore d’élite in cui il sudato “pezzo di carta” è garanzia di far parte della “classe dirigente” è il miglior modo per farci restare il paese di ignoranti benestanti che ad ogni colpo di tosse del sistema economico internazionale rimane a brache calate e non sa che pesci prendere.

Sempre su questa lunghezza d’onda, forse con una parvenza di maggiore raffinatezza intellettuale, si pone chi guarda al numero chiuso come al miglior modo per trasformare alcuni corsi di laurea “critici” in profezie che si autoavverano. Il numero delle “matricole” di Medicina è deciso in base al fabbisogno presunto di medici nel Sistema sanitario nazionale al momento dell’uscita; la riforma dei ruoli per l’insegnamento secondario prevede una laurea specialistica abilitante a numero programmato sulla base del fabbisogno di docenti, e chi più ne ha più ne metta, in una pianificazione da Gosplan del rapporto tra materia prima e prodotto finito, con buona pace della sana competizione, del libero mercato della conoscenza e di una flessibilità che può funzionare soltanto se non si incatena lo sviluppo delle competenze a un’unica professione. Bisognerà aspettare ancora qualche anno per valutare se i medici che hanno passato il numero chiuso saranno migliori o peggiori di quelli che hanno sostituito; già ora per ognuno che non riesce a laurearsi si crea un problema di carenza di personale qualificato in un settore dove l’elevata capacità professionale dovrebbe essere tutto, e in cui anche competenze mediocri, inadeguate al ruolo di medico, sono comunque spendibili in lavori impiegatizi, di rappresentanza di prodotti clinici, ecc. Questo discorso è tanto più vero in percorsi formativi assai meno decisamente legati a un solo ambito professionale, dove la vera differenza si potrebbe fare migliorando e rendendo più versatili i titoli acquisiti, non certo scaricando su una (sempre discutibile, come ho detto prima) prova di ammissione la propria incapacità a formare personale intellettualmente preparato e vivace, o quella del mondo del lavoro a riconoscere i risultati ottenuti nella presentazione di capitale umano di qualità.

Ma in quali casi, quindi, potrebbe essere legittimo l’utilizzo di una ammissione a numero programmato non vigliacca e ben calibrata? Da questo punto di vista aveva mostrato di avere già idee perfettamente condivisibili nel 2001 Giuseppe Ricuperati, uno dei massimi studiosi di storia della nostra università, nell’editoriale degli Annali CISUI in cui commentava i progetti di riforma allora in opera:

è vero che esiste il diritto allo studio, ma questo è autenticamente garantito solo quando il rapporto fra le offerte formative di un'istituzione e il numero di iscritti è compatibile. Non si realizza in alcun modo quando un qualsiasi processo (moda, attenzione dei media, novità, esigenze esistenziali) orienta in modo troppo massiccio verso una facoltà un numero di studenti assolutamente incompatibile con le sue strutture didattiche. Né si può pensare di aumentare elasticamente ed immediatamente l'offerta didattica, reclutando sul momento nuovi docenti, sia perché questo va a scapito della qualità, sia perché spesso si tratta di fenomeni transitori. In questo senso Ministero e Parlamento devono trovare una soluzione razionale che consenta alle facoltà e ai corsi di laurea di accettare studenti fino al compimento del massimo dell'offerta didattica compatibile con un funzionamento efficace, senza inventare fisarmoniche didattiche che un anno seguono una disciplina e un anno un'altra. Solo quando per qualche tempo la domanda didattica si solidifica si ha il diritto di rispondervi con la moltiplicazione razionale delle docenze. Ma questo non può né svolgersi all'infinito, né punire le discipline specialistiche a scapito di quelle istituzionali. In questo senso le risposte da sviluppare sono quelle dell'utilizzazione generalista e specialista di tutti i docenti, senza eccezioni, in modo che i compiti non siano troppo differenziati, ma all'interno di un numero programmato che consenta la piena realizzazione del diritto allo studio. Un problema collaterale è quello della capacità di orientare le domande di iscrizione, per evitare che alcuni settori restino troppo sguarniti ed altri troppo frequentati, con uno sbilancio che nel futuro non mancherebbe di avere conseguenze sociali rilevanti [...].

In parole povere, si può pensare di usare il numero chiuso, eventualmente insieme ad altri strumenti “in positivo” come le borse di studio differenziate, le agevolazioni nella tassazione, ecc.:

  1. per adeguare, nel breve periodo, l’accoglienza alle effettive capacità di formazione delle sedi, soprattutto per quelle facoltà che richiedono strutture dispendiose per esercitazioni pratiche e di laboratorio. Questo, comunque, sempre nell’ottica di un adeguamento graduale ed equilibrato alle necessità di accesso alla cultura che la società mostra attraverso la pressione dei suoi giovani per entrare negli atenei;
  2. per orientare gli studenti verso corsi di studi più richiesti dal mercato del lavoro e/o ritenuti, almeno in via contingente, più adeguati alle necessità di training attuali, rendendone più semplice l’accesso e drenando su essi un maggiore investimento;
  3. per differenziare gli obiettivi e l’offerta didattica delle varie sedi, dirigendo gli studenti verso gli atenei ritenuti idonei a sviluppare in modo più massiccio determinati percorsi di studio ed evitando che essi continuino a mantenere in vita corsi di laurea presenti in istituti dove quelle aree di attività non hanno attecchito.

Detto ancora più in sintesi, la selezione degli iscritti in entrata può essere uno degli strumenti per dare applicazione in modo più fluido e più rapido a precise scelte di politica universitaria. Non deve mai, in nessun caso, essere usato come il surrogato per queste scelte, quando nessuno degli attori coinvolti vuole prendersi la responsabilità di farle.

COMMENTI /

Ritratto di Anonimo
Sab, 21/04/2012 - 20:54
Il numero chiuso è necessario laddove sia previsto un tirocinio strutturato degno di tale nome.
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Ritratto di gaudio
Sab, 21/04/2012 - 20:54
gaudio
Il numero chiuso è necessario laddove sia previsto un tirocinio strutturato degno di tale nome.
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Ritratto di Andrea Mariuzzo
Gio, 03/05/2012 - 04:38
Amariuzzo
per il tirocinio, appunto
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