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di Alessandro Oliva

Boxing day: in Inghilterra si regalano il calcio giocato, noi il calcioscommesse

Blog post del 26/12/2011

In Inghilterra si gioca in campionato anche a Natale. Per noi italiani, noto popolo benpensante ed attaccato alla sacralità delle feste, è una cosa impensabile. Nonostante il calcio sia religione esso stesso, il Natale qui non si tocca. Per noi, le festività sono grandi abbuffate di cibo, invasione dei centri cittadini per i regali dell’ultimo minuto, tombolate e partite a carte, visite ai parenti, messe di mezzanotte, presepi e lunge discussioni onotologiche sull’esistenza o meno di Babbo Natale (non esiste, lo sanno tutti). In Inghilterra, a S.Stefano si mangia e poi si va allo stadio. Questo è il Boxing day, che nella Britannia vittoriana era il giorno in cui i ricchi confezionavano grandi pacchi (boxes) colmi di doni per i più poveri e che da anni si è trasformato in giornata di campionato. 

In Italia, sull’assenza di calcio a Natale, i vertici del pallone si giustificano affermando che fa troppo freddo e così aumenta il rischio infortuni. Certo, i nostri divi hanno bisogno delle vacanze: dopo il ritiro estivo, le trasferte, le partite e gli allenamenti, i calciatori poracci hanno diritto alle vacanze al caldo. Se i giocatori della Premier si arrogano tale diritto, i tifosi li ammazzano. Poco prima del turno di Natale dello scorso anno, il Blackburn è potuto scendere in campo perchè sono stati gli stessi tifosi inglesi a spalare la neve dal campo.

In Inghilterra, i calciatori riescono ad unire l’utile al dilettevole. Con il beneplacito dei tifosi. E dei tabloid, che così possono tirare un po’ più di copie anche sotto le feste. In Premier vige infatti una tradizione. I calciatori giocano durante le festività e i club concedono loro una serata di festa poco prima del 25 dicembre. In realtà le squadre stesse non sono obbligate a ringraziare nessuno. I calciatori sono pagati per giocare. Ma è una sorta di gentlemen's agreement. Così i calciatori si chiudono in un hotel di lusso e per una sera vanno al devasto. Il giorno dopo i giornali scandalistici li immortalano ‘mbriachi, magari con la tettona di turno.
In Italia, una cosa così sarebbe impensabile. Grideremmo tutti allo scandalo. Lo farebbe pure quel politico beccato con la striscia di coca e il trans, tempo fa.

Non sto difendendo la depravazione (perchè nel nostro Paese è sempre doveroso giustificarsi subito). Nel mio fervore calcistico adolescenziale mi sono dedicato alla lettura di vari libri sul calcio. Uno di questi, tra i miei preferiti in assoluto, è ‘Questa pazza fede’ di Tim Parks. Inglese di nascita, ma veronese d’adozione, Mr Parks ad un certo punto afferma che noi italiani siamo troppo moralisti: per un calciatore inglese è normale dopo la partita andarsene al pub a farsi una pinta. In Italia, se Ronaldinho viene beccato alle 2 fuori da un ristorante è un maiale.

Tuttavia, ogni tanto indignarsi non fa male. Anzi. Vedi il caso Doni. Mentre a Londra e dintorni giocano a calcio, a noi tocca un Natale alle prese con il calcioscommesse. L'ex capitano dell'Atalanta ha confessato: ha fatto parte di un sistema che truccava le partite. E mentre nei forum su internet la maggior parte dei tifosi non gliela perdona, possiamo solo aggrapparci al gesto di Simone Farina, il giocatore del Gubbio che ha rifiutato di spartirsi con altri compagni 200mila euro per truccare il match di Coppa Italia dello scorso fine novembre contro il Cesena. Il commissario tecnico della nazionale italiana, Cesare Prandelli, lo ha chiamato a partecipare al prossimo raduno degli Azzurri. Chiariamo: non è una convovcazione. Farina non giocherà accanto a Buffon e De Rossi, ma potrà allenarsi con loro. E mentre Sky Sport trasmette Chelsea-Fulham, non posso fare a meno di pensare che anche noi italiani, grazie al gesto di Farina, quest'anno abbiamo avuto il nostro piccolo Boxing Day. Facciamone buon uso.
 

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