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direttore Alessandro Ovi

Prodi commenta su Linkiesta: “L’Italia ha bisogno della manifattura più dell’America”

Blog post del 31/08/2011
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L’ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione Europea Romano Prodi commenta l’intervista a Andy Grove, fondatore di Intel, che sostiene la necessità della manifattura come elemento di crescita dell’economia americana sul blog della rivista Technology Review di Alessandro Ovi.

In una intervista di Robert Hof su Technology Review, Andy Grove, fondatore di Intel, sostiene che la crescita di posti di lavoro nel settore manifatturiero è assolutamente indispensabile al futuro degli Stati Uniti. Grove conosce molto bene quanto possa essere rischioso intraprendere un’ attività manifatturiera, e per questo sostiene che il governo americano dovrebbe fare molto di più per promuoverle.

Secondo Grove, la perdita della attività manifatturiera nel paese renderebbe molto più difficile per gli innovatori trasformare in prodotti le loro idee. Cita come esempio il settore fotovoltaico dove, benché la maggior parte delle tecnologie siano state inventate negli Stati Uniti, quasi tutte le innovazioni industriali provengono dall’ Asia e dalla Germania, perchè là sono le fabbriche. Altro elemento importante è che solo con la manifattura si può combattere seriamente la disoccupazione.

Questi sono i motivi per i quali, secondo Grove, gli Stati Uniti non dovrebbero focalizzare le loro attenzioni non solo sulle produzioni con tecnologie avanzate, ma anche su quelle per beni a valore più basso. Il caso che viene considerato più straordinario, è quello della scomparsa della industria dei Computer dagli Stati Uniti. Nel 1970, ricorda Grove, c’erano 150 mila posti di lavoro, saliti poi a 2 milioni al momento di picco, per poi ridiscendere ai 150 mila di oggi.

Nel frattempo, il fatturato dell’industria dei Computer è salito do 20 a 200 miliardi di $. «Rendersi conto di questa enormità, e continuare a ripetere il “mantra” che innovazione e tecnologie avanzate ci salveranno, di fronte all’ evidenza del contrario, è il motivo per cui sono arrivato a scrivere che bisognerebbe mettere dazi sulle produzioni dei paesi a basso costo del lavoro» arriva a sostenere Grove, pur sapendo benissimo di quanto una proposta del genere sia impopolare tra gli economisti.



Domanda Hof: Ma in realtà non sono l’automazione e gli incrementi di produttività le vere cause del declino della occupazione nella manifattura?
Grove: «No, malgrado l’automazione e la produttività, questi lavori esistono ancora, soltanto non sono più qui. Quello che è successo negli Stati Uniti ha invece molto a che vedere con il “contract manufacturing” dove, come ad esempio nel caso di Apple, si progetta qui un prodotto poi lo si manda a fabbricare altrove, ad una società come la Foxcom cinese, che così si ritrova ad avere 1,1 milioni di nuovi posti di lavoro».

Hof: Ma non è forse vero che fabbricare in Cina è semplicemente molto meno costoso?
Grove: «Prima di tutto vorrei vedere una analisi che mi dimostri di quanto il prodotto così fabbricato è meno costoso. Probabilmente si può ottenere la risposta che si vuole,in funzione delle ipotesi che si fanno. A far risparmiare è la “supply chain” locale? Quanto dei costi indiretti “di supporto” della casa madre (progettazione, ingegnerizzazione...) viene allocato alla fase produttiva? Quanto dei benefici del “delocalizzare” la produzione deriva da sgravi fiscali o incentivi fiscali offerti dal paese che ospita le attività manifatturiere ? Quanto da condizioni di lavoro o di impatto ambiental non accettabili da noi? Il problema è che oramai si dà per scontato che la manifattura negli Stati Uniti sia morta. Se si crede a questa storia e si agisce di conseguenza, la storia diventa verità. Io penso che tutti i nuovi investimenti siano influenzati da questa situazione, data per scontata, che viene automaticamente inclusa in tutti i piani, prima ancora che questi vengano definitivamente quantificati. E se non prevedi fin dall’inizio di avere le fabbriche qui, anche tutti i fornitori ti seguiranno fuori dagli Stati Uniti».

Hof: Ci sono paesi industrializzati che possono dare un esempio di come trattenere almeno parte del settore manifatturiero?
Grove: «Certo. La Germania è riuscita, al contrario di quanto fatto negli Stati Uniti, a trattenere manifattura ed a innalzarne il valore. Là si fanno produzioni di precisione, come Mercedes e Porche nell’automobile, o Siemens nell’imaging biomedicale e nella generazione di energia. Non si può certo dire che la Germania non abbia altri problemi, ma tra questi la disoccupazione non è tra i più importanti.

Hof: Che dovremmo fare qui, allora?’
Grove: «Io penso che il più grande nemico della manifattura americana sia la “finta certezza” che gli Usa sia un pessimo posto per farla e che sia proprio questa percezione tenere la manifattura lontano da qui. Io penso che il nostro governo dovrebbe sforzarsi di far conoscere bene a tutti qualunque esempio in cui società, città, stati , agenzie governative, hanno con successo avviato nuove attività manifatturiere. Ciò può servire di stimolo a chiunque stia prendendo in considerazione la costruzione di una fabbrica, o che sta pensando di intraprendere una carriera nel settore.

Hof: Non mi pare lei sia molto fiducioso in un ritorno di lavori manifatturieri qui negli Stati Uniti
Grove: «No, in realtà penso che questo succederà, ma forse sarà troppo tardi. Nella seconda guerra mondiale è stata la manifattura Americana a vincere la guerra ma ci ha messo due anni per per partire davvero, ed era un mondo molto diverso. Oggi non vedo nessun modo per rompere il nostro “ciclo miope” al di là di creare abbastanza casi di successo, disconnettersi dall’atteggiamento negativo verso “la fabbrica” e cominciare a sollevare seri dubbi sulla correttezza della attuale “pensiero comune”.

(Alessandro Ovi)

Prima pubblicazione 22 agosto 2011

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COMMENTI /

Ritratto di Romano Prodi
Mar, 30/08/2011 - 13:04
Romano Prodi
Se questo vale per gli Stati Uniti, per l’Italia vale almeno dieci volte di più. Romano Prodi
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Ritratto di Anonimo
Mar, 30/08/2011 - 13:23
Sottoscrivo.
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Ritratto di alfred
Mar, 30/08/2011 - 13:43
alfred
i paesi che hanno mantenuto al loro interno la produzione manifatturiera hanno anche mantenuto tassi di crescita stabili e rapide capacità di recupero dai periodi di recessione. i paesi che hanno invece optato per soluzioni di delocalizzazione, US in primis e a seguire lo UK, , hanno assistito ad una graduale concentrazione della ricchezza finanziaria, unita a due spiacevoli fenomeni: l'impoverimento della classe media e l'aumento strutturale del tasso di disoccupazione. L'Italia non ha fatto scelte, si è lasciata - come sempre -tarsportare dagli eventi e ha già perso importanti opportunità a favore della Germania
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Ritratto di Gianfranco De Simone
Mar, 30/08/2011 - 13:52
Gdesimone
Mettiamola così, o Andy Grove ha una visione del mondo "vagamente disinformata" o sta semplicemente facendo un discorso "chiagni e fotti". I vantaggi derivanti dalla specializzazione produttiva negli scambi internazionali non sono una novità della cosiddetta globalizzazione, ma esistono da sempre. Lo faceva notare David Ricardo un paio di secoli fa. Ogni paese trae vantaggio dallo specializzarsi produttivamente nelle attività in cui riesce relativamente meglio. I paesi che scambiano internazionalmente i beni che producono nel modo relativamente più efficiente ne traggono un doppio vantaggio, accedono a una varietà più ampia di beni e li pagano al prezzo più vantaggioso. Il protezionismo non è mai un buon affare perchè sostiene settori decotti anche al costo dell'inefficienza e produce un aumento di costo che si scarica sui consumatori. La globalizzazione ha solo estremizzato questo concetto tramite la "morte della distanza". Un processo produttivo può essere spezzettato e dislocato a cavallo dei confini tra paesi o sull'intero globo, per sfruttare vantaggi di costo, fare efficienza e aumentare la profittabilità delle attività produttive. Quello che non dice Grove è che i paesi avanzati non hanno rinunciato alla manifattura ma si sono solo specializzati nelle attività produttive ad alto valore aggiunto (che richiedono manodopera più qualificata di cui sono relativamente più dotati) e hanno delocalizzato quelle a più basso valore agigunto (per risparmiare sul costo del lavoro dequalificato). La Germania per esempio è stata tra le prime a delocalizare nei paesi del centro-est europa e proprio nell'industria automobilistica (si veda ad esempio la VW in Repubblica Ceca e in Slovacchia). Magari Andy può spiegarci come mai Intel assembla in Costa Rica, Cina e Vietnam ...
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Ritratto di Emilio Odescalchi
Mar, 30/08/2011 - 22:50
Eodescalchi
Qualcuno poi dovrebbe spiegarmi, o indicarmi almeno 3 buoni motivi per impiantare in Italia un nuovo impianto manifatturiero, anche di prodotti ad alta tecnologia. soli tre per piacere. Un mio conoscente, che produce componenti tecnologiche, innamorato del bel-paese, dove trascorre le vacanze (toscana), mi ha fatto la domanda e mi sono sentito in imbarazzo. Mi ha poi mostrato i dati tratti da "transparencyinternational", ( indice della corruzione percepita) dove il nostro punteggio è 3,8, 0,1 punto meglio della Grecia, e con la virtuosa Danimarca che ha 9,8. A scuola con un 4 in condotta, venivamo, minimo respinti, se non espulsi. Mah!
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Ritratto di Anonimo
Mer, 31/08/2011 - 17:39
La tesi espressa da Grove non mi sembra assolutamente "disinformata" o "furbetta", casomai confuta, a ragione, uno dei capisaldi del management dai principali gruppi industriali: ovvero esternalizzare la produzione per abbassare i costi e aumetare i profitti. Peccato che, come dice Grove, l'outsourcing totale e miope oltre all'abbattimento dei costi, implica anche la distruzione del know how dell'azienda (e quinde del valore) che alla lunga diventa una scatola vuota. Come nel caso di Dell, per citare un caso ben noto. Per uscire dalla crisi, anche a livello Paese, è necessario fare scelte che tendano ad aumentare il valore dei prodotti, quindi creare le condizioni per cui un imprenditore abbia valide ragioni per aprire una fabbrica in Italia.
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Ritratto di Gianfranco De Simone
Mer, 31/08/2011 - 18:48
Gdesimone
@ Anonimo: Qualsiasi modello di outsourcing o offshoring comporta una valutazione di costi e benefici. Non tutto è delocalizabile o esternalizzabile poichè bisogna considerare anche le caratteristiche specifiche del processo produttivo e del mercato verso cui si delocalizza o dell'impresa alla quale si esternalizza il segmento del processo (c'è tutta la questione del coordinamento o quella degli incomplete contracts, ad esempio). Detto questo, chi rivede le proprie decisioni vuol dire che aveva sbagliato le valutazioni iniziali. Ci può stare. Ma l'evidenza aneddotica non controverte certo l'evidenza empirica più sostanziale della convenienza a ragionare in termini di vantaggi comparati (e vantaggi assoluti di costo) e specializzazione produttiva, per mantere o acquisire maggiore competitività sia a livello di singola impresa che a livello aggregato di industria/settore.
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Ritratto di Anonimo
Gio, 01/09/2011 - 17:46
@Gianfranco il punto è proprio questo: nella valutazione costi e benefici si è omesso di mettere a bilancio la perdita di competenze, dando per scontato che smettendo di "fare" ci si potesse contentrare nel "progettare". In realtà si è smesso di fare e poco docpo anche di progettare, forse perché le cose non sono così facilmente scindibili.
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Ritratto di Confucio
Mar, 06/09/2011 - 14:33
Confucio
per progettare bene bisogna saper fare bene. non si governano conoscenze e arti che non si praticano. chi come me nasce metalmeccanico conosce la differenza tra un ingegnere che si sporca le mani con la produzione e si spiega anche con carta e matita e un ingegnere che è un mago di cad e rendering, ma non ha mai dovuto grattare con la spazzola lo sporco d'officina da sotto le unghie. la differenza che passa tra l'italia e la germania sta anche nella considerazione in cui è tenuto il patrimonio di conoscenze tecniche e pratiche che stanno sotto il cappello o il caschetto dell'operaio, sempre più tecnico di produzione. un tempo essere operaio specializzato (di quinta, si diceva) era un vanto, un merito riconosciuto sul campo. oggi quali sono le aspirazioni di chi entra nel mondo del lavoro, anche con poca o nessuna competenza tecnica? il lavoro manuale, non puramente "di concetto", viene pressoché considerato degradante. troppo spesso la speranza è quella di guadagnare in virtù di uno status certificato da improbabili definizioni in lingua inglese su un biglietto da visita. la decostruzione della manifattura inizia in quel momento. non nei costi, nelle delocalizzazioni, nella globalizzazione.
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Ritratto di Ignazio Rocco
Mer, 07/09/2011 - 21:00
Ignazio Rocco
Credo sia interessante notare che, nei fatti, ci sono diversi esempi di ritorno del manufacturing dall'asia agli US, proprio in virtù di alcuni dei punti commentati da Andy Grove (logistica, maggiore produttività in US). Ci sono studi che mostrano che, per alcune produzioni, il vantaggio di costo di manufacturing unitario che esisteva in Cina nel 2000 rispetto agli US arriverà a dimezzarsi nel 2015 (e di fatto a scomparire se si tiene conto della logistica e di altre complessità), per effetto di un aumento dei salari in Cina e del permanere di una produttività molto più bassa degli US. E' ahche interessante che purtroppo pochi dei fattori sui quali si basa il comeback degli US siano condivisi dall’Europa (a parte la Germania) e ancor meno dall’Italia.
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