La Cina ha un’arma per la conquista del mondo: la sua moneta
Recentemente Cina e Giappone hanno raggiunto un nuovo accordo “simbolico” sullo scambio commerciale comune. I due stati hanno concordato di pagare i rispettivi scambi attraverso le proprie monete riducendo gradatamente lʼutilizzo del dollaro. Inoltre, il Giappone sarà il primo paese del G7 a poter comprare bond cinesi. Come si inquadra questo cambio di strategia di Pechino? Si tratta di un cambio di politica monetaria volto a internazionalizzare la propria moneta e ad arginare le perdite dovute al ribasso di euro e dollaro. Ma questa scelta potrebbe avere ripercussioni di più lungo periodo rafforzando lʼinfluenza cinese in Asia e avvicinando la Cina allʼEuropa.
Era un lontano giorno del 1994 quando, nel volgere di una notte, il cambio RMB/USD fu svalutato da 5,7 renminbi per dollaro fino a 8,7, per poi attestarsi ad una quota di 8,28 negli anni seguenti. Solo undici anni dopo, il 25 luglio 2005, la Banca Popolare Cinese decise di legare le quotazioni della valuta cinese a un paniere di valute internazionali, permettendo oscillazioni minime per non subire shock improvvisi (come avvenne con la crisi asiatica nel 1997).
Le ripetute e forti pressioni fatte su Pechino per rivalutare la propria moneta raramente sono riuscite a raggiungere il loro obiettivo. Anche perché potrebbe non essere questa la strada per sostenere la competitività delle imprese occidentali: se consideriamo infatti che circa il 65% delle esportazioni cinesi sono effettuate da aziende straniere o da JV miste (joint venture, ndr), risulta evidente che una rivalutazione del renminbi avrebbe una ricaduta negativa sulle tante aziende occidentali che si sviluppano nel paese asiatico (qui un recente studio empirico del Fondo Monetario Internazionale).
Sono altri, piuttosto, i segnali che dovrebbero attirare lʼattenzione dei nostri governi e condizionarne le politiche: fra tutti, la spinta di Pechino per rendere il renminbi una valuta internazionale e la progressiva apertura del debito sovrano agli investitori esteri. La Cina sta infatti concludendo vari nuovi accordi che condizionano lʼacquisto di importazioni al pagamento in renminbi. Questo è il caso del recente accordo con il Giappone, ma altri accordi simili sono stati firmati (già a partire dal 2009) con Russia, Brasile e Argentina, e discussi almeno con Iran, Nigeria e Malesia. Anche il free-trade asiatico ASEAN-Cina andrà plausibilmente in questa direzione. Questa nuova massa di RMB per adesso non commerciabili sul mercato é poi riutilizzata dai paesi partner per comprare prodotti cinesi.
Molti analisti hanno fatto notare come queste operazioni siano riconducibili a una forma di baratto. Tuttavia, a differenza del baratto, questi nuovi accordi commerciali contengono unʼintermediazione in moneta che crea, a parità di massa monetaria, un apprezzamento del renminbi. Questo effetto é però controllabile dalla Banca Centrale (almeno per il momento) e confinato allʼinterno di una banda di fluttuazione relativamente ristretta. Lʼeffetto, inoltre, non penalizza eccessivamente le esportazioni grazie alla non convertibilità. Dunque la svolta principale è che mentre in passato la Cina ha risposto con interventi volti a tenere basso il valore del renminbi, ora la scelta sembra essere diversa: la Cina sta di fatto attuando politiche che portano ad una internazionalizzazione progressiva della sua moneta con un conseguente aumento della domanda di renminbi.
Come si inquadra questa scelta di Pechino? Per capire le ragioni profonde alla base di questa svolta si deve partire dalla constatazione che la crisi economica globale sta impegnando la Cina contemporaneamente su due fronti. Innanzitutto, la Cina sta subendo un forte rallentamento delle sue esportazioni a causa della caduta della domanda europea e - in parte - americana.
Le autorità cinesi hanno confermato che per la prima volta da tre anni la crescita della produzione industriale cinese avrà una flessione, anche se gli analisti si attendono un rallentamento solo passeggero.
Grafico: Dati delle China Customs, analisi di Haver Analytics ripresa da IntermarketandMore.com. Variazioni percentuali su base trimestrale
Grafico: Esportazioni cinesi 2010-2011, dati in miliardi di RMB. Fonte: TradingEconomics.com
In secondo luogo, la banca centrale cinese sta subendo una diminuzione del valore delle riserve proprie a causa della caduta del valore di dollaro ed euro rispetto al renminbi e alla diminuzione delle esportazioni. Attualmente si stima che la Cina possieda 3.200 miliardi di dollari in riserve: una somma equivalente a tutto il debito sovrano di Italia, Spagna e Portogallo. La Banca Popolare Cinese potrebbe quindi aver riflettuto sul fatto che rispondere alla FED e alla BCE con forti aumenti di offerta di moneta può aiutare solo in piccola parte una ripresa delle esportazioni cinesi. In un contesto di calo della domanda globale, solo un ribasso molto forte del renminbi potrebbe avere un effetto apprezzabile, ma a costo di assumersi un rischio valutario molto elevato.
Meglio dunque sfruttare le opportunità dellʼattuale congiuntura economica: sviluppare la domanda interna per sopperire al calo delle esportazioni, sostenere lʼinternazionalizzazione del renminbi quale moneta relativamente forte, contenere i rischi sul tasso di cambio e ridurre il costo delle importazioni evitando di scaricare tutto il peso della rivalutazione sulle esportazioni (grazie alla non-convertibilità). Di qui il cambio di strategia che ha portato ad un moderato apprezzamento del renminbi sul dollaro, pari al 7,4% in 16 mesi.
Grafico: Cambio nominale USD/RMB, Gennaio 2010- Gennaio 2012. Fonte: Yahoo Finance
Uno degli obiettivi principali, inoltre, sarà riuscire a pagare il petrolio in renminbi: questo permetterebbe alla Cina di smarcarsi dagli Stati Uniti, portando il renminbi ad essere di fatto una moneta internazionale e di riferimento. Questa scelta avrà anche un effetto di più lungo periodo, rafforzando ulteriormente il ruolo economico cinese in Asia e nel mondo.
Come scriveva Yu Yongding in un articolo per Project Syndicate, la strada per lʼinternazionalizzazione del renminbi è ormai segnata, ma sarà condizionata dalla tenuta dei fondamentali economici interni e dagli interventi della speculazione internazionale. Questo ci conferma, ancora una volta, che il percorso di apertura sarà perseguito con cautela e gradualità.
La partita delle riserve. Parte integrante della strategia di internazionalizzazione potrebbe essere un utilizzo delle riserve mirato a sostenere il settore finanziario Europeo. La crescita economica cinese (come del resto quella mondiale) dipende a doppio filo dalla risoluzione della crisi sovrana europea. In questo senso, un deciso intervento a sostegno del sistema finanziario europeo potrebbe essere più utile e meno dispendioso di un forte deprezzamento del renminbi.
Questi aiuti potrebbero arrivare tramite acquisti di titoli dei debiti sovrani sul mercato ma anche, plausibilmente, attraverso lʼingresso in alcune banche che hanno necessità di essere ricapitalizzate e lʼinvestimento di fondi sovrani cinesi in aziende strategiche o grandi opere infrastrutturali. Da mesi i 27 paesi europei stanno rimandando gli stanziamenti al Fondo salva-stati, dimostrando lʼinadeguatezza di unʼUnione nata senza coesione strategica e politica. Toccherà al dragone sbloccare questa impasse?
*Lavora in Cina da vent'anni. È il fondatore della società di servizi Jesa Investment
**Analista economico e collaboratore per Jesa Investment






Commenti
gen.mo Nikole
devo contraddirla su alcuni punti.
Il valore del mercato interno, in forte crescita, è tre volte quello dell'esportazione, e come è successo dal 2009 in poi, le aziende cinesi si sono rivolte maggiormente allo sviluppo del proprio mercato, e questo ha fatto esplodere l'economia interna. Non è quindi corretto dire che l'economia cinese dipende dalle esportazioni, anche perchè pochi sanno che la gran parte delle esportazioni, circa il 55%, viene effettuato da JV e da aziende straniere, quindi l'economia locale è, e resta molto local.
Riguardo al definizione di "dittatura" avrei molto da dire, se vediamo la Cina con occhi occidentali, forse le darei ragione, ma con occhi asiatici non sarei d'accordo con lei. E' un paese con molti poteri, ma non tutti, fortemente concentrati nel governo, ma non si potrà mai paragonare la Cina ad una Siria, una Libia o ad una vecchia repubblica sud americana, dato che le dinamiche sono completamente diverse da queste.
Sulla valuta cinese stanno scommettendo sempre di più paesi di tutto il mondo, come dicevo nell'articolo anche il Giappones stesso sta seguendo questa strada e presto seguiranno i paesi esportatori di petrolio. Non vedo perchè un paese che vanta di contenere un quinto della popolazione mondiale, non possa pagare con la propria valuta quanto compra, essendo anche il produttore di beni più imporante al mondo.
Mi preoccuperei invece dell'implosione del sistema capitalista che ha fallito e non riesce ad uscire dai problemi che esso stesso ha generato.
Grazie comunque per il suo intervento.
Una moneta vale se ha un'economia solida, un ambiente sociale tranquillo e una capacita' militare adeguata ai rischi che corre, tutte cose che la Cina non ha.
La sua economia dipende dalle esportazioni, il paese non esplode perche' c'e' una dittatura e la Cina sta giocando una partita pericolosa con gli Stati Uniti che ha solo due sbocchi, di cui uno teorico, cioe' che la Cina diventi un paese democratico, mentre l'altro e' lo scontro armato che la stessa Cina non esclude stando alle dichiarazioni del presidentei cinese.
Quindi, scommettere sulla valuta cinese e' un azzardo colossale.
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