Borghesia, torna ad indignarti e rimettiti in marcia
Trentuno anni fa, il 14 ottobre del 1981, si svolgeva a Torino la “marcia dei quarantamila”, tutti b
Sunday afternoon on the Island of Grand Jatte, Seurat
Caro Direttore,
mi colpisce questa nostalgia strisciante di una marcia, alla vigilia di quella romana dei nostri indignados. Esattamente 31 anni fa, il 14 ottobre del 1980, i capi Fiat organizzarono a Torino una grande adunata, passata alle cronache come “la marcia dei quarantamila” che ruppe il ricatto sindacale schierato a oltranza davanti ai cancelli di Mirafiori. Quadri e dirigenti del Lingotto ma non solo alzarono la testa e misero fine al blocco della produzione rilanciando l’etica del lavoro e dei valori borghesi in un paese frantumato.
Quell’epica torinese in realtà fu uno dei pochi sussulti di coscienza di classe, una fugace parentesi, in un paese che vive da anni la crisi profonda dell’idealtipo borghese. Silvio Berlusconi per quasi vent’anni lo ha contrapposto all’antagonismo sociale e allo spettro dei cosacchi in piazza San Pietro. L’anticomunismo come muro divisorio della società italiana. Al termine della sua parabola, lo si vede in questi giorni, si capisce bene che quella narrazione è stata totalmente strumentale: il Cavaliere si porterà dietro in eterno la dannazione della rivoluzione tradita. Il reato gravissimo di aver abusato e poi stravolto il senso e la speranza di una parola, libertà, così tipicamente borghese. D’ora in poi - questo il vero misfatto berlusconiano - chiunque oserà alzare quella bandiera nobile dovrà fare i conti con il precedente ravvicinato di un’idea bruciata e verrà tacciato di voler fare il berluschino. E sul punto, se paragoniamo il coraggio di quella marcia di allora con l’ipocrisia dell’ultimo ventennio, la nostra cosiddetta borghesia porta molte responsabilità.
Il pericolo rosso, l’irriformabilità della pubblica amministrazione, gli statali fannulloni e la politica casta che non decide, sono state una cuccia calda in cui il nostro ceto medio professionale e industriale si è rintanato per troppi anni, un comodo alibi per nascondere la mancanza di idee e la sindrome dei Buddenbrook. Il borghese in Italia in questi anni non si è fatto vedere in giro per consunzione e pigrizia intellettuale, non per stoica resistenza ad un sistema malato. Non a caso negli anni dell’impresa al centro e di uno dei principali industriali italiani a palazzo Chigi, di liberalismo in azione se n’è visto pochissimo.
Dove sono finiti i borghesi?, si chiedeva qualche tempo fa un grande liberale come Sergio Ricossa. Troppo facile (e troppo triste) fare la mappa: con le dovute eccezioni, chi nella rendita comoda, chi a tenere bordone all’amico Silvio per convenienza, convinzione o pigrizia, chi nella dimensione borghigiana di cui parla spesso Giuseppe De Rita, chi semplicemente a coltivare il proprio orticello, i suoi bei weekend al mare o in montagna. Chi infine all’estero, spesso i migliori, costretti a fare business via dal paese. La stessa borghesia mignon del quarto capitalismo, la vera novità dell’ultimo quindicennio, si è contraddistinta per le performance tedesche ma anche per il poco carisma civile. La loro fronda al Cavaliere traditore e ad una sinistra mai compiutamente riformista è stata quella di esportare di più e fare meglio dei concorrenti. Ottimo, ma non basta.
Nel frattempo quei pochi grandi gruppi rimasti, dopo che il capitalismo italiano è uscito via via dai settori innovativi (farmaceutica, chimica, elettronica, informatica), si sono fatti rentier, confermando la profezia di Enrico Cuccia che a metà anni novanta previde per le grandi famiglie un futuro fuori dalla manifattura e dentro i più comodi servizi. Dalle auto, dagli pneumatici, dalle macchine per scrivere e dai pc alla gestione di autostrade, telefoni, energia elettrica e gas (i nomi corrispondenti dei cosiddetti “capitani coraggiosi” in questione metteteli pure voi). A cui bisognerebbe aggiungere la sanità privata coi soldi pubblici, ultimo bengodi dei nostri gran borghesi. Insomma protezione, cedole, tariffe al posto della dura intrapresa, orticelli che richiedono di non disturbare il manovratore a palazzo Chigi. Per dirla franca: i big raccolti nel salotto di Mediobanca hanno spesso trovato conveniente scendere a patti con la politica, in cambio di protezioni; i piccoli, invece, scontano da tempo la sindrome del “faso tuto mi.” Nel frattempo dagli Stati Uniti spirava l’aria nuova: informatica e internet, Bill Gates e Steve Jobs e un capitalismo magnetico che si fa egemonia e soft power. Dura competere così e incalzare la politica.
Si dice che la borghesia in Italia non sia mai stata egemone. Vero. Indro Montanelli cercò fino all’ultimo, col lanternino, un partito liberale di massa che desse finalmente forma compiuta al nostro Risorgimento e facesse, una buona volta, gli italiani. C’è chi si spinge a dire che dei tre valori fondamentali di Benjamin Franklin, “industry, frugality, honesty”, almeno gli ultimi due non facciano parte del nostro pantheon. Ma davvero all’Italia non s’addice il borghese? Non credo. Ci sono stati minuscole parentesi in cui il borghese ha innervato di sé il paese. La destra storica dopo l’Unità d’Italia, prima della deriva protezionista; il dopoguerra operoso dei Michele Ferrero, Giovanni Borghi, Leonardo Del Vecchio, Aristide Merloni. La marcia dei quarantamila. Insomma il passato si può riprodurre e aggiornare ripartendo proprio da queste esperienze. A patto che non ci si prenda in giro con le parole.
Borghese infatti è chi vuol farsi da sé. Non accetta né le caste né l’egualitarismo. La responsabilità per lui è sempre individuale. Non accetta chi emerge senza merito, per privilegi o per affiliazione clientelare. “Vendo, non mi vendo”, è il suo codice d’onore. Il borghese non chiede nulla alla società se non conta di restituire con gli interessi. In questo senso è un vero rivoluzionario. Chi se la sente di giocare in questo campo? E sicuri che chi si appresta a scendere in campo risponda a questi requisiti? Non è nemmeno una questione di destra e di sinistra. Per essere più chiari: una Fiat forte e orgogliosa, come quella del 1980, avrebbe già costretto alla porta Silvio Berlusconi e questa politica rissosa e inconcludente perché sta affossando il paese, mica per calcoli politici. Invece la sua incapacità di produrre auto belle e moderne da troppi anni l’ha costretta a uno stop and go incomprensibile. Innovativa sulle relazioni industriali, fuori dal grande giro dei mercati emergenti (Cina in primis) nel suo core industriale. Le due cose si tengono. E ancora. Una pratica borghese davvero coltivata - industry, frugality, honesty - avrebbe permesso ai nostri imprenditori e professionisti di denunciare prima il tradimento berlusconiano invece di arrivarci al fotofinish, lasciando a tutti in testa il retropensiero che il ritiro della delega sia strumentale e nasconda secondi fini politici (vero Marcegaglia, Montezemolo e Passera?).
Per questo si ha l’impressione che, in fondo, le due marce del 14 ottobre 1980 a Torino e del 15 ottobre 2011 a Roma, a distanza di oltre trent’anni probabilmente si tengono: le manchevolezze e il tradimento borghese dei padri sta producendo il malessere dei figli, incartati in un paese tetro, bloccato e senza occasioni di crescita. Se la suggestione di formare un vero partito della borghesia in Italia è sempre fallito fin dai tempi di De Gasperi, con il paese alle corde non è detto non si debba riprovare oggi. Contaminare la politica si può e si deve (senza lasciarsene contaminare).
Cari borghesi, marciate un’altra volta, please.
*Inviato de La Stampa, autore di “Nord terra ostile” e “La peste di Milano” (Feltrinelli)

Comments
@ Marx pensaci tu - leggiti l'editoriale di Calabresi oggi su La Stampa e quello su Einaudi oggi su Linkiesta e capisci che il tuo intervento è sballato perchè non capisci il punto.
Il BORGHESE non è mai nichilista che sfascia vetrine altrimenti non è, come scrive bene Alfieri " Borghese infatti è chi vuol farsi da sé. Non accetta né le caste né l’egualitarismo. La responsabilità per lui è sempre individuale. Non accetta chi emerge senza merito, per privilegi o per affiliazione clientelare. “Vendo, non mi vendo”, è il suo codice d’onore. Il borghese non chiede nulla alla società se non conta di restituire con gli interessi.".
Lascia stare Marx che è articolo da maneggiare con cura e con cultura.
Forza borghesi, indignatevi e manifestate! Ma attenti ai borghesi black block. Col completo Armani potrebbero infiltrarsi e andare a bruciare le fiat punto dei cassaintegrati o a scassare le finestre delle case popolari!
Inviato da Anonimo il 15 ottobre 2011 - 01:11
"@ al primo commento. Scusa cosa non condividi ? Quele e' il granchio? Grazie. Roberta Re."
Rispondo:
Non è che non condivida il punto di vista espresso nell'articolo, anzi. Condivido in pieno la critica alla Pseudo Borghesi italiana ma da una angolazione totalmente differente.
Il granchio consiste nel credere che tra Indignati e quadri Fiat anni '80 ci sia qualcosa in comune. Nel confondere una classe (la borghesia) ed il suo comune pensare con un vissuto (la Precarietà) non certo voluto ma subito da un moltitudine di giovani appartenenti a tutte le classi sociali.
Buona serata
Signor Portiroli, se le interessa posso mandarle un executive summary via NoisefromAmerika.
Ho una domanda inquietante. Premesso che da "libertarian" non posso che condividere l'analisi e l'esortazione dell'autore mi chiedo anche:" non sarà che l'amore per l'elzeviro è troppo forte perchè noi si possa mai passare all'azione?". Lo chiedo a me stesso prima che all'autore, che non ho il piacere di conoscere e che non pare esservi più incline che la media dei colleghi.
L'obiezione tipica (valida fino al 9 ottobre 2007, picco del DJIA a 14,164.53 punti) è che ciascuno fa (solo) il suo mestiere e che quello giornalista è (esclusivamente( quello di scrivere. Ovvio, no? Non tanto. Non più. Il futuro è una terra straniera e non esistono specializzazioni che diano vantaggi circa la sua interpretazione. Senza contare che "il modo più facile per predirre il futuro è inventarlo!". A proposito dei 40.000. Già in passato nel blog de Linkiesta ho proposto di creare momenti di confronto (non sulla politic(a) intesa come alleaze e tattiche ma su politich(e) e strategie). Siccome senza denaro non si fa nulla, il primo problema che andrebbe risolto sarebbe quello del fundraising. Ciascuno di noi dovrebbe pensare ad un modello semplice ed efficace. Io il mio l'ho già pronto. Tutti siamo acutamente coscienti della necessità di riforme per rilanciare l'imprenditoria ma sembra sempre che non si possa fare nulla finchè non sarà tutto perfetto. Il regime fiscale di favore introdotto per gli under 35 è un'importante passo in avanti. Non è decisivo e moltissimo resta da fare ma, come si suol dire, "si mangia tutti i giorni" non ci si può astenere solo perchè il menu non è di nostro completo gradimento.
Ciò che davvero manca è il Capitale di Rischio (vedere la distanza con gli altri paesi http://wikipolis.posterous.com/?sort=&search=venture%20capital ). Il mio modello permette di raccoglierlo in un modo, peraltro, che sarebbe funzionale alla ricostruzione del tessuto sociale e
del senso di un movimento collettivo verso una meta condivisa. Abbiamo le intenzioni, ci mancano gli strumenti. Non ci sono più scuse, nessuno potrà dire: non toccava a me. Unica certezza: il tempo delle parole è finito da mo'.
Corretto, sono un "Borghese", di famiglia Borghese, ovvero professionisti indipendenti, mia madre e mio padre, sostenitori ed inscritti al Partito D'azione, presto naufragato. Sono cresciuto in un abbiente culturale evoluto, per i tempi, sono del 1941, di convinzione Repubblicana-La Malfiana.
Sono arrivato all'ultimo miglio: me la cavo lavoro ancora. Mi rammarica lasciare poi o prima questo paese in mano a 17 partiti, correnti e correntine, fondamentalmente DIVISO.
Non vedo leader a dimostrazione della decadenza etica della nazione che non c'è.
Vedo in compenso una miriade di predatori, parassiti, sfruttatori, peones, circensi, voltagabbana e schiva zappa opportunisti appiccicati ai loro privilegi. Consiglio la lettura di "Luigini contro contadini", i Gabrio Casati, ed. Guerini e ass. Un buon investimento. Spero che dopo la lettura, penserete alla nascita di un movimento dei Contadini.
Oltre alle scarpe, nel vicino consorzio agrario, vendono anche i forconi, con i quali si può dare aria al fieno , e pulire le stalle dal letame, e rimestare lo stallatico.
Ai giovani pensare ad altri impieghi.
Noi "Contadini", siamo la borghesia di un tempo.
Auguri a chi si unisce.
Signor Buffagni, per favore, provi a spiegarsi con maggiore chiarezza.
La nostalgia è un sentimento che nasce dalla consapevolezza di aver vissuto una straodinaria condizione che vorremmo rivivere, tanto più se assegnamo a questa esperienza passata una valenza salvifica. L'appello che viene lanciato per sollecitare il risveglio della classe sociale borghese rischia, però, di cadere nel vuoto. Presumere che una parte della società italiana sia rimasta in uno stato di dormienza e che comunque contenga nelle proprie file una moltitudine di individui attivi e nel pieno della loro maturità economica è un'illusione. Gli anni 70-80 ebbero nel fermento sociale e nell'attivismo la loro connotazione prevalente, manifestare il proprio dissenso o disagio veniva naturale. Oggi siamo degli spiriti addomesticati, che delegano ai dibattiti televisivi la rappresentanza delle proprie emozioni forti. Chiediamoci, a questo punto, da quanto tempo non abbiamo più notizie della borghesia e noteremo che c'è stato un momento in cui è avvenuto il passaggio dalla condizione di soggetti produttivi a quella di soggetti indebitati. Da qui in poi tutta l'energia vitale che fu alla base della rinascita e sviluppo del paese è stata dispersa per onorare la necessità di fare consumi e la conseguente necessità di fare debiti; in altre parole la priorità per tutti è stata di far crescere il mercato e non più i singoli individui. La società ne è uscita trasformata: la piccola e media borghesia è stata smantellata mentre l'alta borghesia ha assunto il nome di casta.
@ al primo commento. Scusa cosa non condividi ? Quele e' il granchio? Grazie. Roberta Re.
Caro Marco, la borghesia spesso e' opportunista e svogliata come dici tu, ma al portafoglio sta attenta di solito. Se non si cambia passo e si fanno le cose che, ad esempio, la BCE ci ha scritto si va a fondo. Speriamo che in Parlamento la parte sana di Lega e PDL lo capisca. Non può associassi a questa fase finale e letale di Berlusconi. Non si può andare avanti così, siamo tutti su un piano inclinato. Andrea
Berlusconi ha solo venduto favole ed usato l'ideologia per dividere. Una responsabilità storica enorme.
Condivido integralmente e speriamo ci sia una ribellione dei moderati. Berlusconi e' come il sindacato nel 1981 un tappo enorme per questo paese. Blocca il cambiamento.
La borghesia che ha pensato di delegare a Berlusconi ha una responsabilità enorme e lo spettacolo di chi si affretta a mollarlo (Berlusconi) fa venire in mente il peggio di questo paese.
Bellissimo pezzo.
Bellissima lettera, non ero ancora nato quando ci fu la marcia dei quarantamila ma ne colgo il significato. Devo convenire che il senso di stallo sia ormai radicato e che si stia tutti aspettando qualcosa. L'Italia ha bisogno di tirare fuori il meglio di se'. Ce n'e' tanto, ne sono convinto. Io ho vissuto all'estero, la gente sorride sulle nostre vicende politiche ma i nostri prodotti, la nostra cultura e le nostre arti e bellezza naturali sono oggetto di ammirazione :)
L'unica distinzione di "classe" che conta è quella tra persone per bene e mafiosi, corrotti pezzi di merda come quelli che ci ritroviamo al "governo".
Signor Alfieri, su quali dati di fatto si fonda la Sua convinzione che i c.d. indignados siano i figli (o i nipoti) dei quarantamila di Torino? o non saranno piuttosto la solita frangia di illusi manovrati dagli eterni agitatori di professione?
A Torino non vi furono atti di violenza, nè proclami deliranti sul modo di uscire dalla crisi finanziaria, ma invece una ferma e composta manifestazione di dissenso da un metodo di lotta sindacale appoggiata da una parte politica per fini suoi.
Temo che l'autore abbia clamorosamente equivocato.
Un granchio grande come una casa, per dirla tutta.
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