La morte dei borghesi? Preferire la rendita ai parvenu
Carlo Lottieri*
La strana parabola di una classe sociale che, nella storia, ha fatto grandi rivoluzioni in nome del
Che cos’è la borghesia? E chi è veramente borghese nell’Italia declinante dei nostri giorni, attraversata da crescenti inquietudini e dove aumenta il numero di quanti intendono chiudere la propria attività e andare altrove?
Quando eravamo più giovani studiavamo su libri che con quel termine indicavano il ceto egemone all’interno della società capitalista. Nella vulgata marxista che ci ha nutrito per decenni, con la parola “borghesia” ci si riferiva ai padroni sfruttatori e ai loro complici. Borghese era colui che acquistava il lavoro dei proletari e s’arricchiva perché non restituiva per intero quanto riceveva: intascando il “pluslavoro”.
Per una lunga stagione non ci si poteva dichiarare borghesi e non è un caso che un autentico irregolare come Sergio Ricossa abbia dedicato un suo delizioso libretto (letterariamente molto pregevole) proprio a esaminare questa figura maledetta della storia e della civiltà europee. Ed è significativo che, figlio di operai (e laureatosi in economia dopo avere ottenuto un diploma tecnico), egli abbia voluto intitolare quel volume Straborghese, al fine di rivendicare l’impossibile e scandalizzare i benpensanti.
Vi sono insomma stati anni durante i quali la vera provocazione e l’unico modo di épater le bourgeois consisteva – non appaia una contraddizione – nel dirsi apertamente borghesi.
Proprio nelle prime pagine del libro l’economista torinese evidenzia come i tratti essenziali per riconoscere lo spirito borghese siano “l’individualismo, lo spirito d’indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita”. Ma in anni che hanno visto fiorire ogni genere utopia e controcultura, dalla comunità di “Servire il popolo” alla rivista “Re Nudo”, abbracciare lo spirito borghese significava condannarsi alla marginalità.
In seguito le cose sono cambiate, ma più in superficie che nella sostanza. È certo vero che il crollo anche culturale della religione marxiana ha portato a riformulare in termini nuovi il dibattito. Il giornale che più di tutti e per decenni ha condizionato la società italiana del dopoguerra, “La Repubblica”, ha sempre esibito una sua identità borghese, contrapponendo la parte buona e progressista della classe dirigente a quella cattiva e reazionaria (variamente interpretata dai democristiani di destra, dai socialisti, dei berlusconiani). Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti sono dichiaratamente borghesi, ma il loro radicarsi in un ceto e anche in una storia culturale (dagli azionisti al “Mondo” pannunziano) non rappresenta qualcosa di cui vergognarsi. Marx è dunque finito, e definitivamente, nei manuali di filosofia. L’Italia è cambiata e anche a sinistra si è potuto e si è dovuto farsi borghesi, e quindi aperti, innovativi, laici, “europei”.
Eppure una vera borghesia, nonostante tutto, non è facile incontrarla. Come mai?
Il problema è che la borghesia sopravvissuta è una borghesia di Stato: un ceto egemone che non ha molto a che fare con le logiche della concorrenza e dell’imprenditorialità. Anche sul piano sociologico, i lettori del quotidiano di Scalfari sono professori del liceo e impiegati dell’Inps assai più che artigiani o piccoli imprenditori, e credono che il ceto dirigente vada selezionato sulla base dei risultati scolastici (quando non a partire dall’adesione a taluni “valori civici”).
Al cuore dell’immaginaria borghesia celebrata dal nuovo progressismo c’è un Pantheon in cui svettano i grand commis e i professori universitari, i giudici e gli assistenti sociali, i letterati e i registi impegnati. L’imprenditore di origini operaie che ha fatto crescere un’azienda tessile e poi si è comprato un Suv può essere solo sbeffeggiato dal comico ben sintonizzato con il politicamente corretto. Era un cafone quando era povero e tale rimane ora che è ricco: certo non è un borghese.
Le cose non sono sempre andate così, perché dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Sessanta le figure emergenti della società italiana erano i capitani d’industria di Biella, della Brianza, di Prato, di Genova. In quell’età la modernizzazione del Paese passava attraverso le scommesse imprenditoriali di chi metteva le fabbriche dove prima c’erano i campi, trasformando i braccianti in operai e in tecnici. La scomparsa della via Gluck avvenne su iniziativa di una borghesia che credeva nell’avventura: ben sapendo che poteva avere successo oppure no.
La nuova borghesia che legge “La Repubblica” appartiene a un mondo diverso, che in larga misura è ancora il nostro. La crescita dello Stato – già negli anni del fascismo e ancor più a partire dal centrosinistra – ha prodotto cambiamenti radicali. Il risultato è che oggi il borghese ha ben poco a che fare con l’innovatore celebrato da Ricossa: con colui che inventa mondi nuovi. In altre parti e specialmente negli Usa – dove ancora recentemente abbiamo avuto i Steve Jobs, i Bill Gates, i Mark Zuckerberg – l’individualismo imprenditoriale seguita ad avere un ruolo rilevante, ma non da noi. A seguito dell’espansione dello Stato una parte significativa delle imprese è statale, un’altra vive di commesse pubbliche e una terza, infine, trae immensi benefici da una miriade di norme che regolano il settore e limitano la concorrenza.
L’espansione dello Stato ha in larga misura trasformato la vecchia borghesia in una nuova nomenclatura. Nelle ultime riunioni di Confindustria faceva un’impressione assai particolare constatare che nelle prime file vi fossero i responsabili di Poste Italiane, Trenitalia, Finmeccanica, Eni, Rai, Enel e via dicendo. Ma ciò discende dal fatto che in molte socialdemocrazie europee – perché una simile situazione non riguarda solo l’Italia – l’universo delle imprese è in larga misura un appendice del potere politico, dal momento che quest’ultimo ha mille possibilità di dettare legge. È anche e soprattutto per questo motivo che la borghesia ha perso peso, voce, specificità.
Se Marx ebbe a dire che il governo era solo il comitato d’affari della borghesia, oggi questa aristocrazia di nominati che controlla le maggiori imprese (questa nomenclatura, appunto, di lottizzati e alti burocrati) è essenzialmente una proiezione del governo e del sistema dei partiti. Chi ha il potere nomina e/o regola chi ha i soldi, e quest’ultimo finanzia e condiziona chi fa e disfa il diritto. La borghesia imprenditoriale, però, era un’altra cosa.
*Professore di filosofia politica, Università di Siena

Comments
Però, il buon Ricossa, ha fatto, per tutta la sua vita, il dipendentestatale, come professore di università
La santificazione del mito dell'imprenditore che si fa e non si fa' da se'* in un sito-giornale gestito da imprenditori alla ricerca del successo economico, totalmente nel solco del mito borghese, non fa' notizia. Previsioni: piogge intense.
*visto che fatte tutto voi, provate ad andare a lavorare da soli nelle vostre fabbrichette vuote e vediamo quanti pezzi escono dalla porta.
a Carlo Lottieri i miei complimenti per il bellissimo articolo. Un'analisi del fenomeno che condivido in pieno.
Bellissimo articolo ed ancor più bello deve essere leggere il libro. Da quelle poche righe si capisce perchè l'Italia è ormai un Paese pieno di debiti e con la PA più inefficente d'Europa (forse prima c'è la Grecia). Bella anche l'analisi su La Repubblica che appare come la Pravda della PA, l'organo ufficiale di stampa del partito della Pubblica Amministrazione.
Analisi perfetta (purtroppo ....) !
appunto: al centro della mentalità borghese sta l'individualismo... ci credo che è malvisto. perché i jobs e simili sono più considerati? non certo perché hanno un individualismo imprenditoriale (che poi vorrei mi spiegasse cos'è, dal momento che il concetto appare molto più complesso di quello espresso da lei) piuttosto perché hanno creato qualcosa che è visto come un passo avanti per tutti. in fondo la funzione del sistema capitalista dovrebbe essere questo, altrimenti non avrebbe alcun senso se fosse solo un sistema per arricchire qualcuno, non le pare? come avrebbe potuto affermarsi se non fosse stato un sistema che in un certo modo non avesse favorito lo sviluppo (a costi, certo, molto pesanti, ma non ne si può facilmente negare la potenzialità produttive, sarebbe negare l'intera teoria di produzione del valore).
perché in italia questo fenomeno non si vede (o meglio non è così facile da notare)? i motivi sono molteplici, ma non per la mancanza di "imprenditorialità", né tantomeno perché le aziende sono appendici del potere politico e nemmeno perché ci sono leggi che limitano la concorrenza. accade in primo luogo perché in italia non si crea nulla, o meglio non si crea nulla per gli standard del capitalismo cognitivo, che è il capitalismo che abbiamo oggi davanti. e se non si crea nulla non si è borghesi (e se si produce solo "roba vecchia" si è solo dei parvenu, dei contadini arricchiti che proseguono solo cercando di vendere le loro vecchie tradizioni x farci dei soldi sopra).
e marx in questo caso non va affatto accantonato, perché marx ha parlato di un fenomeno che si chiama "sussunzione": ed esistono 3 diversi di tipi di sussunzione: formale (messa a profitto di una certa attività in una struttura non capitalista, questo accadeva prima della rivuoluzione industriale), reale (messa a profitto delle attività in una struttura pienamente capitalista, il capitalismo ottocentesco post-rivoluzione industriale, per intenderci) e totale (è una definizione che é stata inventata da filosofi più recenti per intendere la messa a profitto dei tempi stessi di vita, al di fuori anche dello stesso paradigma produttivo classico).
perché facebook crea un plusvalore ed è quindi un'impresa riuscita? perché mette a profitto i tempi di vita, gli interessi, riesce a mettere a profitto tutto quello che non è il lavoro produttivo classico. perché la apple produce plusvalore? perché coordina una sussunzione reale (vd cina) con la vendita di un software, ovverosia crea un oggetto che è "puramente intellettuale" (cognizione) e lo vende.
se non capiamo oggi che cos'è il capitalismo cognitivo è inutile venire a dare lezioni di capitalismo su internet, dichiarando che marx è finito direttamente nei libri di filosofia. se l'autore si fosse preso la briga di andare a leggere che cosa sono i grundrisse forse direbbe qualcosa di differente, ma, si sa, in italia si vive solo come "appendice del potere politico" (sì, ti ho giudicato, e per di più con le tue stesse parole!)
vogliamo dire che marx è finito? allora dobbiamo averla fatta finita col capitalismo, dal momento che marx pone le basi non solo del comunismo ma anche dell'analisi critica del capitalismo.
Articolo perfetto.
Non leggevo più Ricossa da tempo (si è così appartato ! O forse io non sono stato più capace di seguirlo). Ai tempi del Giornale di Montanelli, si potevano "gustare" i suoi articoli tutte le settimane (quasi). Alcuni li conservo in fotocopia. Andrò subito a comprarlo.
Purtroppo ora Ricossa è anziano e ha problemi di salute. Per questo non scrive più. Ma negli ultimi anni sono stati ripubblicati vari suoi libri: tra cui anche quel piccolo capolavoro che fu "Straborghese". Un libro da comprare e regalare.
Non è difficile vedere come la borghesia italiana, che è sempre stata una classe numericamente molto sottile, dato che l'Italia partecipa della modernità ma non certo come avanguardia, sia andata quasi completamente estinta nel periodo tra il 1920 e il 1960. Vedo questo fenomeno principalmente riflesso nell'architettura e nel progressivo degrado della stessa. Basta guardare gli obbrobri che ci circondano per comprendere la fine di una pur gloriosa classe sociale, che si è tuttavia estinta per il motivo più banale: la fatica di diventare borghesi, di studiare, di lavorare seriamente, non fa più parte dell'etica delle nostre elite sociali. I tipici borghesi possono essere per me Newton, o Goethe: gente che studiava e lavorava con disciplina e rigore apprese in anni e anni di durissimo apprendistato. Oggi i figli dei "ricchi" vanno in giro sulle loro fuoriserie a sbevazzare ed altro. Non è neppure concepibile che si rompano la testa studiando e lavorando per acquisire e mantenere il dominio di un'autentica cultura.
Semplice, si sono trasformati in nobili.... o almeno si credono tali.... saluti, buon lavoro.
Analisi senza dubbio condivisibile. L'espansione dello Stato ha impedito lo sviluppo di autentici borghesi (innovatori, imprenditori, anticonformisti) e ora la società è controllata da una burocrazia del pensiero che vorrebbe regolare ogni minimo aspetto della nostra vita. La sensazione è che i migliori di noi se ne andranno.
Condivido l analisi.lillo Craparo monza
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