Addio a Martini, il pastore laico che voleva una “chiesa in croce”
È morto l’arcivescovo emerito di Milano Carlo Maria Martini. Se ne va, con lui, uno degli uomini di
Il Cardinal Carlo Maria Martini, in un'immagine del 2003 (Afp)
Le vie del Signore sono tortuose, nella loro infinitudine. Deve aver pensato qualcosa di simile Carlo Maria Martini quando, all’alba di quegli anni ‘80 che avrebbero costruito il mito effimero di Milano, Giovanni Paolo II lo chiamò per affidargli la seconda diocesi più grande del mondo: “ma sicuramente la più importante”, come dicono quei civettuoli dei preti ambrosiani. Lui, studioso sommo di bibbia e di lingue antiche, torinese di famiglia borghese e laica, i suoi primi cinquant’anni li aveva passati alla ricerca della Verità nelle pieghe profonde della Parola. A ricostruire la linea che, da quei pescatori che pensavano in aramaico, pregavano in ebraico e tramandavano la voce di Cristo in greco, è arrivata fino alla nostra contemporaneità. A studiare quelle parole e ogni segno che di esse è rimasto nella terra di Gesù con gli strumenti della glottologia, della linguistica, dell'archeologia per temprare fino all'ultimo dubbio – da gesuita – la forza della propria fede.
Nel 1980 Karol Wojtyła lo sottrae dal cono d’ombra dell’intellettuale di Chiesa riservato, dello studioso maniacale, del religioso illuminato e già noto all’élite delle intellighenzie. Dalla Cattedra di Pietro di Roma gli indica la strada dell’Arcivescovado di Milano: di quella diocesi che, fin dai tempi di sant’Ambrogio, dice messa seguendo una diversa liturgia e che, lungo il percorso che dal cardinal Borromeo porta fino a Giovanbattista Montini, cardinale a Milano quando diventa papa Paolo VI, ha sempre segnato la storia della chiesa e dell’Italia. Più diversi i due Carlo – Martini e Wojtyła – non potevano essere: schivo e misuratissimo il primo, carismatico e amante delle folle il secondo; attento e aperto ai movimenti ecclesiali progressisti e critici l’italiano, preoccupatissimo di tutto ciò che potesse anche solo somigliare ad un’apertura di dialogo col mondo comunista il polacco; teologicamente e dottrinalmente ricettivo a molte provocazioni che arrivavano dalla contemporaneità nordeuropea il Vescovo di Milano, rigorosamente conservatore il Pontefice romano. Eppure fu proprio Wojtyla, ancora fresco di fumata bianca, a nominare Martini arcivescovo di Milano. E lì cominciò la seconda vita di Carlo Maria Martini: quella di un uomo pubblico tra i più influenti degli ultimi trent’anni.
I vecchi preti milanesi guardarono a questo vescovo come a un marziano piovuto sulle loro teste. Cresciuti nei seminari dei suoi predecessori, ultimo dei quali il cardinal Colombo, faticavano proprio a capire quest’uomo dall’accento forestiero e dai gesti misurati fino alla freddezza: un gesuita torinese che studiava le lingue morte alle prese con una Chiesa milanese per sede e definizione ma profondamente provinciale e contadina, che governava le parrocchie dell’intera brianza del boom, del varesino, di parte importante del comasco, perfino di un angolo di Svizzera. Da Milano 2 a Gemonio, insomma, passando per tutto quel che c’è in mezzo. Terre remote, lontane, difficili da comprendere per il Martini abituato alle biblioteche e agli incontri di Roma, e agli angoli più silenziosi e mistici di Gerusalemme. Così come difficile da capire fu quell’unicum, insieme di pastorale e welfare sostitutivo, che nella diocesi di Milano sono stati sempre gli oratori parrocchiani. Per un uomo che poco o nulla aveva dedicato alla pastorale, quel fiume di giovani e giovanissimi che affollavano polverosi campi da calcio sono rimasti “in un angolo per i primi anni del suo magistero milanese, mai citati per un biennio pieno”, racconta un sacerdote ambrosiano che ben conosceva il Cardinale, e che nel pieno del martinismo era educatore di punta nei seminari ambrosiani.
Contemporaneamente, lo spaesamento della “vecchia diocesi” ambrosiana sembra compensarsi con la formazione di un nuovo clero, di un nuovo mondo di laici credenti e, improvvisamente, di un’attenzione ricambiata per il mondo laico, che sfocerà nel pieno degli anni ’80 nell’istituzione della cattedra dei non credenti e nel forte potenziamento della Caritas di Don Virginio Colmegna, poi fondatore della (efficiente e potentissima) Casa della Carità di Milano. Il “martinismo”, dentro le mura delle Chiese e dentro il perimetro della fede, diventa una provocazione forte e minoritaria di viva discontinuità col passato. Fuori dal perimetro di chi alla Chiesa ci crede, diventa sì un’occasione di confronto e dialogo con la diversità ma anche, innegabilmente, una moda mondana ed intellettuale che si porta molto anche in qualche circolo radical chic e pieno di tradizionali “mangiapreti” con cattedra universitaria o alta tribuna sui grandi giornali. Ci son stati anni, a Milano e non solo, in cui il nome di Martini ed eventualmente un qualche contatto diretto, anche sporadico, si portavano meravigliosamente in società, nei salotti che contano, nei circoli dell’intellighenzia che legge sempre i libri giusti e intellettualmente corretti.
Un effetto collaterale del suo strano silenzioso carisma di studioso e di scrittore italiano tra i più tradotti e venduti nel mondo. Ma anche il frutto naturale di posizioni “ultra-liberal” dentro alla Chiesa di quel papa polacco che lo aveva elevato a vescovo, e dentro a una società italiana della quale – dalla Milano degli anni ’80 – non si poteva vedere il cambiamento, la spinta inarrestabile al “valore” del consumo, la secolarizzazione irreversibile dei costumi, la perdita di peso dell’identità cattolica come elemento fondativo dell’italianità.
Proprio a Milano, rispondendo a un clima culturale che nel 1979 è in aperto declino ma appena un decennio prima viveva il suo apice, era nata e andava radicandosi Comunione e Liberazione. Il movimento di Don Giussani – esperienza ecclesiale fortemente innovativa nel rapporto con la società, l’economia e la politica e fortemente conservatrice in dottrina e nel magistero – era nato come esplicita risposta cattolica sia al marxismo che minacciava di prendersi tutte le menti migliori sia al cattolicesimo post-conciliare più spinto ed esplicito: quello che, guardando a Dossetti, coi comunisti non solo ci parlava ma pensava pure di poterci governare condividendo qualche tratto non marginale di analisi della società. Parlare di Martini ai ciellini, ancora oggi, significa parlare di un avversario giurato, anzi di un vero e proprio nemico. Del resto, chi ha frequentato i martiniani negli anni d’oro del suo vescovado milanese sa che l’antipatia era reciproca, e il clero ambrosiano di conio martiniano era allevato in maniera piuttosto esplicito alla distanza critica dai ciellini e dal loro mondo.
Contava, senz’altro, un posizionamento radicalmente diverso dentro agli schieramenti ecclesiali dei due blocchi. I ciellini amavano le adunate oceaniche di Giovanni Paolo II, il suo carisma intuitivo e anti-intellettuale, il suo esplicito conservatorismo in dottrina e società da prete della provincia polacca, lo spontaneismo di chi fonda sull’esperienza – più che sullo studio – un percorso di fede e di Chiesa. Ai martiniani – dopo tutto figli di un gesuita diventato vescovo – si insegnava ad ascoltare e leggere le parole di un teologo grande e ribelle come Kung, che tanto scavava sui confini dell’ortodossia da finire più volte nella lista di quelli “a rischio”. La stessa cattedra dei non credenti, a seconda dei punti di vista, era un grande luogo di confronto e di rafforzamento della fede di chi ce l’aveva, o un camuffamento gesuitico per avvicinare i non credenti al prezzo – inaccettabile – di annacquare, e cioè di distruggere, la Verità. È del resto con questi toni, con il piglio di chi denuncia decenni di deriva di una chiesa sempre più lontana dalla sua missione che Don Carron, successore di Don Giussani scriveva nel marzo del 2011 una lettera riservata – poi pubblicata dal Fatto Quotidiano – per caldeggiare la nomina di Angelo Scola ad arcivescovo dopo Tettamanzi. Perché, spiegava Carron al nunzio apostolico Giuseppe Bertello, «negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una rottura di questa tradizione, accettando di diritto e promuovendo di fatto la frattura caratteristica della modernità tra sapere e credere, a scapito della organicità dell’esperienza cristiana, ridotta a intimismo e moralismo». Più sotto, tra vari passaggi di rara esplicitezza che rendono quel documento un unicum di grande valore, si diceva anche: «Per quanto riguarda la presenza nel mondo della cultura, così importante per una città come Milano, va rilevato che un malinteso senso del dialogo spesso si risolve in una autoriduzione della originalità del cristianesimo, o sconfina in posizioni relativistiche o problematicistiche che, senza rappresentare un reale contributo di novità nel dibattito pubblico, finiscono col deprimere un confronto reale con altre concezioni e confermare una sostanziale Irrilevanza di giudizio della Chiesa rispetto alla mentalità dominante».
La guerra delle idee fu aperta. Da un lato, la chiesa del vescovo che chiese scusa a padre Turoldo per essere stato di fatto messo ai margini dalla diocesi ambrosiana del suo predecessore Giovanni Colombo; dall’altro il movimento dei Papa Boys che non si scandalizzarono mai per la visita a Pinochet di Wojtyla. Da un lato una teologia che portava il Vaticano II alle sue estreme conseguenze, e nel dialogo con le altre confessioni cristiane cercava ponti verso l’orizzonte messianico di una riunificazione; dall’altro il Catholic pride dell’infallibilità papale, dogma proclamato sul finire dell’Ottocento in pieno modernismo (ironia della storia: per ispirazione dei gesuiti), accompagnato dal mantra quasi ossessivo della naturale fallibilità dei cristiani, in quanto uomini, del quale i ciellini han fatto a tratti uno stucchevole manifesto politico. Da un lato il pastore che, a chi confessava debolezze e “devianze”, parlava del mistero della sessualità «che il Signore ci svelerà nell’Ultimo Giorno»; dall’altro la rigida ortodossia tradizionale di una Chiesa cattolica non ancora in grado – pochi pochi anni fa – di riconoscere quanti peccati (e quali reati) prosperavano nel suo seno.
La guerra di idee, già. Forse anche di interessi? Entrambe le parti, recisamente, negherebbero, e anche nella lettera di Don Carron si parla delle iniziative cielline come di attivismo disinteressato e caritatevole che ha dovuto a lungo scontrarsi con chi – la diocesi costruita da Martini e dai suoi – puntava ancora sulle forse esauste dell’Azione Cattolica. E della Caritas, si potrebbe aggiungere, e di quella Casa della Carità, costruita attorno al carisma di un prete atipico come Virginio Colmegna che esprime oggi pezzi importanti di giunta di Pisapia, a cominciare da Maria Grazia Guida. Idee o interessi? Come sempre, quando a distanziare le parti è un insieme di elementi decisamente non distinguibili, a sancire un’inimicizia arriva, alla fine, la politica. Con Cl che guarda da subito a Berlusconi, mentre Formigoni si prende per la prima volta la regione Lombardia nel 1995. Sulle spalle del primo centrosinistra prodiano, quello che vince nel 1996, arriva una silenziosa e convinta benedizione di Carlo Maria Martini. Qualcuno giura, addirittura, che gli incontri decisivi quando fu il momento di scegliere l’uomo giusto e lo schema con cui giocare il cardinale c’era: sono racconti che si perdono nelle pagine della leggenda ma che descrivono, senza dubbio, una suggestione non sprovvista di una sua forza e verità.
Di quella stagione, della visione di società che la fondava resta in verità poco. Intriso di Novecento, il “martinismo politico” ha aiutato a leggere quei blocchi sociali appena prima del loro sgretolarsi, tanto da assistere impotente – nel primo decennio del terzo millennio – a un’egemonia berlusconiana che affondava le radici in quegli anni Ottanta in cui tutto, da Milano, iniziò. E se è vero che anche dalle parti di Cl l’anima politica non sprizza di salute e cerca nuovi referenti e nuove identità, colpisce vedere come del ventennio pieno di martinismo, a Milano, resta assai meno: qualche assessore, la Casa della Carità, e poco altro. Resta forse – e per la pastorale martiniana non è un dettaglio, anzi – un’educazione alla Bibbia, alla comprensione culturale dei testi sacri. Restano generazioni di credenti e non che da quel magistero hanno trovato – e continuano a cercare – spunti per una vita migliore. Sarebbe un peccato però se non restassero – ben oltre i confini di Milano – i suoi tanti insegnamenti nascosti nelle lettere pastorali che indirizzava, lungo gli anni, alla sua diocesi. Nel pieno degli anni ’90 i toni si fanno più forti, la critica alla vita di chiesa più acuta. Carlo Maria Martini – prefigurando immagini e atti di Benedetto XVI che anche lui sostenne in Conclave – rispondendo alla domanda sul calo di vocazioni e di credenti praticanti in quegli anni ripeteva: «Perché la Chiesa non attrae più vocazioni e fedeli? Perché ha perso il suo fascino? Perché ha dimenticato che il suo segno distintivo è una croce, perché non è più crocifissa insieme a Cristo». In questa strada popolata di “un piccolo gregge” sta forse l’eredità più preziosa e difficile di Carlo Maria Martini. Che provoca i credenti troppo affezionati alle cose della terra e i non credenti che, come un santino laico, hanno sventolato nome e libreria di questo grande italiano, e di questo grande uomo di fede.
------------
Adde: Il 4 settembre Don Carròn, guida di Comunione e Liberazione, invia al Corriere della Sera una lettera sul rapporto tra Cl e Martini: la trovate qui.

Comments
Era un altissimo studioso una voce nel deserto,servo di Dio ,uomo della Pace. Che la Sua Speranza possa illuminare questo nostro cammino. Articolo interessante
Bell'articolo molto interessante.
E sarà da quel "piccolo gregge" lasciato da Carlo Maria Martini, Cardinale di Santa Romana Ecclesia che, lievito ricco di fermenti vitali, rinascerà una Chiesa viva, vera e, nuovamente, capace di attrarre le genti ed i popoli, involvendoli nel suo seno.
Diverrà, così, più grande, sempre più grande, in una nuova testimonianza di antiche leggi immutabili nel tempo, paradossalmente, capaci di adattarsi alle modernità che, di età in età, si avvicenderanno nel mondo, nelle culture, nei sentimenti.
Tornerà la Fede ad essere piena, reale, operante nella vita di ogni uomo e di ogni cultura: splendido cono avente per vertice, quella Croce che, partendo dalla morte e risurrezione del Cristo e dal dal primo Pontefice, Pietro, è giunta, con alterne vicende, ma mai obliata, sino ai nostri giorni. Con la Croce, nella Croce, per la Croce, attraverso la Croce Cristiana e Messianica, il mondo tornerà ad essere contenuto entro confini più umani, vivibili, in una sana e naturale speranza di vita ulteriore.
Che bell'articolo, grazie Jacopo! E grazie al cardinal Martini per i suoi bellissimi insegnamenti. Consiglio di leggere "Conversazioni notturne a Gerusalemme", per tenerli sempre presenti.
Jacopo, un'ultima osservazione. Per capire la complessità delle cose di Chiesa, e rendersi conto che sono temi su cui non ci si improvvisa giornalisti, le consiglio di leggere e di farsi interrogare dal necrologio dedicato oggi da Cl a Martini su Avvenire. Magari ne terrà conto nei suoi prossimi pezzi, sarà più cauto ed eviterà di alimentare stereotipi nei suoi lettori.
Il soggetto Anonimo soffre anche di un narcisimo maniacale debordante, dovuto a seri problemi istintivi e libidici. E' seriamente gravissimo. Basterebbe che qualcuno gli leggesse la celebre opera di Sigumund Freud pubblicata nel 1920 dal titolo Jenseits des Lustprinzips per fargli capire che a tutto c'è un limite.
P.S.
Alla luce dei fatti, per il suo bene, è meglio che rimanga Anonimo.
un grande uomo di fede ci ha lasciato.
Non appiccichiamogli etichette politiche; anch'io credo che sia in paradiso accanto a don Giussani, nonostante le loro visioni diverse ma non inconciliabili.
Resta la testimonianza di un vero pastore, con tanti libri e scritti, non sempre autografi.
jacopo quando scrivi un articolo così bello firmalo, dai.
Che un bravo gesuita abbia rotto le scatole a CL, non mi meraviglia. La regola di S.Ignazio, s ela leggi con calma, vuole imitatori di Cristo, non parla ne' di fatturazone ne' di sponsorizzazione. Certo non tutti i gesiti sono snati, ma questo qua, è morto accettando la Croce, era l'ultimo atto d'amore per la chiesa, dare l'esempio.
S.Carlo Borromeo e il fratello Federigo avevano la stessa lucidità e rigore morale. Il sapere che il cardinal Martini ha accettato di soffrire, di accettare la sua umanità, la sua debolezza, con dignità, mi ha consolato di altre notizie avvilenti, di quei politicanti che dovrebbero essere leader nella nostra società, e, invece, fanno davvero rabbia e pena, non voglio polemizzare, ma la Polverini che si riserva un intero reparto....
Se volete vederci un uomo favorevole all'eutanasia, sbagliate, io vedo un uomo che ha capito che è arrivata la fine e che fa anche un discorso pratico: io me ne vado in braccio a Gesù, non ho paura del dolore, lo so che sono forte, le cure vadano a un giovane, o, comunque qualcuno che possa essere salvato.
Ma dietro la composta lucidità , fino alla fine, di Martini, ci sono un amore a Cristo, che nemmeno ti immagini, mi ricorda un altro sacerdote, Eustachio Montemurro, fondatore del Sacro Costato. Un volto severo, duro, che mi stava decisamente antipatico, poi, per vie traverse, ho letto il suo diario spirituale, me lo hanno regalato, e alla fine, l'ho aperto, come non leggere un libro, la curiosità..Mi immaginavo un diario pratico, rigido, duro, come quel volto, invece, sembrava di un'alra persona.
O carissimi amatissimi Gesù e Maria, quanto vi amo, cosa posso fare oggi per voi?
Oppure o Santissima Trinità che sei la mia famiglia...ed era un diario per se stesso
Ecco questo è il tono...
Era umile, affettuoso, e anelante, pieno di guai, fu osteggiato sempre, perché era un innovatore, perchè era pulito, e pazzamente innamorato del buon Dio, di un ideale, detro quella faccia severa,ma Cristo dice: non bisogna mettere la pezza nuova su quella vecchia.E lui come un caterpillar non mollò mai, anche se gli costò tanta fatica.
Ne verranno tanti altri, anzi già ci sono, magari in Africa, magari ancora a Milano o Roma,che chissà quali percorsi compiono.
Ti ho scelto sin dal grembo di tua madre, quando eri intessuto. Ti ho unto con olio profumato.
Anche Dio è un poeta, solo che a forza di leggere i salmi a messa, la cosa diventa ripetitiva. Ci dimentichiamo che davvero quelle parole ascoltò un uomo nel suo cuore.
E in tutto questa poesia, la benedetta fatturazione di CL, che è ossessiva, perchè è ossessiva, perchè molti hanno perso Cristo, poveracci, pensa come stanno male...poveri menteccatti, se non c'è amore, addio poesia, addio bellezza, e , per quanto strano possa sembrare, anche addio lucidità, perché Dio non si capisce soltanto, ma si ama, per quanto paradossale è questa frase, lo capisci solo se lo ami.
-Bambino che vuoi riempire con l'acqua quella sabbia, uscirà fuori!
-E tu Agostino, vuole trattenere nella tua umanità il mistero della Trinità?
E il bambino sparì, lasciando S.Agostno solo sulla spiaggia presso Ippona.
J, hai scritto un articolo bello e toccante. Non importa se, come ha detto Anonimo, ci sia qualche castroneria o qualche imprecisione documentale.l'importante e' aver scritto quello che hai scritto, oggi.
Mentre un grande Principe della Chiesa - la cui autorità morale indusse persino le BR milanesi a consegnare le armi in sagrestia-agonizzava,
un altro prelato, voluto cardinale di New York da quello stesso Papa che con l' Enciclica "Caritas in veritate" ha pronunciato la condanna morale più serrata e autorevole dell' anarco-liberismo,
si premurava di omaggiare di quella dottrina i campioni in corsa per la White House.Segno dei nostri tempi ambigui e confusi : ma forse, ("E malo , bono") la fine del Monetarismo Friedmaniano non può essere indolore e abbisogna purtroppo di un quadriennio di interne ed esterne turbolenze, intorno al prossimo destino del grande e ingenuo popolo USA..
Ottimo Direttore, ottimo!
Caro anonimo delle 17,14, preso appunti su tutto: annoto solo che il mea culpa di Giovanni Paolo II nulla ha a che vedere col dogma dell'infallibilità papale che resta tale quando il Papa parla Ex Cathedra in materia di dottrina. Quindi, le colpe storiche della Chiesa non erano coperte dal dogma neppure prima del mea culpa papale. Ma naturalmente non sfuggirà alla Sua Scienza. Un saluto rispettoso e umile
Jacopo Tondelli
Visto che la vedo ricettivo, le segnalo un altro scivolone del suo pezzo. Concentrandosi sul rapporto tra Martini e CL -scelta sua- lei ha toppato, omettendo di citare l'episodio forse più clamoroso: nel 1988 una associazione di lazzatiani presentò un esposto a Martini contro alcuni articoli del settimanale "il Sabato", che dovette poi fare una sorta di abiura pubblica. Si trattò di un grave episodio di repressione del dissenso interno, in cui Martini giocò un ruolo per lo meno ambiguo - tanto da scandalizzare lo stesso Montanelli, il cui Giornale ne parlò nel pezzo intitolato "A Milano è tornata l’Inquisizione. Al rogo il settimanale Il Sabato?". Ma lei a tutto ciò non fa il minimo cenno. Studiare, studiare, caro Jacopo: son temi su cui è male improvvisare...
Eh, già, caro anonimo che ritorna alle 19:07: lei aggiunge un aneddoto che nulla toglie all'impianto dell'articolo, anzi conferma che i rapporti erano duri (e ne avrei molti di aneddoti da raccontare da ambo i lati, per la verità), ma nulla ha da dire sulla topica che ha preso lei sull0infallibilità papale: non cosa da poco, per chi invita gli altri a studiare.
Da ultimo, sia buono, se ha il coraggio delle sue idee e delle sue critiche (fallibili, certo, ma sbaglia anche il papa, figuriamoci se non sbagliamo noi...) si firmi. Fa miglior figura: o almeno non peggiore.
Jacopo, questo suo commento è sinceramente desolante. La vicenda da me riportata mette in crisi lo schema bipolare "chiesa dell'apertura e del dialogo vs. chiesa del trionfalismo e del dogma" cui il suo articolo, figlio di una banalizzante temperie culturale e di una non solida preparazione da aprte sua, non riesce purtroppo a sottrarsi. A ciò si riferiva anche il mio commento sull'infallibilità papale, non certo all'ovvia e banale osservazione che fa lei sulla limitazione dell'infallibilita papale ai pronunciamenti ex cathedra. Le do atto del tentativo di non limitarsi a stereotipi, e questo è l'aspetto del suo articolo che provavo a valorizzare, ma temo che le manchino numerosi dati e riferimenti culturali per riuscire in ciò. Di qui l'invito bonario ma non ironico: continui a studiare, e vedrà che le cose di Chiesa sono molto più complesse dello schemino "progressisti spiritualisti vs. conservatori affaristi" che lei si trova addosso forse inconsapevolmente.
Il mio anonimato è una funzione offerta dal suo giornale, se le sembra scorretto lo faccia presente al suo editore. Se vuole le do privatamente un mio contatto, cosa di cui peraltro non vedo il bisogno.
Rendiamo onore ad un uomo che è stato un vero Pastore!
Tondelli in questo articolo è riuscito a far meno peggio del suo solito scrivendo di Chiesa. Siamo ancora lontani dal livello minimo di sufficienza, ma almeno è un passetto in avanti. Spiace solo che JT si sia preso la libertà, da ignorante (nel senso tecnico di uno che ignora) di decidere lui chi sarebbe continuatore del Concilio Vaticano II e chi no. Chissà se si è mai letto anche solo una riga dei documenti del Concilio, si accettano scommesse. Altra castroneria è il parlare del "Catholic pride" dell'infallibilità papale, dimenticando che Giovanni Paolo II è stato protagonista di uno dei mea culpa più epocali nella storia della Chiesa. Forza Jacopo, continua a studiare!
per capire la chiesa, è utile studiare, ma se Jacopo ama già Cristo che insegue da anni con fatica, la cosa viene da se, ma sta incontrando Cristo con il suo lavoro di giornalista, tutte le storie che ascolta, quanti Cristi in Croce incontra....operai, studenti, casalinghe, giovani confusi, anziani malrattati...
i ciellini sono bravi a catechismo, cosa è la chiesa la sposa di ....Cristo
carlo maria che piangi, mi sa che te ti conosco...:-)
Caro Anonimo delle cinque e quattordici,
"La misericordia evangelica non può mai essere confusa col "buonismo". Il mistero della divina misericordia, infatti, non vuole lasciare la porta aperta del male, quando viene rivelato nella sua interezza, invita alla conversione, al bene da farsi con maggiore dedizione. La predicazione della misericordia cristiana non è quindi mai un incitamento al lassisimo, essa si coniuga con una detestazione forte, totale, assoluta di ogni male, in qualunque sua manifestazione.
da "Sulla Giustizia" di Carlo Maria Martini, Arnoldo Mondadori Editore, I edizione 1999 (La Misericordia evangelica, pagina 94)
Cordialmente
cm
Come un bambino
Perdere una persona che ami e stimi profondamente è un'ingiustiza, come un bambino non ti capaciti, vorresti battere i piedi, non smetteresti più di piangere per il dolore della separazione e dell'abbandono. Perdere una persona che con le sue parole ti ha dato tanta sicurezza è un po' come perdere la madre, una donna che si sempre occupata di noi. Di madre ce n'è solo una come la religione cristiana e di persone così amate nel mondo cattolico come il Cardinale Martini ce ne sono davvero pochissime. Se perdi un Uomo simile poi devi fare i conti con il dolore, lo sgomento e il vuoto che ti circonda. Da bambini chi di noi non ha mai pensato che la mamma fosse immortale, che staccarsi da lei fosse la cosa più dolorosa che potesse accaderci. Il solo pensiero ci dava sgomento, ci lasciava atterriti e angosciati. Il bisogno nella vita di veri punti di riferimento è essenziale per crescere e diventare adulti. Ci si stacca lentamente dalla madre per poi trovare una nostra autonomia affettiva insieme a una nostra indipendenza ma lungo questo percorso che chiamiamo vita abbiamo un disperato bisogno di rocce alla quali aggrapparci nei momenti di incertezza, d'indifesa e di vuoto interiore dilagante. Come un seno forte e maturo Carlo Maria Martini con le sue riflessioni mi ha aiutato a crescere, a non aver paura e ad avere fiducia in quella particella di Dio che c'è in me. Forse a voi sembrerà pochissimo ma per me è tantissimo.
LA COAZIONE A RIPETERE (ossia il comportamento ossessivo coatto messo in atto dall’Anonimo, n.d.r.)
Quando un comportamento di reiterata presunzione e ostinazione prende il sopravvento con uno schema mentale ossessivo possiamo parlare della coazione a ripetere, illustrata egregiamente dal Professor Cesare Musatti.
“[…] In via generale coloro che ne sono colpiti rimangono fissati alla scena traumatica, nel senso che tendono a riprodurre quella scena. Lo fanno sia nei comportamenti sintomatici e nei deliri a cui vanno soggetti e che hanno l’aspetto di una riproduzione, talora schematica, della scena e degli incidenti che li hanno colpiti (scene e incidenti del soggetto Anonimo a noi sconosciuti, n.d.r.), sia nei loro sogni che pure riproducono o rievocano in una forma stereotipata quella scena. Il paziente è cioè perseguitato dal fatto che lo ha profondamente turbato, non può liberarsene e lo riproduce costantemente.”
Trattato di psicoanalisi – Volume Secondo
di Cesare L. Musatti, Professore di Psicologia nell’Università di Milano
1957 Edizioni Scientifiche Einaudi - Quarta edizione (pagina 236 – Capitolo ventesimo)
P.S.
E’ pleonastico asserire che questo fenomeno psicologico sarà stato sicuramente oggetto di studio da parte di un Uomo così straordinariamente colto e desideroso di sapere come Carlo Maria Martina. Una persona che nella sua vita non ha mai smesso di interrogarsi sui misteri dell’universo e delle persone.
bah! mi aspettavo di sapere qualcosa in più su Martini piuttosto che cl...
Piove a dirotto sulla Madonnina. Sono lacrime a non finire. Le mie.
A me di CL piace pensare che don Giussani e il Cardinale Martini se la stiano ridendo insieme da qualche parte in barba a tutte le nostre analisi e controanalisi. Oggi ci vuole solo una preghiera per un grande uomo e Cardinale.
urca, un altro con il secchiello tutto bucherellato che si ostina a farci entrare la Trinità
Io me lo auguro, ma non sarebbe il caso di lasciar decidere al Boss, Lui, cioè Dio????
Un'analisi davvero molto interessante. e toccante. Concordo con quanto scritto. Il Monsignor Martini è stato un esempio di vita per tutti quanti, Chiesa in primis.
Debora
Articolo interessante. Complimenti
complimenti per il pezzo
Post new comment