Rondolino dice: Discutiamo coi razzisti, e convinciamoli che hanno torto. Ma in quale paese vive?

David Bidussa

Il razzismo è figlio delle frustrazioni sociali. Non è che uno legge certi libri e diventa razzista. Magari succede anche, ma è un’analisi troppo intellettuale. Per questo la proposta di Fabrizio Rondolino su "il Giornale" di oggi non mi convince, perché è intellettualistica, semplicistica e, soprattutto, fa finta di non sapere due cose:
Il razzismo in Italia non è un vago ricordo del passato.
Non abbiamo una cultura (non dico una retorica, quella ne abbiamo senza timore di esaurimento scorte) dell’antirazzismo. E non l’abbiamo perché per fare una cultura dell’antrirazzismo ci va un senso comune scientifico e un retroterra di conoscenze antropologiche che nessuno ha in questo Paese. In più ci va anche una cultura economica che non soggiace all’idea del complotto bancario (anche su questo piano la cultura media è bassa per non dire inesistente).

E allora il quadro è il seguente: il razzismo in Italia è destinato a crescere. Ci sono delle responsabilità politiche sia a destra che a sinistra, ma soprattutto c’è una realtà concreta con cui dobbiamo misurarci.

Forse, per alcuni, il mio può apparire un auspicio negativo infondato. Forse altri diranno che non siamo in un sistema politico fondato sulla discriminazione razzista o sulla classificazione discriminativa e gerarchica dei suoi abitanti per appartenenza etnica, culturale, religiosa. So perfettamente che non c’è un codice fondato sul sangue.
Il problema, tuttavia, è che una società razzista e xenofoba non ha bisogno di tutte queste cose. Le sono sufficienti:
• un tasso di disoccupazione consistente;
• una condizione economica di recessione;
• la convinzione di aver avuto un passato di successo cui è seguito una crisi sociale diffusa;
• un ceto medio frustrato;
• una provincia lontana dalla capitale che ha il senso profondo di essere sfruttata da una classe di signori fannulloni;
• una generazione di 20-30enni sempre più arrabbiata;
• un’opinione pubblica che non ha alcuna fiducia in una classe politica che considera autoriferita, comunque preoccupata solo di fare i fatti propri e convinta che al governo ci siano esponenti che non difendono gli intessi nazionali
• La convinzione diffusa che il proprio paese sia diventato il paese di tutti gli stranieri, ma non degli “indigeni”;
• il timore che vadano al potere dei tecnocrati che facciano l’interesse degli stranieri;
• la diffusione di movimenti politici regionali autoritari;
• un clima culturale dove il linguaggio sociale, culturale e valoriale antisistema è spesso vicendevolmente scambiabile tra destra e sinistra

Benvenuti nella Francia degli anni ’30 alle soglie del crollo della III Repubblica (giugno 1940).
Qualcuno sa indicare delle differenze sostanziali con la nostra quotidianità?
 

Comments

Robert's picture
Inviato da: Robert
17 December 2011 - 12:31

Il razzismo non è affatto il frutto di frustrazioni sociali. Il razzismo nacque come una teoria di carattere scientifico-antropologico. Quindi non è mai vero che il razzismo nasce dall'ignoranza, come spesso si dice, ma è proprio il contrario: il razzismo nasce dalla conoscenza, ovvero dalla conoscenza dell'altro. Oggi il razzismo sta esplodendo in Europa perché più di prima viviamo a stretto contatto con l'altro, e la narrativa del "siamo tutti uguali" non trova riscontro nelle esperienza quotidiane. Non è una questione di "paura dell'altro", come spesso si dice. È una questione genuinamente politica. E dev'essere affrontata come questione politica.

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