Blog di

di Alessia Glaviano

Un Pulitzer e gli effetti collaterali della guerra

Blog post del 22/04/2012

Dalla serie "The story of Scott Ostrom" di Craig F. Walker per il The Denver Post

 

Domenica scorsa leggevo sul New York Times la storia di Ryan Yurchison, reduce suicidatosi nel maggio 2010 con un overdose dopo essere tornato a casa a New Middletown, Ohio, dalla guerra in Iraq.

Lo stesso articolo parla chiaro: per ogni soldato morto in zone di guerra, sono 25 i veterani che si tolgono la vita con le proprie mani.

Il numero dei suicidi raggiunge quota 6.500 all'anno, più della totalità dei soldati morti in Iraq e Afghanistan dall'inizio delle due guerre.

Eppure è molto più frequente e probabilmente socialmente accettabile parlare dei morti in guerra.

Nei media lo spazio dedicato ai reportage dalle zone di guerra supera di gran lunga quello dedicato ai problemi di chi da quelle guerre è tornato portandosele dentro in modo indelebile.

Per questi motivi la scelta della giuria per il premio Pulitzer nella categoria Feature Photography non poteva essere più opportuna: ha vinto infatti Craig F. Walker del The Denver Post, con il drammatico reportage “welcome home” sulla storia del reduce Scott Ostrom, tornato dall'Iraq con un forma grave di PTSD (post traumatic stress disorder).

Il lavoro di Craig F. Walker copre oltre otto mesi della vita di Ostrom, mi sembra che negli ultimi anni, forse grazie allo spazio consentito dalle versioni online dei giornali (ahimè non i nostri) o dagli stessi siti dei fotografi, si sia intensificata la pubblicazione di interessanti progetti a lungo termine in cui il racconto fotografico è arricchito da testi a mo' di diario.

Lo stesso Craig F. Walker ha vinto il suo primo Pulitzer nel 2010 con un lavoro “Ian Fisher: an American soldier” che segue un giovane americano per oltre due anni dalla fine della high school al reclutamento, la guerra in Iraq e il ritorno a casa.

Il Pulitzer a Craig F. Walker incoraggia i reporter che decidono di raccontare il lato scomodo e meno glamorous (scusatemi il termine) della guerra.

Non vorrei essere fraintesa,  nella guerra non c'è ovviamente niente di glamorous ma esiste un'estetica che potremmo definire più rassicurante e prevede ragazzi giovani con fisici tonici, sudati e sporchi di terra, muscoli tesi, piccoli rambo che combattono per la patria.

La nostra cultura è legata a una visione della guerra come affermazione di virilità, la guerra come rito di passaggio, trasformazione di un ragazzo in uomo, non in un rottame, non è accettabile, non è eroico.

È sempre "sconveniente" mostrare la fragilità, ma in questo caso forse ancor di più perché il soggetto delle fotografie di Craig F. Walker non è la finitezza di Scott Ostrom ma la nostra, quella della società civile.

Le fotografie di Walker attraverso Scott Ostrom parlano del fallimento della società, dell'incapacità di accogliere, tutelare e curare questi ragazzi che quando tornano a casa vengono abbandonati a se stessi come “damaged goods”, incapacità sia delle istituzioni, che non destinano i budget necessari ai programmi di recupero, sia della gente comune che li trasforma da eroi a mostri pericolosi e sociopatici.

Per queste ragioni, per imparare ad accettare, a capire, a vedere la realtà per quello che è e non quello che vorremmo che fosse, dovremmo ringraziare Craig F. Walker e chi come lui cerca di contribuire a un risveglio della coscienza collettiva.

Oltre a Walker ci sono altri fotogiornalisti che hanno affrontato lo scomodo tema degli effetti collaterali della guerra.

Vorrei qui segnalarvi il lavoro di Ashley Gilbertson “Bedrooms of the fallen”, un progetto commovente in cui Ashley ha fotografato le camere da letto, lasciate intatte, dei caduti delle guerre in Iraq e Afghanistan e dei reduci suicidi, un lavoro che con grande delicatezza e sensibilità testimonia la presenza attraverso la rappresentazione dell'assenza.

 

camera di Christopher G. Scherer, 21 anni, morto in Iraq il 21 luglio 2007, era di East Northport, New York, dalla serie "bedrooms of the fallen" di Ashley Gilbertson

 

Un lavoro molto forte è quello di Nina Berman “Marine Wedding” su un sergente dei marine brutalmente sfigurato dall'esplosione in Iraq di un attentatore suicida. Il sergente Ty Ziegel dopo aver passato 19 mesi al Brooke Army Medical Center in Texas si sposa con la fidanzata Renee Kline, divorzieranno poco dopo.

 

Ty viene vestito per il matrimonino, dalla serie "Marine Wedding" di Nina Berman

 

Di Nina Berman anche gli intensi ritratti di veterani feriti in Iraq nella serie “Purple Hearts”.

 

Dalla serie "Purple Hearts" di Nina Berman

 

Infine vi segnalo i lavori sui veterani che Todd Heisler ha fatto per il New York Times: la storia di Matthew Pennington, 28 anni, che cerca di affrontare i danni fisici e psicologici subiti durante il servizio in Iraq e quella di Joey Paulk, 26 anni, a causa dell'esplosione di una mina in Afghanistan ha subito gravi amputazioni e 35 operazioni al viso ma è ancora sfigurato.

 

Matthew Pennington con la moglie Marjorie, foto di Todd Heisler per il The New York Times

 

Joey Paulk, foto di Todd Heisler per il The New York Times
 

C'è poi un altro effetto collaterale della guerra, ancora più scomodo e difficile da accettare.

Le situazioni di forte stress come le guerre possono slatentizzare un lato oscuro, perverso della mente umana: il sottile piacere di uccidere, umiliare il nemico. 

Il piacere di uccidere diventa l'unica risposta possibile al trauma di uccidere, un tentativo di dare senso, di esorcizzare le atrocità.

È questo che afferma Joanna Bourke docente di Storia Moderna al Birkbeck College di Londra nel libro del 2001 “Le seduzioni della guerra, Miti e storie di soldati in battaglia” in cui ha avuto il coraggio di dire che la guerra "può essere divertente", uccidere può dare piacere, tesi che ha documentato analizzando la corrispondenza per anni di centinaia di soldati al fronte, nelle due guerre mondiali e nel conflitto del Vietnam, recentemente ha continuato la sua ricerca con l'Afghanistan giungendo alla conclusione che la gioia di uccidere non è ridotta, ma se possibile esaltata, dal combattimento ad alta tecnologia.

Esistono delle immagini che ci hanno scioccato per la loro crudezza e violenza, e che avvalorano la tesi di Bourke, sono snapshots, fotografie amatoriali scattate dagli stessi militari, parlo delle fotografie di Abu Ghraib.

Sono immagini che offendono, indignano: ci siamo tutti sentiti profondamente diversi da quei ragazzi senza morale e senza Dio che fanno cose orrende, abbiamo preferito liquidare l'argomento come casi di isolata pazzia e intanto pochi giorni fa il Los Angeles Times, coraggiosamente, ha pubblicato in prima pagina una fotografia che ricorda proprio le immagini di Abu Ghraib in cui alcuni soldati americani posano vicino al corpo senza vita di un combattente afghano, è una di 18 foto ottenute dal The Times che ritraggono militari in atteggiamenti derisori e offensivi insieme a cadaveri afghani.

Inutile dire che la reazione degli alti ranghi militari statunitensi è stata immediata e univoca: questo genere di fotografie non si deve pubblicare perché mette a repentaglio la vita dei soldati in Afghanistan e poi rischia di essere vista dai bambini al mattino mentre fanno colazione con i genitori. Ma come i bambini? Oggi i ragazzini sono costantemente sul web dove queste foto sono facilmente accessibili a chiunque, forse il problema vero è il significato che assume una foto simile in prima pagina di un autorevole quotidiano nazionale.

Le immagini di Abu Ghraib come quelle appena pubblicate dal Los Angeles Times, per quanto difficili da accettare e da guardare, sono importanti testimonianze, purtroppo non riguardano casi isolati, se una fotografia è utile, se una fotografia denuncia, testimonia ingiustizie, per quanto possa essere "fastidiosa" la mia opinione è che debba essere pubblicata.
 

COMMENTI /

Ritratto di Stefano
Mer, 25/04/2012 - 13:48
Stefano
Mi sto convincendo che sia la cosa più terrificante che possa accadere in guerra, tornare. Piano piano, nei servizi più disparati, continuo a trovar per strada ragazzi e uomini nel 1993 in Somalia. Hanno un chiodo ruggine nel cuore, hanno eseguito ordini, conosciuto Ilaria, ammazzato fratelli, donne, bambini. C’è chi torna convinto che un demonio dentro di sé abbia fatto quelle cose. Chi prova a bucarsi come una bambola Voodoo. Chi vuole scrivere un libro, «a costo d’essere ammazzato, tanto mi han già fatto di peggio». Io credo sia sempre “forte” veder una donna piangere. Ma credimi: quando ti trovi davanti un vecchio, un uomo che se gli tiri un pugno ti fai male, in lacrime, perché ha visto e fatto (l’altro giorno) abomini, ti trovi davanti l’orrore, la disgrazia, di qualcosa che non è la guerra greca, faccia faccia, spade e armature, ma un business di armi, droga e rifiuti tossici chiamato peace-keeping. La guerra chiamata missione di pace pulsa nei ricorsi sommersi, messi a tacere, di uomini che nessuno ascolta. Ho grande rispetto per chi ha perso qualcuno nei forni, negli Appennini e nei Balcani. Domattina sarò coi miei vecchi partigiani di montagna. Ma non sono così a posto, con la coscienza. Chiedersi dove eravamo è da perdenti. Dove siamo adesso? Dove eravamo nel 1945? Non c’eravamo. Nel 1993, ai tempi del Checkpoint pasta, sì. Ci abbiamo mandato i diciannovenni di leva. Ragazzi venuti fuori dai bar di provincia, innamorati magari, un fucile con le tacche, «one shot one kill».
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