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Cannes, l’isola felice dove la crisi è solo nei film

Sofia Bonicalzi
La programmazione a Cannes, va avanti, con i nuovi film di vecchie visite: sulla passeggiata più gl
L’attrice Bérénice Bejo nel film The Artist, del 2011

CANNES – Mentre ci si interroga sulla tenuta dell’Euro e sul futuro delle economie nazionali, sulla Croisette nulla sembra cambiato. Ai nastri di partenza della 65esima edizione del Festival di Cannes, inaugurata dalla proiezione del colorato e anticonvenzionale “Moonrise Kingdom” – opera del texano Wes Anderson, l’autore di culto che undici anni fa aveva firmato i “Tenenbaum” – la macchina si è rimessa in moto come al solito.

Venti milioni di euro di budget, pescati equamente fra fondi pubblici e sponsor privati, e parata di star che, in abito da gran sera e sorriso smagliante, solcheranno la montée des marches, la storica passerella a gradoni da cui, tra flash e saluti al pubblico adorante, si accede all’ambita Salle Lumière. Cornetti caldi a tutte le ore nei bar della zona, vetrine tirate a lucido, ombrelloni bianchi e giornalisti trafelati.

Per gli undici giorni del Festival la cittadina affacciata sulla Côte d'Azur si trasforma in un carnevale di luci, cocktail sulla spiaggia e fuochi d’artificio, per la gioia di ristoratori e negozianti. A differenza di quanto accade in altre manifestazioni cinematografiche, il Festival di Cannes coccola i suoi giornalisti con accredito gratuito, caffè a volontà e una sala stampa ben attrezzata. Unico neo sembrano destinate a rimanere le interminabili code che precedono l’ingresso alle sale cinematografiche. Per molti mettere un piede in platea equivale a varcare la soglia della terra promessa, accontentandosi spesso di un posto in ultima fila nell’immenso spazio buio della Salle Bazin.

Ogni anno folle di curiosi si assiepano agli ingressi del Palazzo del cinema, brandendo fogli scarabocchiati e ripetendo come un mantra la medesima richiesta: “une invitation”, il magico biglietto che consente ai non addetti ai lavori – cui qualcuno abbia generosamente ceduto il proprio invito – di accedere a proiezioni altrimenti inaccessibili.

Nella maggior parte dei casi si tratta di film che non si sognerebbero mai di andare a vedere in un cinema di provincia, ma sulla facciata del Palais campeggia una gigantografia di Marilyn, che soffia sorridente sulle candeline di una torta di compleanno. I festival sembrano ancora un avamposto di quel senso sacro del cinema che altrove si è invece dileguato.

Allo sguardo della musa ideale si accompagna quello della madrina di quest’anno, la deliziosa Bérénice Bejo, lanciata l’anno scorso, proprio a Cannes, dal fortunato “The Artist” (in seguito vincitore di una manciata di Oscar), in cui recitava al fianco di Jean Dujardin, diretta dal marito Michel Hazanavicius. Per l’Italia, come annunciato da tempo, due sono le presenze celebri: il presidente di giuria Nanni Moretti e il regista Matteo Garrone, che torna al Festival con “Reality”, a quattro anni di distanza da “Gomorra”.

Presentato in Concorso il 18, Reality è la storia di un pescivendolo napoletano che decide di partecipare al Grande Fratello. Il film ha diviso la critica, suscitando entusiasmi altalenanti. Dopo l’apertura made in U.S.A. (l’anno scorso era toccato al “Midnight in Paris” di Woody Allen), il 17 maggio il testimone è passato alla Francia, con uno degli autori più amati anche dalla critica nostrana. Jacques Audiard, dopo aver mancato per un soffio la Palma d’oro con “Il Profeta” (2009), vorrebbe rifarsi con “De Rouille e d’os”, storia d’amore, solitudine e violenza fra un pugile e un’ammaestratrice di orche che ha perso le gambe in un incidente acquatico.

Durante il resto della giornata di ieri, cronisti e cinefili si sono divisi fra una serie di succulenti appuntamenti, fra i quali “Müll im garten eden” - discusso documentario sull’inquinamento di Fatih Akin che sembra aver momentaneamente accantonato i toni leggeri del precedente “Soul Kitchen” e “Mekong Hotel”, del regista e artista visuale Apichatpong Weerasethakul, che a Cannes aveva trionfato due anni fa con “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti”. Terzo film in concorso, presentato nel pomeriggio, è “Paradise: Liebe”, dell’austriaco Ulrich Seidl, che accende il riflettore sulle storie delle “sugar mamas”, le ricche europee che percorrono le spiagge africane alla ricerca di amori a pagamento. Infine, dopo gli omaggi a Roman Polanski e a Woody Allen (“Roman Polanski: a film memoir”, di Laurent Bouzereau; “Woody Allen: a documentary”, di Robert Weide) “Mystery”, di Lou Ye, film su una donna che scopre la doppia vita del marito, ha inaugurato la sezione Un Certain Regard.

Dopo la riapertura con Garrone il 18, il Concorso sfodera un’altra delle sue punte di diamante, con il giovane cineasta rumeno Cristian Mungiu che, “impalmato” nel 2007 per “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” (durissima pellicola su un aborto clandestino), torna sulla Croisette con “Beyond the hills”, storia di amicizie al femminile e di esorcismi ambientata in un monastero ortodosso nelle campagne rumene. Alla presenza del regista Pablo Larrain e del protagonista Gael Garcia Bernal, la Quinzaine des Réalisateurs, nella consueta cornice del Théâtre Croisette, ha presentato “No”, realistica e intensa rievocazione del referendum che nel 1988 ha visto la popolazione cilena ribellarsi alla dittatura imposta da Pinochet.

Ma l’evento più glamour della giornata è senza dubbio la presentazione della versione restaurata del capolavoro di Sergio Leone, “C'era una volta in America”, che torna nella extended version che il regista romano aveva originariamente prefigurato (26 minuti in più di quella attualmente circolante). Per l’occasione sul tappeto rosso sfilano Robert De Niro, Elizabeth McGovern, Jennifer Connelly, il produttore Arnon Milchan e la famiglia Leone. 

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