La Cgil sbaglia tutto: il problema dell’Italia è la crescita
I motivi della protesta di oggi sono in parte giusti, e l’inazione del governo è gravissima. Ma lo sciopero generale indetto oggi dalla confederazione di Susanna Camusso grida vendetta. Perché non è certo lo strumento giusto per dare un segnale “pro crescita” né, tantomeno, per rassicurare i mercati e fermare la fuga di capitali.
Alcune delle motivazioni alla base dello sciopero di oggi della CGIL sono sacrosante. Le rendite sono tassate troppo poco rispetto ai redditi (motivazione 2); la precarietà è un male economico che impedisce di creare professionalità (motivazione 7); le future generazioni devono avere una pensione adeguata (motivazione 6); le imprese italiane sono troppo piccole e devono crescere (motivazione 3).
Ci chiediamo però se in un momento di gravissima crisi nazionale, con un’economia sull’orlo del default, lo strumento dello sciopero generale sia quello più adeguato, dal punto di vista economico e di merito. In poche parole, questo sciopero grida vendetta.
A fronte di un governo incapace, inadatto e impreparato a risolvere la crisi, oltre a uno spread sul Bund esploso a 372 punti, il maggiore sindacato italiano avrebbe potuto dare prova di responsabilità, e adottare altri strumenti di lotta. Il messaggio di protesta rischia di essere offuscato dal danno economico che lo sciopero potrebbe arrecare, oltre all’ulteriore messaggio negativo ai mercati. La CGIL ha perso l’occasione di dimostrarsi migliore del governo.
Dal punto di vista del merito, la prima delle motivazioni della protesta è “per uscire dalla crisi e avviare la crescita”. Forse uno sciopero non è lo strumento migliore per raggiungere quest’obbiettivo, con i mercati sotto attacco e i capitali in fuga; ma prendiamo per buona l’idea. Rimaniamo comunque perplessi di fronte alle proposte attive della CGIL, che si concentrano in maniera diretta su prelievo e distribuzione, dedicandosi ben poco a misure reali per la creazione del valore da distribuire.
Il sindacato ha pubblicato un manifesto in cui si citano tra gli obbiettivi programmatici, oltre alla lotta all’evasione e al taglio dei costi della politica, una “nuova imposta ordinaria sulle grandi ricchezze” (15 miliardi l’anno), “una sovrattassa sui capitali già sanati con lo scudo fiscale” (9 miliardi secchi), “un’imposta straordinaria sui grandi immobili” (12 miliardi secchi), e la “rimodulazione” della tassa di successione (2 miliardi l’anno). Con tutto questo la CGIL vorrebbe “costituire un fondo per la crescita e l’innovazione” e ridurre il prelievo fiscale sui redditi. Nessuna parola è spesa per il ruolo del settore privato.
L’assunto della CGIL è chiaro: il paese è ricco abbastanza, il problema è solo la distribuzione. La crisi non è strutturale, ma è un attacco della “speculazione internazionale”. La sinistra e i sindacati italiani si stanno collocando su posizioni fortemente conservatrici. Criticano la sinistra europea di governo, che si sarebbe “asservita alle lobby finanziarie internazionali”. Propongono di redistribuire il reddito (in diminuzione!) aumentando la tassazione, imponendo dazi, incrementando la regolamentazione del mercato, condito alle volte da idee di ritorno alla lira e alle “svalutazioni competitive”.
Riteniamo che la crisi dell’Italia possa essere tutto, tranne che una crisi “del mercato”. La “finanziarizzazione” è stata nel nostro paese un fenomeno marginale, rispetto a quanto avvenuto in paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda o Islanda. Il nostro è uno dei paesi a più alta tassazione al mondo, con un prelievo fiscale che sfiora il 50 percento, e una spesa sociale che rappresenta di gran lunga la voce di maggior esborso, e anche quella dal più rapido aumento dagli anni Novanta. La spesa per previdenza e integrazioni salariali che è schizzata da 179 miliardi di euro nel 1996, a 285 miliardi solo nel 2008.
Il nostro problema riguarda la tenuta dei conti pubblici: siamo arrivati al 120 percento d’indebitamento, e dopo vent’anni di bassa o poca crescita, i creditori iniziano a dimostrare perplessità sulla nostra affidabilità. Il bilancio statale e il debito è stato usato come camera di compensazione per i conflitti sociali, e adesso non riusciamo più ad andare avanti. A conti fatti, con il nostro fardello di debito è come se ogni lavoratore dovesse ripagare 50.000 euro netti. Dareste una simile fiducia a un paese in stagnazione da due decenni?
È umiliante che tra tasse, burocrazia, obblighi, impedimenti, un paese di gente valida come l’Italia, mediamente colta e preparata, con imprese all’avanguardia mondiale, sia costretta ai ranghi di paesi neo-industriali (o pre-industriali) come Grecia e Portogallo.
Se ne esce solo con la crescita. La priorità nella fase attuale è tornare a produrre valore, se vogliamo avere speranze di sostenere il welfare e riuscire in futuro a pagare le pensioni dei giovani. Rischiamo di essere travolti dal mercato, se non agiamo in tempo. Rischiamo di fare la fine della Russia nel passaggio dagli anni Ottanta agli anni Novanta. Signori, i barbari stanno arrivando!
Rischiamo di svenderci del tutto all’estero. Se non innoveremo da soli, saremo “innovati” da altri. Le imprese estere, molto più forti e strutturate di quelle nostrane, hanno già iniziato a invadere i nostri mercati. Le nostre campagne si sono riempite di capannoni colorati con le enormi scritte IKEA (Svezia), Mediaworld (Germania), Saturn (Germania), Zara (Spagna), Decathlon (Francia), H&M (Svezia), Auchan (Francia), Carrefour (Francia), cui rispondiamo solo con le COOP (e non è un caso). Ci stanno abbandonando i grandi marchi della moda e del lusso. Bulgari è stata comprata da Louis Vuitton (Francia), Gucci è stata comprata da Pinault-Printemps (Francia), Valentino è stata comprata dal fondo Permira (GB), Ferrè è stata comprata da Paris Group (Dubai), Safilo è stata comprata da Hal Holding (Olanda), Coin è stata comprata da Pai Partners (Francia), Standa è stata comprata da Rewe (Germania).
L’Italia potrà riemergere solo attraverso una “reindustrializzazione” del paese, per mano privata; ma per fare questo occorre agire sulla finanza, sulla tassazione e sulla riforma del lavoro. Bisogna tagliare davvero i costi della politica. Bisognerà combattere il precariato, ma insieme a questo introdurre una possibilità concreta di licenziare e fare vere politiche del personale, con intervento sociale solo dopo l’uscita dall’azienda. Bisognerà privatizzare molte aziende statali a struttura integrata, che presidiano in mercato e rendono impossibile la concorrenza. Bisogna agire davvero per riportare la certezza del diritto, riducendo il tempo e i costi dei processi.
Lo stato, da solo, non è in grado di gestire la crisi. La CGIL comunica che al Ministero dello Sviluppo Economico ci sono 87 tavoli di crisi aperti, con 225.000 lavoratori in bilico e mezzo milione di cassintegrati. Come si può pretendere che un soggetto statale riesca a risolvere tutte queste situazioni?
Certamente farà il possibile, e ci auguriamo che riesca; ma una quantità così immane di crisi dipende necessariamente da condizioni strutturali di mercato: è difficile o impossibile fare impresa.
Le maggiori tasse possono essere accettate nel breve periodo per mantenere in piedi il bilancio, ma questo non può prescindere da un nuovo rapporto di fiducia con gli imprenditori. È dalle imprese che dipende la possibilità di generare ricchezza. È dal dinamismo economico che dipende la mobilità sociale: con l’attività economica i più motivati possono diventare benestanti, e produrre a loro volta valore.
Si cita in questi casi la situazione tedesca a modello: anche lì le tasse sono alte, il welfare è diffuso, ma l’economia è ricca. Bisogna però considerare tutti gli aspetti della Germania, inclusa una selezione spietata delle persone, che inizia prestissimo (anche a nove anni!), con numeri chiusi rigorosissimi alle Università e un rispetto assoluto per le imprese. Non ci sono ricorsi al TAR che tengano, scappatoie, sotterfugi. Si può licenziare più facilmente rispetto all’Italia: se l’imprenditore dimostra di non poter mantenere in organico un lavoratore, può pagare un risarcimento. E dalla riforma draconiana dell’assistenza sociale (“Hartz IV”) in piena forza dal 2005, dal grave costo politico.
In Italia questa esclusiva concentrazione sulle tasse sembra di rintracciare sfiducia, quasi disprezzo, per chi produce ricchezza. Gli imprenditori sono considerati sfruttatori del lavoro altrui ed evasori fiscali. È comprensibile, visto il retaggio culturale che il latifondismo ha lasciato nella società. Esiste però tutta una lezione novecentesca di impresa aperta, mobilità sociale, crescita ed espressione economica, entusiasmo di idee e creazione di valore aggiunto, che l’Italia deve tornare a imparare. La crescita economica si ha se un sistema è in grado di valorizzare e far fruttare le idee nuove, e le imprese sono in grado di fare questo.
Non esistono alternative. Anche se tornassimo alla lira, con i pessimi conti pubblici che abbiamo, gli interessi sul debito esploderebbero e il default sarebbe immediato. Le “svalutazioni competitive” non avrebbero alcun effetto: lo fa già la Cina, su altra scala e con altre capacità. Inoltre, le svalutazioni avvantaggerebbero solo chi esporta; per gli altri, ci sarebbe solo la benzina a cinque euro al litro (diecimila lire!).
Non lasciatevi strumentalizzare, e non credete che uno sciopero risolva le cose. Sia colpa degli speculatori, dei neoliberali, dei capitalisti, di Milton Friedman, di Reagan e della Thatcher, di Berlusconi e di Tremonti, di Blair, Bush, Zapatero, di Goldman Sachs, di McKinsey, di Greenspan, di Lehman e di chi non l’ha salvata: adesso i soldi sono finiti, e se ne esce producendo ricchezza, non solo aumentando le tasse. La responsabilità sarà di chi lavora, e sarà necessario fare dei sacrifici.






Commenti
In effetti in 50 anni i lavoratori non si sono incrementati, pero' sono quintuplicati i lavoratori pensionati e il tenore di vita e' "leggermente" aumentato. Mannaggia al mercato che non porta benessere !
1) se i mercati si "spaventano" per uno sciopero dell CGIL vuol dire che sono proprio una manica di pirala 'sti mercati. E allora faccamone 100 di sciperi, così ce li togliamo dalle balle.
2) come già detto da qualcuno, un sindacato fa gli interessi dei suoi iscritti. La Cgil sta facendo il suo lavoro ed è uno dei pochi soggetti a farlo. Alla CGIL si può imputare di tuto - dalla "distrazione" degli anni Novanta quando i governi di centrosinistra ancor prima di quelli di centrodestra inauguravano la stagione della precarietà alla difesa di mostruosità come gli 11.000 forestali della Calabria - ma non di sbagliarsi a indire uno scioper generale di fronte a questa manovra del governo.
3) paralre di "Italia" e di "Paese" è un'astrazione che non ha il minimo senso: la percentuale di IDE della Lombardia è esattamente la stessa della Germania, il reddito pro capite della Lombardia è più alto di quello tedesco, le esportazioni delle regioni del Nord competono tranquillamente con quelle tedesche, la spesa pubblcia nelle regioni del Nord è più bassa che in Germania, il saldo previdenziale in queste regioni è attivo, la Lombardia ha un saldo primario attivo (distrugge debito e non lo crea), il sistema sanitario italiano è complessivamente di buon livello, costa poco e se non fosse per Lazio, Sicilia, Calabria e Campania che cumulano l'80% del debito sanitario non sarebbe neppure così deficitario... su questo stesso sito non più tardi di qualche giorno fa Hans Werner Sinn ha ribadito come il Nord italia sia una delle economie più forti d'Europa, qui l'industrializzazione c'è già... ma di che cacchio stiamo parlando?
4) Chiedere che ciascuno si impegni se c'è una crisi che coinvolge tutti è legittimo e anche doveroso. Però ci sono delle priorità: questa crisi è figlia di tutto tranne che della supposta rigidità del mercato del lavoro in Italia e se proprio vogliamo aprlare di Italia ci sono un paio di soggetti cui andrebbe chiesto un aiuto prima e più consistente di quello che si chiede ai lavoratori: 1) le banche, la finanza e i titolari di grandi patrimoni accumulati in questi ultimi 20 anni, 2) i sedicenti imprenditori che si sono accaparrati per quattro soldi ex monopoli pubblici e li hanno distrutti lucrandoci miliardi di euro.
5) Cosa cavolo c'entri il diritto di licenziare con la crisi continua a essere un mistero. Ma vogliamo fare dei numeri per favore? Ma chi scrive ha mai messo piede in una fabbrica? Le grandi imprese manifatturiere hanno esternalizzato tutto l'esternalizzabile riducendo il nucleo di dipendenti a una frazione di quello che era 20 anni fa, hanno delocalizzato tutto il delocalizzabile lascindo in Italia il minimo indispensabile delle attività produttive, si sono disfatte di tutte le attività produttive che potevano per investire in finanza, quando non ce l'hanno fatta hanno preso miliardi di aiuti pubblici (circa 50 all'anno!!!), hanno usufruito della cig ordianria, straordiaria, a rotazione, dei prepensionamenti, degli accordi di solidarietà, hanno assunto tutto quel che potevano assumere a tempo determinato e nelle mille forme "atipiche" che la Biagi consente loro... dico: MA CHE COSA VOGLIONO DI PIU'?!!!
6) Non si capisce neppure che contraddizione ci sia tra una supposta generazione di ricchezza in calo e la richiesta di redistribuzione: negli ultimi 20 anni la quota dei profitti sul PIL è passata dal 23% al 32,7%, si può chiedere di riequilibare 'sto rapporto, al di là del monte di ricchezza prodotta?
7) le famiglie italiane sono le più patrimonializzate del mondo dopo quelle giapponesi, possiamo chiedere che anziché colpire per l'ennesima volta il lavoro (e l'imrpesa) vengano intaccati quei patrimoni, tra i quali peraltro esiste un'enorme disuguaglianza cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni e duqneu partire da quelli più consistenti?
8) Parlare ancora oggi di privatizzazioni senza fare un bilancio di come sono state praticamente condotte (PRATCAMENTE, mica nelle teorie dei professori della Bocconi che non valgono una cicca) quelle fatte in Italia è demenziale: ci avevano raccontato che sarebbero servite ad abbassare il debito, e oggi è più alto che mai; ci avevano raccontato che sarebbero servite alla competitività e invece se le sono prese i soliti 4 gatti del Salotto vuoi per distruggerle (Telecom), vuoi per uscire da mercati concorrenziali e rifugiarsi in comodi monopoli in cui limitarsi a incassare pedaggi (Autostrade), vuoi per ottenere contropartite politiche e poi regalare tutto ai francesi (Alitalia), vuoi costituendo mostri come quello delle bacnhe che detengono anche Bankitalia, cioè controllati che controllano il loro controllore, eccetera, eccetera.
9) la licenziabilità nel mondo dei dipendeti esiste già: è quella per i dirigenti. Come mai non viene usata mai? Com'è che ci sono stati grandi dirigenti che hanno rpeso aziende scassate, le hanno scassate ancora di più e se ne sono andati con 7 milioni di buonuscita, salvo poi lasciare il risanamento - guarda un po' - a manager ex sindacalisti della CGIL (ogni riferimento a Ferrovie dello Stato è voluto). Come mai questa casta al cui cospetto i politici sono un branco di straccioni può permettersi di rimanere incollata alle proprie poltrone con stipendi e bonus milionari anche quando il titolo crolla, le vendite languono, l'indebitamento s'impenna nonostante pletore di co.co.co. impiegati a 500 euro nei call center (ogni riferimento a Ruggero e Telecom è puramente voluto)? E perché la "libera stampa" (ahahahah) constinua a rompere le balle sui politici ma non fiata mai su questi signori? Forse perché, oltre che le poltrone delle aziende, siedono anche nei CdA degli editori?
Prima paghi chi ha, poi eventualmente si chieda agli altri. W lo scipero!
daniele,milano
Stefano Casertano, i miei più vivi e sentiti complimenti per questo articolo fiume che sprizza energia come un vulcano in eruzione. Mi dispiace di avere poco tempo per rileggerlo con attenzione e credo che potrebbe essere la base per una più approfondita discussione su un 'manifesto' per l'Italia..
Molto interessante il discorso sulla reindustrializzazione del paese e sul creare le necessarie condizioni.. è questa la nostra vera vocazione, troppo a lungo offuscata da uno statalismo miope che ha bruciato montagne di soldi per rendite parassitarie.. e la tanto agognata civiltà dei servizi e della finanza dove qualcun'altro avrebbe dovuto lavorare per noi si è rivelata un meritato bidone galattico..
Mi permetto di dissentire su un punto, e molti commenti temo ne siano la dimostrazione.. "un paese di gente valida come l'Italia mediamente colta e preparata" ... umhh!!.. purtroppo è questa la nota dolente, altrimenti non sarebbe difficile capire cosa fare e metterlo in pratica.. Credo che bisogna partire da un po più lontano e fare cultura stimolando un'analisi intellettualmente onesta nell'interesse generale dove non si può accontentare tutti secondo i propri comodi e bisogna stabilire delle priorità seppur inizialmente dolorose come il primato della creazione di ricchezza rispetto alle comode rendite statali..
C'è tutto un paese in gran parte abituato male e stretto di vedute da riformare con poco tempo a disposizione ed un clamoroso default sempre più prossimo a realizzarsi... spero di sbagliarmi, ma mentre la cgil persegue obbiettivi condivisibili in modo sbagliato e riesce a manipolare molta più gente di chi dice cose intelligenti, si avvicina il momento in cui perderemo in poco tempo quanto costruito in decenni di lavoro... allacciare le cinture di sicurezza!.. la picchiata si avvicina..
Bravo Stefano!
Francamente non capisco, chi dice che bisogna fare in un modo, chi dice l'esatto contrario, seguo poco la politica sebbene mi tenga aggiornato su quello che accade. Ancora con sta benedetta crescita...come se ancora qualcuno potesse sostenere a ragione che in un sistema finito (la terra) può esistere una crescita infinita (la nostra)...basta anche solo pensarle queste cose che poi non si sta mica male se non si cresce...abbiamo al governo una serie di personaggi che della sindrome di Peter Pan sono dei case studies. Perchè la cosa incredibile è che ciò che pensiamo, inizia a trasformarsi in realtà nello stesso momento in cui diamo credito a quella idea, una serie di reazioni si mette in moto in noi, fino che non si trova il modo, a volte ci vuole tempo, altre è più rapido. E' per questo che le cose da qualche secolo non stanno andando poi così bene...perchè le persone che scelgono scelgono seguendo idee sbagliate.
Sarò presuntuoso, chiamatemi ingenuo, ma esisteno paesi, altre realtà in cui le cose funzionano diversamente, i problemi vengono risolti, anche lì ci sono persone insoddisfatte, c'è sempre una buona ragione pre lamentarsi delle cose che non vanno...
Lavorando per la politica per oltre 10 anni, mi sono reso conto che risolvere i PROBLEMI è una questione di opportunità, non di intelligenza o volontà. Se il problema viene risolto il margine di potere che viene esercitato attraverso la sua possibile risoluzione viene meno...e quindi questi piccoli uomini, in caccia di potere, non si accorgono che stanno scegliendo nel modo peggiore.
La cosa che veramente è pazzesca a pensarci bene, è che noi non siamo meglio di loro, perchè permettiamo ancora che questo accada. Anno dopo anno crediamo alle loro promesse, votiamo persone che non sono degne neanche di scegliere per conto loro, figuriamoci per un paese.
Noi che non chiediamo lo scontrino al barista, che chiediamo lo sconto al meccanico senza fattura, noi che non facciamo niente per niente, che non scegliamo il meglio ma solo il più facile, come se non credessimo più che le cose posso cambiare, essere migliori e non sapessimo che per realizzare questo dobbiamo incominciare solo da noi, senza scendere a compromessi, senza raccontare balle per coprire le nostre responsabilità.
Solo una cosa dobbiamo capire che le nostre azioni hanno delle conseguenze che non immaginiamo neanche e dobbiamo stare più attenti a cio che facciamo.
Oltretutto è veramente grottesco che si definiscono le posizioni della sinistra e dei sindacati "conservatrici": dopo 20 anni di liberismo sfrenato, sarebbe conservatore ricordare che l'economia dovrebbe servire per il bene delle persone, e non sono le persone a servire per il bene dell'economia?
Se la diminuzione della produttività non è una causa della crisi, ma una sua conseguenza, non sarebbe il caso invece di concentrarsi sul fatto che ciò che cresce da 20 anni esponenzialmente, sono le disuguaglianze sociali???
Se si scrivono articoli su un sito web piuttosto conosciuto, sarebbe il caso di sforzarsi almeno di non farli apparire come una versione romanzata delle richiesta della Confindustria.
Complimenti, davvero un bella analisi oggettiva e che non lascia venire nessun sospetto che l'autore dell'articolo sia un timido simpatizzante del liberismo.............
Se non affonda... nessuno andrà in piazza a tirare monettine... siamo sull'orlo da sempre, per come sono fatti i politici, se non affonda non se ne va nessuno. Pane e acqua per un pò di tempo? Se da una lezione finalmente, perché no?
Già, il privato, ancora a fare i fighetti liberisti con questa parolina scic? L'ex marchio ITALIANO ad esempio, l'ENI corrisponde all'erario il 6% (sarebbe stato meglio tenercelo l'ENI invece di regalarlo alla casa dello scudo Rosso rothschild). Insopportabile ascoltare i "medici liberisti" al capezzale del malato da essi stessi ridotto in malattia..il problema non è solo italiano, la UE ha ancora in deposito presso i paesi membri un cospicuo conticino da devolvere a beneficio delle aziende che optano per la DELOCALIZZAZIONE...made in Italy? MA MI FACCIA IL PIACERE...i signori stilisti hanno "traslato" per puro tornaconto e mi fa arrabbiare quando sento quelli della confindustria ficcare il naso nelle cose pubbliche mentre i loro dipendenti parlano Turco Cinese Rumeno Indiano ecc ecc
MA di quale reindustrializzazione stai parlando ???
ma la reindustrializzazione è arrivata,....si parte col chiedere licenziamenti più facili per fare un regalo agli eterni lagnanti di confindustri e chissà dove riusciamo ad arrivare; nel frattempo però, si fa un asta per i colossi della telefonia per l'assegnazione delle nuove emittenti dell'etere, e si guadagno 3 miliardi di euro. §LA stessa asta nn viene proposta per le emittenti televisive dove si contribuisce a rafforzare quell'oligarchia di MEdiaset Rai e Sky, e senza nessun guadagno per le casse dello Stato....Altro che manovra, qua bisognerebbe estirpare il male dalla radice, perchè di cose buone per risollevare economicamente questo paese, ce ne sarebbero tante e tante!|!!!
http://ilpicchioparlante.wordpress.com/2011/09/06/mercati-ancora-insoddi...
" Bisognerà combattere il precariato, ma insieme a questo introdurre una possibilità concreta di licenziare e fare vere politiche del personale, con intervento sociale solo dopo l’uscita dall’azienda. "
Per favore, non meniamo il can per l'aia. Sembra di sentire le parole di Sacconi.
"bisognerà combattere il precariato "? Ma se é dal 1996 che le porte delle stalle sono state spalancate (non aperte, spalancate) anche con la benedizione della Cgil, e ora, caro Casertano, lei torna a ripeterci il solito mantra ? Possibilità di licenziare (guarda caso è stata inserita nella Manovra una ulteriore norma ad hoc). Vere politiche del personale, intervento sociale post uscita dall'azienda ?
Ma lei - dopo tanti di deregulation selvaggia e autorizzata dai vari governi che si sono susseguiti - crede ancora alle favole ? E, di grazia, chi dovrebbe, oggi nel 2011, combattere il precariato ? Gli stessi che lo hanno creato e che fino ad oggi nlo hanno utilizzato senza farsi problemni di sorta ? Coloro che, dopo avere utilizzato torme laureati nei Call center, da tempo stanno esternalizzando (Nord Africa, Romania) anche quelli? Coloro che, prijma hanno appoggiato mister B. e ora, solo ora, di fronte al baratro non solo lo mollano, ma alzano ancora una volta i loro pianti al cielo, chiedendo soldi e interventi dello stato a loro favore ? Lo Stato ? Vuole che le presenti un precario 48enne al quale lo stato ogni anno rinnova in questo periodo il contratto "a progetto", guarda caso sempre quello ma reiterato da 12 anni ?
La verità, caro Casertano, è che molta gente ne ha davvero piene le tasche.
La Cgil sbaglia ? E cosa dovrebbe fare ? La Cgil ha già sbagliato tanti anni fa ma forse non é troppo tardi.
Caro Giulio,
il problema è che manca un movimento in senso inverso. Noi all'estero non ci andiamo, a parte la Fiat (ma è un esempio?) e Luxottica. Le decisioni strategiche vengono prese fuori. La proprietà è estera. La ricerca e sviluppo viene spostata fuori (si veda cosa ha fatto recentemente Hitachi).
Con la proprietà estera diventiamo dei dipendenti salariati: aspettiamo il manager straniero. La fetta più grande della torta se ne va fuori, ma almeno noi siamo contenti di avere un salario garantito. Non è una prospettiva che mi attira, e limita le possibilità di benessere nel lungo periodo.
Grazie,
Stefano Casertano
Infatti, se oggi non ci fosse lo sciopero generale della CGIL, i mercati sarebbero rassicurati? (da cosa?), non ci sarebbe la fuga dei capitali, rassicurati da che cosa? e ci sarebbe la crescita ? di che cosa, delle chiacchiere. Questa è l'unica cosa certa in Italia, le chicchiere. Per cui chi sciopera perderà una giornata di lavoro, ma che prospettive ha per il futuro ? Chi li rassicura sul futuro, Bonanni?
Andrea 61
Ella scrive che " difendere una serie di diritti/privilegi che non sono piu' sostenibili a meno di no continuare a finanziare l'INPS attraverso la fiscalita' generale"; guardi che è il contrario. Sono i soldi dei lavoratori versati all'INPS che sorreggono la fiscalità generale. E' l'INPS che paga la cassa integrazione e le pensioni sociali con i soldi dei lavoratori. E' una polemica trita e ritrita quella di separare la previdenza dall'assistenza; Si continua ad insistere sulle pensioni perchè sono soldi facili, con prelievo alla fonte. Si parla di privilegi????? Quali, quello di andare in pensione dopo 40 anni di lavoro con una pensione che sfiora i mille euro dopo aver versato 200 o 300 euro al mese per tutti questi anni? E i miei solodi servono per coprire i disavanzi della cassa pensionistica dei dirigenti d'azienda che eroga pensioni almeno 20 volte superiori? Non so se lo sciopero servirà a far capire che sarebbe ora di eliminare queste troppe ingiustizie ( eliminazione del contributo di solidarietà agli autonomi, lotta all'evasione fiscale fatta in modo ridicolo, le pensioni e i contributi dati ai politici, ecc ecc ), ma almeno si tenta. Io sono a casa dal lavoro, l'assenza mi costerà un centinaio di euro ( lo sciopero lo pago io, non è un giorno di festa), ma mi farà sentire a posto con la mia coscienza.
una domanda mi chiedo: ma perché è così male che le aziende straniere vengano in italia?
capirei se arrivassero e licenziassero tutti per prendersi il marchio, ma questo non succede (o succede?). in realtà queste aziende arrivano e creano lavoro - tutt'al più togliendolo al piccolo commercio, ma questo è un fenomeno di concentrazione irreversibile e comune al resto dell'occidente - in genere assumono giovani e spesso hanno una struttura interna fortemente meritocrata ("fortemente" per gli standard italiani), possono insomma generare la famosa mobilità sociale.
questa cosa proprio continuo a non capirla, caro stefano.
la crisi non è italiana è dell'europa e dell'occidente nel complesso. siamo al capolinea on i trent'anni di neoliberismo selvaggio e finanziarizzato. è la fine di un'epoca e stare a questionare se uno sciopero generale serva o no a tranquillizzare i mercati (!) mi sembra come svuotare col secchiello il titatic che prende un'oceano di acqua. se lo sciopero di oggi sarà il primo passo di una sollevazione italiana che si connetta con quelle europee, verso un cambio radicale di strategia in Europa, sarà stato uno sciopero utile. ma crediamo davvero che se "tagliamo" con decisione lo stato il "segnale" sarebbe ben accetto dai "mercati" che improvvisamente riacquisterebbero fiducia nelle magnifiche sorti e progressive della nostra economia bollita? (e con nostra dico anche europea e Usa). le speranze di un ritorno della "lezione novecentesca di impresa aperta, mobilità sociale, crescita ed espressione economica, entusiasmo di idee e creazione di valore aggiunto"... credo siano illusioni
Caro Giovanni,
sì, è una bella tentazione far riferimento all'Argentina e dichiarare un bel default. Consideri però che il paese Sudamericano è cinque volte più piccolo rispetto all'Italia, economicamente parlando; e non fa parte di un'unione valutaria continentale che coinvolge 330 milioni di persone, oltre a 200 milioni di cittadini la cui valuta è ancorata all'euro.
Se l'Italia fallisse la crisi durerebbe almeno vent'anni e la polarizzazione aumenterebbe. Questo dipenderebbe dal fatto che pagheremmo molto di più gli interessi sul debito e dovremo stampare soldi; così aumenterà l'inflazione e i "proprietari" di beni immobili (case, grandi aziende, etc) si arricchirebbero; tutti gli altri farebbero la fame.
Infine, il default argentino (anno 2002) è stato dichiarato in una situazione economica in salute migliore rispetto a quella attuale. Certamente era esplosa la bolla IT, ma non si dovevano scontare gli effetti delle crisi attuali. I capitali sono tornati in fretta nel paese e la situazione si è risollevata. Nel nostro caso, a noi non darebbero una lira per lo sviluppo - si liimiterebbero a "comprare mercato" e le nostre infrastrutture, come di fatto già iniziato.
Cordialmente,
Stefano Casertano
(Quasi) tutto vero (segue spiegazione) eccetto che la CGIL stia sbagliando. Primo perchè lo sciopero contro l'attule NON governo è sacrosanto. La funzione di un sindacato non è quella di avallare le scelte della politica, quali che esse siano ma quelle di tutelare gli interessi dei propri iscritti, sennò si chiamerebbe PARTITO. Chi nega questo è un finto democratico come ce ne sono tanti ormai in Italia. Secondo mi stupisce che chi ha scritto l'articolo si sia dimenticato di menzionare due fatti. Il primo è che il deserto del Made in Italy sia stato determinato dagli stessi grandi evasori che dall'Italia oltre che denaro hanno esportato aziende delocalizzando e non investendo sul territorio dimostrando di essere una classe dirigente fasulla e molto poco patriottica. Secondo il sistema legislativo di questo paese ha consentito a un innumeverevole miriade di pregiudicati e malfattori di sedersi al tavolo di costruzione delle leggi e quindi di generare un sistema che non garantisce gli onesti. Basti vedere in che stato versa la giustizia civile. Chi mai investirebbe un solo Euro nel manifatturiero in un paese in cui per ottenere il pagamento di una fattura dallo stato ci vogliono 24 mesi e per farsi risarcire da una truffa 10 anni di estenuanti processi ?
La CGIL fa il suo mestiere. Ha 5.000.000 di iscritti di cui la meta' gia' in pensione. I 2.500.000 di iscritti lavoratori sono per lo piu' vicino alla pensione e chiedono al sindacato di difendere una serie di diritti/privilegi che non sono piu' sostenibili a meno di no continuare a finanziare l'INPS attraverso la fiscalita' generale. La Camusso coerentemente difende questa idea di stato sociale munifico.
Ovvio che se i suoi iscritti fossero tutti 20-30 enni preoccupati perche' i loro soldi servono a pagare le pensioni dei loro padri lasciandoli senza un futuro, si comporterebbe in maniera radicalmente diversa.
In sistesi la CGIL e' al pari di Confindustria, ABI, Associazione Petrolieri o Confcommercio, una lobby che difende lecitamente gli interessi dei propri rappresentati a prescindere da eventuali interessi del paese.
Come sarebbe a dire che: "L’Italia potrà riemergere solo attraverso una “reindustrializzazione” del paese, per mano privata" e che bisogna cercare la "crescita"? Non ci credo che la crescita risolva i problemi occupazionali. Negli anni '60 i lavoratori erano 20 milioni e 400 mila, oggi 20 milioni e 800 mila a fronte di una "crescita" del pil di non so quante volte. I conti non tornano, non è la crescita a generare lavoro. Scordatevelo. Paradossalmente con il fallimento dei mercati è lo Stato oggi, a dover creare lavoro. Ma con i conti che ci ritroviamo il lavoro lo sta cancellando. Quindi non vedo via di uscita, a meno che di non fare un sano fallimento. Perché gli imprenditori possono fallire e poi ripartire alla grande con nuove società e noi, lo Stato, no? L'Argentina oggi sta meglio o peggio di prima di fallire?
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