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Blog a più mani

Partire dalla società, non dalla politica

Blog post del 14/06/2012
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Massimo Famularo ha scritto un commento ai miei due precedenti post sui movimenti liberali.

Riassumendo:

  1. Occorre un partito (liberale) per passare dalle discussioni astratte alla politica vera. Non mancano le idee né i talenti, manca un'organizzazione.
  2. Un partito liberale deve basarsi su un gruppo di saggi che formuli un programma, una decina di testimonial per avere visibilità mediatica, e una ventina di attivisti.
  3. Il blocco sociale dei reazionari che vivono di rendite politiche rappresenta non la maggioranza assoluta, ma quella qualificata, degli italiani.

Vero, purtroppo.

Ho però un po’ di commenti sparsi da fare.

  1. Il focus sulla politica fa dimenticare che ciò che rende peculiare l’Italia non è lo stato onnipresente, una costante globale da ormai un secolo, ma la debolezza degli anticorpi contro l’invadenza del potere. Finché la società italiana non imparerà a non chinare il capo non ci sarà nessuna ‘nuova politica’: la battaglia è culturale e morale.
  2. La mancanza di capacità organizzativa è legata anche alla mancanza di leadership: attivare le potenzialità, produrre entusiasmo, indirizzare gli sforzi, fornire una cornice istituzionale ed intellettuale. Per questo parlavo di M. L. King.
  3. Se un partito liberale in grado di mobilitare il consenso  di quel quarto della popolazione italiana che ‘manda avanti la baracca’ si farà mai, non sarà con venti attivisti: ne servono centinaia. Se agli italiani manca la capacità di organizzarsi e farsi rispettare è necessario che il ‘movimento’ sia radicato, che si impari a ‘fare squadra’, e si sviluppi ‘coscienza di classe’.
  4. Il liberalismo è sempre stato elitario: non ha mai giocato nella ‘politica di massa’ del XX Secolo. L’unico autore liberale che ha parlato positivamente della massa non sapeva nemmeno di essere tale: Eric Hoffer. Spesso i liberali sembrano aderire ai ‘presupposti di Harvey Road’ di Keynes, secondo cui è sufficiente che lo stato sia ben ‘consigliato’ da esperti. Il problema in Italia è la madre che telefona ad un assessore per raccomandare il figlio: non riguarda una ristretta "élite": è tutto il paese che non va, e deve ‘rigenerarsi’.
  5. Qualunque cosa si faccia, servirà almeno un decennio. Niente nasce dal nulla, neanche Bossi e Grillo. Potremmo chiederci se possiamo permetterci di aspettare così a lungo, ma la risposta l’ha data TINA.
  6. Dubito che esista un programma liberale già pronto. Le idee ci sono, ma sono generiche. Dire di voler "tagliare la spesa" non significa sapere dove mettere le mani. E le decine di proposte a riguardo che conosco si sono già perse nei meandri della rete...

Sulla come la democrazia rappresenta gli interessi sociali - domanda fondamentale per capire le prospettive di una politica liberale - e come i movimenti di massa possono far uscire una società dal declino ci sono molte altre cose da dire. È ora che se ne discuta, con l’idea di imparare dagli errori che finora hanno garantito ai liberali la totale ininfluenza.

Insomma, alla fine un partito toccherà farlo. Ma non pensiamo di risolvere i problemi della politica con la politica: è dalla società che occorre partire.

Pietro Monsurrò

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COMMENTI /

Ritratto di lorenzo c
Ven, 15/06/2012 - 01:02
lorenzo c
Ho letto gli articoli di Monsurrò, la replica di Famularo e la controreplica di Monsurrò. Trovo il dibattito interessante. Provo a scrivere qualche considerazione che possa risultare utile per allargare la discussione. Sono solo considerazioni in libertà! Insomma, spero di non offendere nessuno. Scusatemi in anticipo per la prolissità. 1.In primo luogo, non vogliatemene, noto un po' di autoreferenzialità. Capisco che il blog è a più mani e immagino che di queste tematiche discutiate da tempo. Ma sinceramente, come lettore esterno, faccio un po' fatica a capire il dibattito e i temi di fondo della discussione. O meglio, li capisco, direi, perchè conosco alcuni dei riferimenti culturali sparsi qua e là, ciononostante talvolta mi sfugge il senso più ampio del discorso. Preciso il mio argomento nel secondo punto. 2. Penso che i problemi derivino dal fatto che non si capisce bene di che liberalismo stiate parlando. E' evidente (anche dalle vostre biografie qui a fianco) che i modelli sono Einaudi, Leoni, Hayek, (non conosco il sopra citato Eric Hoffer invece) etc. Però questi sono padri fondatori del liberalismo. E, tra l'altro, spesso pensatori con un'impostazione economica. Mentre qui si sta parlando di fondare un partito. E arrivo al punto: il vostro obiettivo è risuscitare il PLI? Perché se questa fosse la missione finale, beh, ragazzi, l'impresa si fa dura. Non c'è bisogno di scomodare molti manuali di storia per scoprire che il PLI è morto a causa della completa incapacità di raccogliere aderenti (o forse è ancora vivo? Ma questo non sposta di molto il problema). Se così fosse, la domanda da porsi allora sarebbe: pensate che la situazione sia cambiata e che ora un partito liberale potrebbe sfondare? 3. Credo invece, da un po' delle cose che ho letto, che l' "urgenza intellettuale" che anima molti di voi sia la constatazione, banale ma sacrosanta, che la cultura politica italiana è carente nei rudimenti base di rispetto della società civile, è impregnata di nepotismo, manca degli anticorpi per difendersi da uno stato malfunzionante e corrotto. Ma qui, secondo me, sta il punto: davvero un "nuovo PLI" è un buon mezzo per combattere questi mali? Io ho come l'impressione che il problema non sia capire quanti anni ci vuole a costruire quella cosa lì. Piuttosto, mi sembra che il problema sia teorico. Il liberalismo, da solo, fa poca strada. Temo che non esista paese in alcuna democrazia occidentale che abbia un partito PURAMENTE liberale che prende percentuali come si deve. Sono tendenzialmente favorevole a ricette di natura liberale e penso che l'Italia abbia bisogno come il pane di una cultura politica più forte (che una forte ispirazione liberale saprebbe fornire). Sono scettico, d'altro canto, sul fatto che un partito liberale potrebbe mutare lo scenario in qualche modo. 4. E concludo: personalmente intendo il liberalismo come un ideale dai contorni piuttosto imprecisi, al cui centro sta la difesa del diritto delle persone di avere uguali diritto e possibilità di vivere una vita degna, d'accordo con le loro inclinazioni e le loro idee. Penso che in questa prospettiva il dibattito e il lavoro che portate avanti sia importantissimo. D'altro canto, penso che diventi fondamentale nel momento in cui riesce ad avere la maggiore diffusione e partecipazione. A quel punto diventerebbe davvero un operazione dallo spesso POLITICO rilevantissimo.
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Ritratto di Mercato e Libertà
Ven, 15/06/2012 - 10:02
Mliberta
Non si preoccupi con l'offendere qualcuno. Normalmente ci penso io ad esprimermi in maniera troppo irruenta e sincera. 2) Io come si evince da quanto scrivo sono molto poco partitico, capisco l'importanza di avere un'organizzazione fissa, ma quel che manca, secondo me, è una società che voglia uscire dal suo ormai pluridecennale declino. Il PLI esiste ancora. Secondo me c'è un 20-25% dell'elettorato potenzialmente interessato a temi liberali, almeno quelli economici (dubito che con tutti i cattolici che ci sono tra i moderati saranno favorevoli alle libertà personali). Finora hanno mostrato un'insipienza politica senza pari ad andar dietro a Bossi, Berlusconi e occasionalmente (meritoriamente!) l'astensione. Però questi blocchi sociali esistono, e sono la parte trainante dell'economia. Purtroppo la 'borghesia' italiana vuole sempre farsi 'aristocrazia' e dunque non dice mai no ai privilegi e ai compromessi con l'apparato statale. Il servilismo è il collante del paese, da nord a sud, dai giovani agli anziani. 3) E' vero. E' un tema che ripeto da tempo. Il liberalismo è qualcosa di diverso da un movimento politico, è una dottrina del rapporto tra società e stato. Non è né destra né sinistra, e male convive in un discorso politico dove l'unico problema rimasto è come usare il potere dello stato, e non quando potere avere. Il liberalismo del resto è precedente al totalitarismo e al collettivismo, ed era già morto quando queste dottrine hanno rivoluzionato il mondo nel XX secolo. 4) Esattamente quello che dico. Basta con l'elitismo liberale, come basta con l'intellettualismo liberale.
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Ritratto di Francesco Scolamiero
Ven, 15/06/2012 - 19:13
Francesco Scolamiero
Ho letto i suoi ultimi post e un po' tutti tornano sul punto fondamentale della strategia, concordo con questa impostazione e mi permetto alcune osservazioni. Premetto che semplificherò molto ma lo spazio è poco. Il movimento liberale per certi versi fa, involontariamente, l'errore di seguire Nanni Moretti che in un comizio disse 'D'Alema dì qualcosa di sinistra'. Infatti secondo me D'Alema e tanti altri di cose di sinistra ne hanno dette tantissime, pure troppe, ma mai hanno fornito un esempio concreto, del tipo noi vogliamo 'equità, giustizia, ecc cioè vogliamo essere come la Svezia certo con le particolarità italiane ma tendenzialmente così", invece fin dai tempi del PCI ma anche dopo la Svolta ancora a girare sulle parole. Qualcuno dopo tanti anni ha capito che specie di Stato hanno in mente? Passando ai liberali, se ci fermiamo solo alle parole meno tasse, meno Stato, ecc quasi tutti fanno, sbagliando anche, 2+2, 'liberale? ah tu sei un Chigago-boys, in pratica un affamatore di popoli". Sentivo parlare di PLI, ma nell'immaginario collettivo questo è sempre stato visto come un circolo di élite non ha mai fatto presa sulla gente. Dovremmo essere più concreti. Faccio un esempio, dovremmo combattere la diceria che ridurre la spesa pubblica necessariamente significa 'macelleria sociale', anzi io credo che dalle amministrazioni centrali fino all'ultimo comune tagli del 5% si possono fare tranquillamente senza pregiudicare i servizi sociali. Spiegando inoltre che se gli amministratori locali si oppongo, parlando di macelleria sociale è perché la parte da tagliare riguarda la zona grigia di clientele che si assottiglierebbe. L'altra sera c'era l'intervento di Giannino a La 7, nel particolare si parlava di SPV per il patrimonio pubblico, ecco io che ci lavoro in questo campo capisco di cosa si parla, ma gli altri è facile portarli sul discorso dei disastri SCIP 1 e SCIP 2 o Immobiliare Italia o vogliono vendere il Colosseo. Da queste brevi considerazioni ecco il mio spunto per la 'strategia', bisogna partire dalle realtà locali, bisogna partire dai comuni. Bisogna riuscire a conquistare le amministrazioni locali per dimostrare cosa in concreto intendiamo per meno spesa pubblica pur mantenendo un certo livello di welfare se non addirittura aumentandolo. Io da romano, esco fuori di testa, per quanto il Comune potrebbe dare ai cittadini spendendo un terzo di meno. Creando al tempo stesso un network fra amministrazioni locali per poi passare al livello superiore, una specie di M5S. La differenza è che rispetto a quest'ultimo, secondo me, noi il programma ce lo abbiamo già, si tratta solo di collazionarlo, partendo da Einaudi per arrivare all'IBL al La Voce, ecc. Avendo dimostrato in concreto la bontà delle nostre ricette sarà più facile passare a livello nazionale e toglierci quelle etichette di 'affamatori di popoli', a quel punto forse riusciremo a convincere sempre più soggetti che forse è il caso di provare a invertire la tendenza, forse spendere meno e spendere meglio conviene a tutti e avremmo anche degli esempi concreti da presentare tipo 'avete visto in quella città....". A quel punto anche i cosiddetti testimonial, che potenzialmente già ci sono, sarebbero supportati da esempi concreti e resi più credibili. Scusa la lunghezza del commento, spero in un prossimo incontro tipo quello del 9 per andare a sentire
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Ritratto di Anonimo
Dom, 17/06/2012 - 20:13
Vorrei dire a tutti gli interlocutori di questo Blog che un partito come quello auspicato c’è già, ed è il PLI, che, almeno a partire dal 2008, in assoluta solitudine, ha evidenziato i difetti del bipolarismo muscolare italiano (quando tutti, a dx ed a sx, ne esaltavano i presunti pregi), si è presentato fuori dai poli alle elezioni del 2008, ha celebrato i suoi congressi nazionali, prima nel 2008 e da ultimo, nel marzo del 2012, di volta in volta resistendo agli assalti di chi voleva satellizzarlo rispetto ad altri partiti, e si propone oggi come il perno di una Costituente dei liberali, non solo di quelli della diaspora del passato ma soprattutto delle giovani generazioni che sono portatori di una nuova domanda di liberalismo, basato sul merito e sull’eguaglianza delle opportunità. E tuttavia, sempre nella consapevolezza che la cultura liberale in Italia, per ragioni storiche su cui qui non posso soffermarmi, è sempre stata e tuttora è minoritaria, e quindi senza coltivare l’illusione del partito liberale di massa, che in passato molti di noi (per la verità, non io) hanno coltivato per poi essere smentiti dalla dura realtà. Riporto qui di seguito la mozione “Liberali per l’Italia del Futuro”, approvata dall’ultimo Congresso nazionale, scusandomi per la dimensione del documento, certamente eccedente quella di un semplice commento. “PARTITO LIBERALE ITALIANO XXVIII CONGRESSO NAZIONALE (VI DALLA RIFONDAZIONE) Roma 23-25 marzo 2012 MOZIONE “LIBERALI PER L’ITALIA DEL FUTURO 1) Il XXVIII Congresso Nazionale del PLI del febbraio 2009 aveva sancito la scelta autonoma del Partito, in un contesto politico caratterizzato da un brutale bipolarismo, che sembrava pronto a trasformarsi in bipartitismo, sull’onda montante di una proposta referendaria del 2009, poi bocciata dall’elettorato, anche col concorso dei liberali. Il contesto era allora scoraggiante, ma il PLI aveva visto prima degli altri le evidenze che molti si ostinavano a non voler notare, ossessionati dai “mantra” della governabilità e del voto utile. In quello scenario di “partiti senza idee”, largamente presenti nelle Istituzioni, e di “idee senza partito”, presenti nella società ma escluse dal paese legale, i Liberali seppero vedere le crepe di un edificio tanto maestoso quanto fragile, perché eretto sulle fondamenta dei personalismi e della virtualità mediatica. Quella scelta, che poteva apparire velleitaria, aveva una solida ragion d’essere: il PLI non poteva avere alcun atteggiamento di prossimità rispetto a “poli” costruiti essenzialmente in chiave padronale, ovvero, per converso, in chiave di mera contrapposizione all’avversario. Oggi possiamo sostenere, alla luce dei fatti, che quella scelta fu giusta. Essa fu fatta per una fondamentale ragione concettuale ed esistenziale: i Liberali ritenevano e ritengono che in politica l’asse cartesiano di riferimento è costituito dalle idee, non dalla loro collocazione topografica e, ancora meno, dagli uomini che le propugnano. Il PLI agisce in base ai principi, la cui applicazione, a seconda delle circostanze, può essere declinata come progressista o come conservatrice, senza tuttavia irrigidirsi nelle prigioni geometriche ed intellettuali del “continuum” destra-sinistra. Nel contesto di allora, essere autonomi significò scegliere di essere “soli”, perché l’aggregazione ad uno di quei poli non avrebbe portato ad una loro conversione liberale, ma piuttosto alla sparizione dell’ultimo soggetto liberale identitario che osava rivendicare la propria autonomia. Non vi era allora l’atmosfera politica, oggi invece presente nella società: e cioè l’esistenza di una sensibilità alternativa alla polarizzazione e di un’area centrale che finalmente tende a rappresentarla. Se n’è avuta la prova in occasione della raccolta delle firme per il referendum abrogativo dell’attuale indecorosa legge elettorale; il PLI vi si è impegnato al massimo delle sue possibilità, guadagnandosi il rispetto delle altre componenti referendarie, mentre la pronunzia negativa della Corte Costituzionale non ha raffreddato, semmai ha rafforzato, la necessità della riforma elettorale, che i liberali ritengono debba essere indirizzata verso un sistema massimamente compatibile con la volontà manifestata da tantissimi cittadini. Insieme alla spinta verso il cambiamento del sistema che presiede alla rappresentanza, si avverte oggi nel Paese una forte voglia di liberalismo, che è insieme voglia di meritocrazia e legalità; in questa prospettiva il PLI avverte il dovere cogente di cogliere questa spinta popolare e di lavorare alla costruzione di un polo liberale, laico, riformatore, europeista ed autonomista per la costruzione in Italia di una vera “Società Aperta” per il XXI secolo, ed intende farlo in sintonia con quella parte della società civile che appare disponibile a traghettare l’Italia verso una nuova modernità istituzionale, difendendo il supremo valore dell’unità nazionale dalla linea avanzata delle riforme civili, sociali ed economiche, piuttosto che dalla sterile trincea della nostalgia retorica del passato o della conservazione del presente. 2) I liberali sono i primi difensori della sussidiarietà verticale ed orizzontale, dell’autonomia politica delle comunità locali e delle formazioni sociali, essendo convinti che il presupposto della libertà di ogni individuo e di ogni comunità è l’autonomia, senza di che può aversi solo una libertà concessa da altri, che, proprio per questo, non è Libertà. Il modo migliore per affermare il principio dello Stato minimo, salvaguardando l’unità del Paese ma anche preservando il diritto naturale di tutte le comunità di autoregolarsi, è quello di promuovere il modello di una forte autonomia regionale, capace di valorizzare le peculiarità culturali locali, consapevoli che non vi è libertà quando il centralismo mortifica la ricchezza di quelle diversità che hanno reso la cultura italiana grande nel mondo. Il modello regionale, che oggi appare preferibile, non può però debordare in artificiali strutture sovra regionali, che essendo prive di un retroterra storico e culturale, nessun altro scopo potrebbero perseguire che quello di mettere in discussione il valore dell’unità nazionale, tanto più necessaria nel momento in cui i governi ed popoli dell’Europa sono impegnati a dare concretezza al sogno dell’unità del continente. 3) Nessuna società moderna può prescindere da un sistema giudiziario rapido e giusto, che, mentre sfrutta al massimo le nuove tecnologie, sappia immutare i meccanismi sclerotizzati del processo, introducendo profonde riforme di sistema, dall’ambito civile a quello penale, da quello amministrativo a quello contabile. Il processo civile deve essere essenzialmente basato sull’oralità del rito e sulla disponibilità privata delle prove, mentre in ambito penale va compiuta una poderosa opera di depenalizzazione di molti reati ormai percepiti come socialmente privi di forte disvalore sociale, convertendoli in illeciti amministrativi. In quest’ottica va prudentemente sperimentata la scelta antiproibizionista rispetto al consumo di droghe leggere, e va legalizzato l’esercizio della prostituzione in locali attrezzati, mentre vanno inasprite le pene per lo sfruttamento, la riduzione in schiavitù e l’esercizio sulla pubblica via, nella convinzione che tutto ciò può rendere complessivamente più libera la società, consentendo allo Stato di concentrarsi sui fatti-reato che suscitano reale allarme sociale. Una grande e vigorosa battaglia deve essere intrapresa per mettere fine all’abnorme fenomeno della custodia cautelare in carcere, la cui incidenza sul totale delle carcerazioni ha ormai raggiunto livelli irragionevoli, che penalizzano ulteriormente chi la subisce rendendo intollerabile la condizione carceraria, e vanificano il sacrosanto principio costituzionale di incolpevolezza sino a sino alla condanna definitiva. La carcerazione preventiva non può essere trasformata in una pena anticipata surrettizia di quella definitiva che si teme di non potere mai irrogare, e va attivata soltanto in casi di conclamata pericolosità sociale, mentre il pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato può essere agevolmente superato generalizzando l’applicazione della custodia domiciliare. D’altra parte, è principio liberale quello di garantire l’equilibrio e la sicurezza sociale con la certezza dell’applicazione della pena, una volta che sia definitiva, sfoltendo la giungla delle agevolazioni premiali che ormai la riducono in termini talvolta risibili. Anche la prescrizione in ambito penale va interamente rivisitata, bloccando il suo decorso al momento del rinvio a giudizio, o almeno a quello della sentenza di primo grado: non è possibile che tantissimi processi, coi relativi costi, economici e sociali, finiscano nel nulla, così negando giustizia alle parti lese ed alla società nel suo complesso; ma occorre anche fissare regole processuali che consentano di assicurare la rapidità della la risposta di giustizia, dei cui ritardi, come anche delle sue colpevoli negligenze, deve rispondere direttamente lo Stato, salvo rivalsa verso i magistrati che li abbiano originati coi loro indebiti comportamenti. 4) Il mondo dell’economia e del lavoro deve uscire anch’esso dalla logica antiquata e perversa dello scontra tra imprenditori e lavoratori: la globalizzazione ha innovato profondamente i rapporti produttivi, e le rendite di categoria sclerotizzano il sistema ed ostacolano gli investimenti, riducendo la competitività e bloccando la crescita del Paese. La disoccupazione giovanile e femminile ha ormai raggiunto livelli da tragedia civile, ed una profonda riforma del settore ormai si impone: i liberali sono perciò convinti sostenitori delle riforme annunziate dal Governo Monti in materia, allo scopo di equiparare al massimo possibile tutti i lavoratori attuali e potenziali, nella consapevolezza che il lavoro degli “insider”, quando eccessivamente protetto, genera precarietà e povertà in chi ne è escluso e finisce per scoraggiare gli investimenti impedendo la crescita dell’economia. Quello delle pari opportunità è un principio fondamentale per i liberali: tutti i cittadini devono potere accedere al lavoro secondo le loro effettive capacità e non in ragione delle protezioni propiziate da caste, categorie, sindacati, ordini professionali, clientele politiche o anche solo da rapporti amicali. I liberali si fanno quindi promotori di una alleanza tra le classi sociali e le generazioni: va garantita ai più deboli ed ai giovani l’eguaglianza nei punti di partenza, ed ai migliori la possibilità di emergere liberamente diseguali, in ragione delle loro capacità propiziate da una scuola di eccellenza, che è il fondamentale ascensore sociale di una società libera e giusta; anche per questo, occorre procedere, sia pure per gradi, verso l’abolizione del valore legale dei titoli di studio, a partire dall’eliminazione dell’incidenza del voto di laurea, che, in presenza di un’offerta didattica così disomogenea, non è significativo del livello di un titolo; e quanto ai disabili, specie giovani, è proprio nel percorso scolastico che essi hanno necessità di essere maggiormente garantiti, perché tocca alla scuola il compito di metterli in grado di competere al meglio possibile coi loro coetanei meno sfortunati. In tale contesto, appare necessaria una rivisitazione della disciplina ordinistica delle professioni che, senza indulgere ad una inammissibile concezione mercantile, possa facilitare ai giovani più dotati l’accesso iniziale, lasciando alle loro capacità la possibilità di coltivarle con profitto, e garantendo al contempo il continuo ed effettivo aggiornamento professionale di tutti gli addetti, anche per evitare che le professioni diventino mere aree di parcheggio per disoccupati cronici. In particolare, all’avvocatura, che in Parlamento è tanto ricca di virtuali rappresentati quanto povera di reale rappresentanza politica, va celermente garantita l’approvazione della nuova legge professionale, storica rivendicazione sino ad oggi disattesa anche per inerzia ed incuranza degli stessi avvocati che siedono in Parlamento. 5) Il PLI ritiene che le relazioni sindacali debbano orientarsi verso l’introduzione di un contratto nazionale minimo di lavoro, essenzialmente finalizzato alla parte normativa ed al minimo vitale, lasciando il resto alla contrattazione territoriale ed aziendale. Ogni lavoratore deve essere uguale agli altri nei diritti e nei doveri di base: salvo casi particolari dovuti alle peculiarità di taluni settori, e mentre si va ad incidere sulle rigidità del sistema, occorre disincentivare le forme atipiche di lavoro precario, surrettiziamente finalizzate a sfuggire a quelle rigidità; tutti coloro che prestano la loro opera subordinata hanno diritto ad un contratto a tempo indeterminato, mentre va lasciata all’imprenditore la possibilità di interromperlo, salvo indennizzo, per motivazioni aziendali o disciplinari, con la creazione di un’adeguata copertura assicurativa che consenta al lavoratore di avviarsi verso una nuova occupazione. Al contempo, anche il rapporto di pubblico impiego va profondamente rivisitato, equiparandolo normativamente a quello dei lavoratori del comparto privato: è inconcepibile che, a fronte di lavoratori privati esposti al rischio d’impresa, vi siano pubblici dipendenti illimitatamente garantiti, in termini che finiscono per gravare sulla fiscalità generale, come è inammissibile che le garanzie del pubblico dipendente siano fonte di clientele e di consenso elettorale, quando non di rapporti criminali. 6) Va altresì attuata una profonda sburocratizzazione del Paese ed una lotta senza quartiere agli sprechi della politica e della pubblica amministrazione, con una profonda rivisitazione dei flussi di spesa: gran parte della spesa pubblica è clientelare ed improduttiva, e finisce per drenare risorse, già scarse, e generare sprechi; in particolare, il sistema delle consulenze esterne nelle pubbliche amministrazioni e negli enti statali va profondamente rivisto, dovendosi invece trovare nelle professionalità interne la risposta ad eventuali esigenze, mentre, in casi limite, ci si potrà rivolgere alle Università pubbliche, con un tariffario vincolato. 7) Per abbattere un debito pubblico divenuto ormai insostenibile, è necessario intraprendere un serio programma di alienazione del patrimonio statale e degli enti locali, essendo impensabile che tale compito possa essere affidato alla fiscalità ordinaria, ormai giunta a livelli da espropriazione; mentre si procede alla razionalizzazione e riduzione della spesa statale, occorre quindi rimodulare il carico fiscale, spostandolo sui percettori di rendite ed invece liberando risorse a favore dei produttori di reddito; l’evasione e l’elusione fiscale, che alterano la libera concorrenza e mortificano i cittadini onesti, vanno combattute non solo con un’efficace azione di controllo, ma soprattutto in prevenzione, introducendo la pratica del conflitto virtuoso tra produttori e consumatori, ai quali va consentita una significativa detrazione del costo di beni e servizi, che è poi l’unico sistema in grado di favorire l’adempimento spontaneo degli obblighi fiscali (tax compliance). 8) E’ necessario abolire del tutto le pubbliche sovvenzioni agli organi di stampa, mentre va drasticamente ridimensionato il sistema dei rimborsi elettorali ai partiti, da commisurare alle spese effettivamente sostenute, mentre è necessario introdurre la certificazione dei bilanci dei partiti ad opera di un organismo neutrale e va incentivata la possibilità per i cittadini di finanziare direttamente il partito di riferimento. Anche il sistema delle indennità parlamentari andrà rivisitato: i Liberali sono consapevoli che si tratta di uno strumento di libertà e di civiltà, contro la deriva plutocratica ed aristocratica della politica. Tuttavia, è ormai evidente che esso si è nel tempo trasformato in un privilegio di casta: sia l’indennità parlamentare sia il sistema dei vitalizi vanno pertanto resi conformi alla media dei grandi paesi europei, tutti i rimborsi forfettari andranno aboliti, ed il parlamentare potrà ricevere solo un rimborso a piè di lista per le spese sostenute nei giorni di effettiva presenza in Parlamento, entro massimali prestabiliti, in modo da garantire il decoro della funzione parlamentare senza degradare in odiosi privilegi. Lo scandalo di assistenti parlamentari fasulli o sottopagati va fatto cessare, facendoli direttamente retribuire dalla Camera di appartenenza su indicazione del parlamentare, con contratti a termine e con divieto di altri incarichi in costanza di rapporto. 9) Il laicismo, tema fondamentale per i liberali, va inteso nel senso corretto di terzietà e neutralità delle istituzioni rispetto alla sfera delle convinzioni e delle aspirazioni dell’individuo: per i Liberali, lo Stato non può in nessun caso influenzare con la legge la libertà delle scelte personali, specie sui temi eticamente sensibili, così come non può mettere vincoli alla ricerca scientifica, senza la quale l’Italia è destinata a restare ultima tra le società evolute. In tale contesto, è insopprimibile la libertà di scelta della donna sulla prevenzione e sull’interruzione di gravidanza; l’eventuale obiezione di coscienza dei medici, pure ammissibile, non potrà debordare sino alla negazione di quel diritto, mentre va trovato adeguato spazio per affermare il concorrente diritto alla paternità, senza tuttavia vanificare la scelta finale della donna. I liberali sostengono il principio costituzionale che vuole la famiglia come nucleo fondamentale della società, fondata sul matrimonio civile; ma sono del pari consapevoli che è gravemente discriminatorio, in ragione del sesso, il rifiuto di riconoscere dignità di rapporto legale alle diverse unioni che aspirano alla loro legittimazione di fronte alla società: una comunità familiare si caratterizza prima di tutto in ragione dei legami affettivi, di solidarietà e di mutuo sostegno che si vengono a creare fra chi ne è parte, e non sembra essenziale, ai fini della civile declinazione di queste caratteristiche, soffermarsi sul sesso dei suoi protagonisti. 10) I liberali sono europeisti per antica convinzione, e da sempre sostengono la necessità dell’Europa politica, senza la quale non potrà reggere a lungo nessuna comunità economica. Ferma restando l’incrollabile fiducia nei valori delle democrazie occidentali e nella solidarietà transatlantica con le grandi democrazie americane, i liberali sono convinti della necessità di intensificare la collaborazione coi paesi del Mediterraneo, basata sull’inclusione e sull’accoglienza, come chiave di volta per stabilizzare quelle nascenti democrazie e per favorire un graduale processo di laicizzazione delle loro istituzioni. Anche in tale prospettiva, i liberali ritengono che con Israele e Turchia occorra implementare una significativa forma di associazione permanente, nella speranza che sia presto possibile una loro più stretta integrazione nell’Unione Europea. ****************** Sulla base di questo decalogo liberale, significativo ma non esaustivo del suo impegno politico, il PLI proseguirà nella scelta di marcare, nell’autonomia, la propria individualità, mentre si ritiene impegnato a promuovere ogni sinergia politica che consenta di rafforzare l’Agenda Liberale del 21° secolo. Il 28° Congresso Nazionale del PLI, condivide ed approva la relazione del Segretario Nazionale on. Stefano de Luca ed indica come obiettivo strategico del Partito quello di rendersi promotore di un percorso costituente per l’aggregazione di tutti i liberali italiani, sia di quelli della diaspora apertasi nel 1994, sia, e soprattutto, di quei tanti altri che, specie tra le nuove generazioni, sono oggi nuovi sostenitori del liberalismo democratico europeo ed internazionale, che trova le sue emblematiche espressioni nel Partito Europeo dei Liberali Democratici e Riformatori (ELDR) e nell’Internazionale Liberale (L. I.), alle cui organizzazioni il PLI intende aderire. E quindi, mentre ribadisce la propria collocazione alternativa rispetto all’attuale bipolarismo italiano, il PLI, tenendo conto delle esigenze scaturenti dalla normativa elettorale, si propone di costruire e rafforzare alleanze politiche ed elettorali sia coi movimenti dichiaratamente liberali, sia con tutte le altre espressioni laiche della politica e della società civile, disposte a costruire coi liberali l’Italia del Futuro. Più liberali, più liberi! Firme: Enzo Palumbo, Carla Martino, Renata Jannuzzi, Salvatore Buccheri, Riccardo Dinucci, Nicola Fortuna, Claudio Gentile, Enzo Lombardo, Marco Marucco, Giancarlo Morandi, Antonio Pileggi, Marco Sabatini, Francesco Sisca, Roberto Sorcinelli, Eugenio Barca, Jacqueline Rastrelli, Grazio Trufolo, Mario Rampichini ed altri 110 delegati. E quindi, se da qualcosa si deve pure cominciare, perché non cominciare ad utilizzare il PLI, che, ancorché piccolo, è tuttavia l’unico che ha tenuto in piedi la bandiera dell’identità, quando tutti correvano a rifugiarsi dentro i contenitori di plastica che volevano essere “tutto” senza essere “niente”.. Ovviamente, si tratta di un punto di partenza, e poi ,… vedendo facendo
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Ritratto di Anonimo
Dom, 17/06/2012 - 20:16
Vorrei dire a tutti gli interlocutori che un partito come quello auspicato c’è già, ed è il PLI, che, almeno a partire dal 2008, in assoluta solitudine, ha evidenziato i difetti del bipolarismo muscolare italiano (quando tutti, a dx ed a sx, ne esaltavano i presunti pregi), si è presentato fuori dai poli alle elezioni del 2008, ha celebrato i suoi congressi nazionali, prima nel 2008 e da ultimo, nel marzo del 2012, di volta in volta resistendo agli assalti di chi voleva satellizzarlo rispetto ad altri partiti, e si propone oggi come il perno di una Costituente dei liberali, non solo di quelli della diaspora del passato ma soprattutto delle giovani generazioni che sono portatori di una nuova domanda di liberalismo, basato sul merito e sull’eguaglianza delle opportunità. E tuttavia, sempre nella consapevolezza che la cultura liberale in Italia, per ragioni storiche su cui qui non posso soffermarmi, è sempre stata e tuttora è minoritaria, e quindi senza coltivare l’illusione del partito liberale di massa, che in passato molti di noi (per la verità, non io) hanno coltivato per poi essere smentiti dalla dura realtà. Riporto qui di seguito la mozione “Liberali per l’Italia del Futuro”, approvata dall’ultimo Congresso nazionale, scusandomi per la dimensione del documento, certamente eccedente quella di un semplice commento. “PARTITO LIBERALE ITALIANO XXVIII CONGRESSO NAZIONALE (VI DALLA RIFONDAZIONE) Roma 23-25 marzo 2012 MOZIONE “LIBERALI PER L’ITALIA DEL FUTURO 1) Il XXVIII Congresso Nazionale del PLI del febbraio 2009 aveva sancito la scelta autonoma del Partito, in un contesto politico caratterizzato da un brutale bipolarismo, che sembrava pronto a trasformarsi in bipartitismo, sull’onda montante di una proposta referendaria del 2009, poi bocciata dall’elettorato, anche col concorso dei liberali. Il contesto era allora scoraggiante, ma il PLI aveva visto prima degli altri le evidenze che molti si ostinavano a non voler notare, ossessionati dai “mantra” della governabilità e del voto utile. In quello scenario di “partiti senza idee”, largamente presenti nelle Istituzioni, e di “idee senza partito”, presenti nella società ma escluse dal paese legale, i Liberali seppero vedere le crepe di un edificio tanto maestoso quanto fragile, perché eretto sulle fondamenta dei personalismi e della virtualità mediatica. Quella scelta, che poteva apparire velleitaria, aveva una solida ragion d’essere: il PLI non poteva avere alcun atteggiamento di prossimità rispetto a “poli” costruiti essenzialmente in chiave padronale, ovvero, per converso, in chiave di mera contrapposizione all’avversario. Oggi possiamo sostenere, alla luce dei fatti, che quella scelta fu giusta. Essa fu fatta per una fondamentale ragione concettuale ed esistenziale: i Liberali ritenevano e ritengono che in politica l’asse cartesiano di riferimento è costituito dalle idee, non dalla loro collocazione topografica e, ancora meno, dagli uomini che le propugnano. Il PLI agisce in base ai principi, la cui applicazione, a seconda delle circostanze, può essere declinata come progressista o come conservatrice, senza tuttavia irrigidirsi nelle prigioni geometriche ed intellettuali del “continuum” destra-sinistra. Nel contesto di allora, essere autonomi significò scegliere di essere “soli”, perché l’aggregazione ad uno di quei poli non avrebbe portato ad una loro conversione liberale, ma piuttosto alla sparizione dell’ultimo soggetto liberale identitario che osava rivendicare la propria autonomia. Non vi era allora l’atmosfera politica, oggi invece presente nella società: e cioè l’esistenza di una sensibilità alternativa alla polarizzazione e di un’area centrale che finalmente tende a rappresentarla. Se n’è avuta la prova in occasione della raccolta delle firme per il referendum abrogativo dell’attuale indecorosa legge elettorale; il PLI vi si è impegnato al massimo delle sue possibilità, guadagnandosi il rispetto delle altre componenti referendarie, mentre la pronunzia negativa della Corte Costituzionale non ha raffreddato, semmai ha rafforzato, la necessità della riforma elettorale, che i liberali ritengono debba essere indirizzata verso un sistema massimamente compatibile con la volontà manifestata da tantissimi cittadini. Insieme alla spinta verso il cambiamento del sistema che presiede alla rappresentanza, si avverte oggi nel Paese una forte voglia di liberalismo, che è insieme voglia di meritocrazia e legalità; in questa prospettiva il PLI avverte il dovere cogente di cogliere questa spinta popolare e di lavorare alla costruzione di un polo liberale, laico, riformatore, europeista ed autonomista per la costruzione in Italia di una vera “Società Aperta” per il XXI secolo, ed intende farlo in sintonia con quella parte della società civile che appare disponibile a traghettare l’Italia verso una nuova modernità istituzionale, difendendo il supremo valore dell’unità nazionale dalla linea avanzata delle riforme civili, sociali ed economiche, piuttosto che dalla sterile trincea della nostalgia retorica del passato o della conservazione del presente. 2) I liberali sono i primi difensori della sussidiarietà verticale ed orizzontale, dell’autonomia politica delle comunità locali e delle formazioni sociali, essendo convinti che il presupposto della libertà di ogni individuo e di ogni comunità è l’autonomia, senza di che può aversi solo una libertà concessa da altri, che, proprio per questo, non è Libertà. Il modo migliore per affermare il principio dello Stato minimo, salvaguardando l’unità del Paese ma anche preservando il diritto naturale di tutte le comunità di autoregolarsi, è quello di promuovere il modello di una forte autonomia regionale, capace di valorizzare le peculiarità culturali locali, consapevoli che non vi è libertà quando il centralismo mortifica la ricchezza di quelle diversità che hanno reso la cultura italiana grande nel mondo. Il modello regionale, che oggi appare preferibile, non può però debordare in artificiali strutture sovra regionali, che essendo prive di un retroterra storico e culturale, nessun altro scopo potrebbero perseguire che quello di mettere in discussione il valore dell’unità nazionale, tanto più necessaria nel momento in cui i governi ed popoli dell’Europa sono impegnati a dare concretezza al sogno dell’unità del continente. 3) Nessuna società moderna può prescindere da un sistema giudiziario rapido e giusto, che, mentre sfrutta al massimo le nuove tecnologie, sappia immutare i meccanismi sclerotizzati del processo, introducendo profonde riforme di sistema, dall’ambito civile a quello penale, da quello amministrativo a quello contabile. Il processo civile deve essere essenzialmente basato sull’oralità del rito e sulla disponibilità privata delle prove, mentre in ambito penale va compiuta una poderosa opera di depenalizzazione di molti reati ormai percepiti come socialmente privi di forte disvalore sociale, convertendoli in illeciti amministrativi. In quest’ottica va prudentemente sperimentata la scelta antiproibizionista rispetto al consumo di droghe leggere, e va legalizzato l’esercizio della prostituzione in locali attrezzati, mentre vanno inasprite le pene per lo sfruttamento, la riduzione in schiavitù e l’esercizio sulla pubblica via, nella convinzione che tutto ciò può rendere complessivamente più libera la società, consentendo allo Stato di concentrarsi sui fatti-reato che suscitano reale allarme sociale. Una grande e vigorosa battaglia deve essere intrapresa per mettere fine all’abnorme fenomeno della custodia cautelare in carcere, la cui incidenza sul totale delle carcerazioni ha ormai raggiunto livelli irragionevoli, che penalizzano ulteriormente chi la subisce rendendo intollerabile la condizione carceraria, e vanificano il sacrosanto principio costituzionale di incolpevolezza sino a sino alla condanna definitiva. La carcerazione preventiva non può essere trasformata in una pena anticipata surrettizia di quella definitiva che si teme di non potere mai irrogare, e va attivata soltanto in casi di conclamata pericolosità sociale, mentre il pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato può essere agevolmente superato generalizzando l’applicazione della custodia domiciliare. D’altra parte, è principio liberale quello di garantire l’equilibrio e la sicurezza sociale con la certezza dell’applicazione della pena, una volta che sia definitiva, sfoltendo la giungla delle agevolazioni premiali che ormai la riducono in termini talvolta risibili. Anche la prescrizione in ambito penale va interamente rivisitata, bloccando il suo decorso al momento del rinvio a giudizio, o almeno a quello della sentenza di primo grado: non è possibile che tantissimi processi, coi relativi costi, economici e sociali, finiscano nel nulla, così negando giustizia alle parti lese ed alla società nel suo complesso; ma occorre anche fissare regole processuali che consentano di assicurare la rapidità della la risposta di giustizia, dei cui ritardi, come anche delle sue colpevoli negligenze, deve rispondere direttamente lo Stato, salvo rivalsa verso i magistrati che li abbiano originati coi loro indebiti comportamenti. 4) Il mondo dell’economia e del lavoro deve uscire anch’esso dalla logica antiquata e perversa dello scontra tra imprenditori e lavoratori: la globalizzazione ha innovato profondamente i rapporti produttivi, e le rendite di categoria sclerotizzano il sistema ed ostacolano gli investimenti, riducendo la competitività e bloccando la crescita del Paese. La disoccupazione giovanile e femminile ha ormai raggiunto livelli da tragedia civile, ed una profonda riforma del settore ormai si impone: i liberali sono perciò convinti sostenitori delle riforme annunziate dal Governo Monti in materia, allo scopo di equiparare al massimo possibile tutti i lavoratori attuali e potenziali, nella consapevolezza che il lavoro degli “insider”, quando eccessivamente protetto, genera precarietà e povertà in chi ne è escluso e finisce per scoraggiare gli investimenti impedendo la crescita dell’economia. Quello delle pari opportunità è un principio fondamentale per i liberali: tutti i cittadini devono potere accedere al lavoro secondo le loro effettive capacità e non in ragione delle protezioni propiziate da caste, categorie, sindacati, ordini professionali, clientele politiche o anche solo da rapporti amicali. I liberali si fanno quindi promotori di una alleanza tra le classi sociali e le generazioni: va garantita ai più deboli ed ai giovani l’eguaglianza nei punti di partenza, ed ai migliori la possibilità di emergere liberamente diseguali, in ragione delle loro capacità propiziate da una scuola di eccellenza, che è il fondamentale ascensore sociale di una società libera e giusta; anche per questo, occorre procedere, sia pure per gradi, verso l’abolizione del valore legale dei titoli di studio, a partire dall’eliminazione dell’incidenza del voto di laurea, che, in presenza di un’offerta didattica così disomogenea, non è significativo del livello di un titolo; e quanto ai disabili, specie giovani, è proprio nel percorso scolastico che essi hanno necessità di essere maggiormente garantiti, perché tocca alla scuola il compito di metterli in grado di competere al meglio possibile coi loro coetanei meno sfortunati. In tale contesto, appare necessaria una rivisitazione della disciplina ordinistica delle professioni che, senza indulgere ad una inammissibile concezione mercantile, possa facilitare ai giovani più dotati l’accesso iniziale, lasciando alle loro capacità la possibilità di coltivarle con profitto, e garantendo al contempo il continuo ed effettivo aggiornamento professionale di tutti gli addetti, anche per evitare che le professioni diventino mere aree di parcheggio per disoccupati cronici. In particolare, all’avvocatura, che in Parlamento è tanto ricca di virtuali rappresentati quanto povera di reale rappresentanza politica, va celermente garantita l’approvazione della nuova legge professionale, storica rivendicazione sino ad oggi disattesa anche per inerzia ed incuranza degli stessi avvocati che siedono in Parlamento. 5) Il PLI ritiene che le relazioni sindacali debbano orientarsi verso l’introduzione di un contratto nazionale minimo di lavoro, essenzialmente finalizzato alla parte normativa ed al minimo vitale, lasciando il resto alla contrattazione territoriale ed aziendale. Ogni lavoratore deve essere uguale agli altri nei diritti e nei doveri di base: salvo casi particolari dovuti alle peculiarità di taluni settori, e mentre si va ad incidere sulle rigidità del sistema, occorre disincentivare le forme atipiche di lavoro precario, surrettiziamente finalizzate a sfuggire a quelle rigidità; tutti coloro che prestano la loro opera subordinata hanno diritto ad un contratto a tempo indeterminato, mentre va lasciata all’imprenditore la possibilità di interromperlo, salvo indennizzo, per motivazioni aziendali o disciplinari, con la creazione di un’adeguata copertura assicurativa che consenta al lavoratore di avviarsi verso una nuova occupazione. Al contempo, anche il rapporto di pubblico impiego va profondamente rivisitato, equiparandolo normativamente a quello dei lavoratori del comparto privato: è inconcepibile che, a fronte di lavoratori privati esposti al rischio d’impresa, vi siano pubblici dipendenti illimitatamente garantiti, in termini che finiscono per gravare sulla fiscalità generale, come è inammissibile che le garanzie del pubblico dipendente siano fonte di clientele e di consenso elettorale, quando non di rapporti criminali. 6) Va altresì attuata una profonda sburocratizzazione del Paese ed una lotta senza quartiere agli sprechi della politica e della pubblica amministrazione, con una profonda rivisitazione dei flussi di spesa: gran parte della spesa pubblica è clientelare ed improduttiva, e finisce per drenare risorse, già scarse, e generare sprechi; in particolare, il sistema delle consulenze esterne nelle pubbliche amministrazioni e negli enti statali va profondamente rivisto, dovendosi invece trovare nelle professionalità interne la risposta ad eventuali esigenze, mentre, in casi limite, ci si potrà rivolgere alle Università pubbliche, con un tariffario vincolato. 7) Per abbattere un debito pubblico divenuto ormai insostenibile, è necessario intraprendere un serio programma di alienazione del patrimonio statale e degli enti locali, essendo impensabile che tale compito possa essere affidato alla fiscalità ordinaria, ormai giunta a livelli da espropriazione; mentre si procede alla razionalizzazione e riduzione della spesa statale, occorre quindi rimodulare il carico fiscale, spostandolo sui percettori di rendite ed invece liberando risorse a favore dei produttori di reddito; l’evasione e l’elusione fiscale, che alterano la libera concorrenza e mortificano i cittadini onesti, vanno combattute non solo con un’efficace azione di controllo, ma soprattutto in prevenzione, introducendo la pratica del conflitto virtuoso tra produttori e consumatori, ai quali va consentita una significativa detrazione del costo di beni e servizi, che è poi l’unico sistema in grado di favorire l’adempimento spontaneo degli obblighi fiscali (tax compliance). 8) E’ necessario abolire del tutto le pubbliche sovvenzioni agli organi di stampa, mentre va drasticamente ridimensionato il sistema dei rimborsi elettorali ai partiti, da commisurare alle spese effettivamente sostenute, mentre è necessario introdurre la certificazione dei bilanci dei partiti ad opera di un organismo neutrale e va incentivata la possibilità per i cittadini di finanziare direttamente il partito di riferimento. Anche il sistema delle indennità parlamentari andrà rivisitato: i Liberali sono consapevoli che si tratta di uno strumento di libertà e di civiltà, contro la deriva plutocratica ed aristocratica della politica. Tuttavia, è ormai evidente che esso si è nel tempo trasformato in un privilegio di casta: sia l’indennità parlamentare sia il sistema dei vitalizi vanno pertanto resi conformi alla media dei grandi paesi europei, tutti i rimborsi forfettari andranno aboliti, ed il parlamentare potrà ricevere solo un rimborso a piè di lista per le spese sostenute nei giorni di effettiva presenza in Parlamento, entro massimali prestabiliti, in modo da garantire il decoro della funzione parlamentare senza degradare in odiosi privilegi. Lo scandalo di assistenti parlamentari fasulli o sottopagati va fatto cessare, facendoli direttamente retribuire dalla Camera di appartenenza su indicazione del parlamentare, con contratti a termine e con divieto di altri incarichi in costanza di rapporto. 9) Il laicismo, tema fondamentale per i liberali, va inteso nel senso corretto di terzietà e neutralità delle istituzioni rispetto alla sfera delle convinzioni e delle aspirazioni dell’individuo: per i Liberali, lo Stato non può in nessun caso influenzare con la legge la libertà delle scelte personali, specie sui temi eticamente sensibili, così come non può mettere vincoli alla ricerca scientifica, senza la quale l’Italia è destinata a restare ultima tra le società evolute. In tale contesto, è insopprimibile la libertà di scelta della donna sulla prevenzione e sull’interruzione di gravidanza; l’eventuale obiezione di coscienza dei medici, pure ammissibile, non potrà debordare sino alla negazione di quel diritto, mentre va trovato adeguato spazio per affermare il concorrente diritto alla paternità, senza tuttavia vanificare la scelta finale della donna. I liberali sostengono il principio costituzionale che vuole la famiglia come nucleo fondamentale della società, fondata sul matrimonio civile; ma sono del pari consapevoli che è gravemente discriminatorio, in ragione del sesso, il rifiuto di riconoscere dignità di rapporto legale alle diverse unioni che aspirano alla loro legittimazione di fronte alla società: una comunità familiare si caratterizza prima di tutto in ragione dei legami affettivi, di solidarietà e di mutuo sostegno che si vengono a creare fra chi ne è parte, e non sembra essenziale, ai fini della civile declinazione di queste caratteristiche, soffermarsi sul sesso dei suoi protagonisti. 10) I liberali sono europeisti per antica convinzione, e da sempre sostengono la necessità dell’Europa politica, senza la quale non potrà reggere a lungo nessuna comunità economica. Ferma restando l’incrollabile fiducia nei valori delle democrazie occidentali e nella solidarietà transatlantica con le grandi democrazie americane, i liberali sono convinti della necessità di intensificare la collaborazione coi paesi del Mediterraneo, basata sull’inclusione e sull’accoglienza, come chiave di volta per stabilizzare quelle nascenti democrazie e per favorire un graduale processo di laicizzazione delle loro istituzioni. Anche in tale prospettiva, i liberali ritengono che con Israele e Turchia occorra implementare una significativa forma di associazione permanente, nella speranza che sia presto possibile una loro più stretta integrazione nell’Unione Europea. ****************** Sulla base di questo decalogo liberale, significativo ma non esaustivo del suo impegno politico, il PLI proseguirà nella scelta di marcare, nell’autonomia, la propria individualità, mentre si ritiene impegnato a promuovere ogni sinergia politica che consenta di rafforzare l’Agenda Liberale del 21° secolo. Il 28° Congresso Nazionale del PLI, condivide ed approva la relazione del Segretario Nazionale on. Stefano de Luca ed indica come obiettivo strategico del Partito quello di rendersi promotore di un percorso costituente per l’aggregazione di tutti i liberali italiani, sia di quelli della diaspora apertasi nel 1994, sia, e soprattutto, di quei tanti altri che, specie tra le nuove generazioni, sono oggi nuovi sostenitori del liberalismo democratico europeo ed internazionale, che trova le sue emblematiche espressioni nel Partito Europeo dei Liberali Democratici e Riformatori (ELDR) e nell’Internazionale Liberale (L. I.), alle cui organizzazioni il PLI intende aderire. E quindi, mentre ribadisce la propria collocazione alternativa rispetto all’attuale bipolarismo italiano, il PLI, tenendo conto delle esigenze scaturenti dalla normativa elettorale, si propone di costruire e rafforzare alleanze politiche ed elettorali sia coi movimenti dichiaratamente liberali, sia con tutte le altre espressioni laiche della politica e della società civile, disposte a costruire coi liberali l’Italia del Futuro. Più liberali, più liberi! Firme: Enzo Palumbo, Carla Martino, Renata Jannuzzi, Salvatore Buccheri, Riccardo Dinucci, Nicola Fortuna, Claudio Gentile, Enzo Lombardo, Marco Marucco, Giancarlo Morandi, Antonio Pileggi, Marco Sabatini, Francesco Sisca, Roberto Sorcinelli, Eugenio Barca, Jacqueline Rastrelli, Grazio Trufolo, Mario Rampichini ed altri 110 delegati. E quindi, se da qualcosa si deve pure cominciare, perché non cominciare ad utilizzare il PLI, che, ancorché piccolo, è tuttavia l’unico che ha tenuto in piedi la bandiera dell’identità, quando tutti correvano a rifugiarsi dentro i contenitori di plastica che volevano essere “tutto” senza essere “niente”.. Ovviamente, si tratta di un punto di partenza, e poi ,… vedendo facendo
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Ritratto di Francesco Scolamiero
Lun, 18/06/2012 - 15:32
Francesco Scolamiero
Il PLI sicuramente può essere una base di partenza, ma al tempo stesso concordo con Monsurrò che occorre una 'strategia' per arrivare a percentuali a doppia cifra. Se no si rimane e si da l'immagine di un partito elitario. E' quello che tecnicamente dobbiamo superare. Libertà e meritocrazia sono due punti a nostro favore ma, sempre a mio modesto parere, dobbiamo trasformarli in esempi concreti. Per questo dico che dovremmo concentrarci sulle realtà locali, per assurdo viviamo il problema opposto al movimento di Grillo, il quale ha un grande successo a livello locale, dove ideali o un programma nazionale servono meno, ma potenzialmente potrebbe incontrare difficoltà nel coordinare tutte queste energie a livello nazionale. Lo stesso Grillo ha ammesso queste possibili difficoltà. Noi un programma potenzialmente già lo abbiamo basta collazionare quanto già esiste (vedi anche il decalogo che tu citi), occorre però riunire le varie componenti sparse fra i vari movimenti politici e non. Rendere infine il nostro messaggio più mediatico, non nel senso di abbindolare l'elettore, ma renderlo più comprensibile, ripeto ancora oggi liberale=affamatore dei lavoratori. Da quarantenne ci metto molta fatica a spiegare questo alla gente che ho intorno anche di livello culturale elevato perché i preconcetti sono tantissimi. Ecco perché il punto 2 del decalogo dovrebbe essere il punto di partenza, conquistare qualche città media potrebbe essere l'inizio per poi creare un network nazionale e raggiungere quel bacino di elettori che anche io quantifico nel 20-25% a livello nazionale.
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Ritratto di Anonimo
Lun, 18/06/2012 - 11:13
Vorrei precisare che il commento di cui sopra è il mio, e quindi non è anonimo. Grazie per l'attenzione. Enzo Palumbo
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