Ecco perché un taglio della spesa pubblica del 5% migliora la vita
La differenza nella spesa pubblica è tutta nella spesa dello “Stato sociale”. I Paesi che spendono di più alla fine hanno all’incirca la stessa crescita economica, la stessa speranza di vita e lo stesso grado di istruzione di quelli che spendono di meno, scrive Giorgio Arfaras, direttore della Lettera economica del Centro Einaudi. Oltre il 35% di spesa pubblica non si osserva un miglioramento della qualità della vita. L’Italia – al netto degli oneri del debito pubblico – spende circa il 40 per cento. Dunque avanza un 5% di taglio alla spesa. E su questo Oscar Giannino ha ragione.
(Foto da Flickr di mammal)
Si dibatte sul “manifesto di Giannino”, c’è chi ne è entusiasta e c’è chi lo trova insulso. Per quel che mi riguarda solleva un punto: quello dei tagli alla spesa pubblica da attuare nel corso del tempo per un importo pari al 5 per cento. A mio avviso il numero è “giusto”. Riproduco in versione accorciata un mio Box uscito lo scorso anno per il XVI Rapporto sull’economia globale e l’Italia del Centro Einaudi di Torino, edito da Guerini. Laddove - sulla base del libro di Vito Tanzi, Governments versus Markets, Cambridge, 2011 – si arriva al (direbbero i romanisti) al numero “maggico” del 5 per cento.
Si immagini una famiglia media italiana (ma vale per tutti gli altri Paesi detti avanzati) all’inizio del secolo scorso. Viveva in campagna, era patriarcale, i suoi membri vivevano poco, erano analfabeti o quasi. Mangiava quello che produceva coltivando la terra, il nonno veniva imboccato dalla nipote zitella, eventuali miglioramenti del tenore di vita si ottenevano mettendo pazientemente da parte piccole somme di denaro contante che venivano nascoste in un luogo sicuro. Ultima nota, il diritto al voto era appannaggio di un numero minuscolo di italiani. Si aveva suffragio per gli uomini capaci di leggere e scrivere con almeno ventuno anni, mentre gli analfabeti potevano votare dai trenta anni. Le donne non votavano.
Quale Stato uno può immaginare per una società come quella appena descritta? Il cosiddetto “Stato minimo”, ossia quello che garantiva l’ordine interno, l’amministrazione della giustizia, la costruzione delle infrastrutture essenziali, la difesa, e un minimo d’istruzione. Dunque giudici con una gran barba, pochi ingegneri e molti operai, i carabinieri con i pennacchi, i soldati con i baffi e la baionetta, molti maestri e pochi professori. Uno Stato così composto, che possiamo immaginare con gli occhi di Collodi, non poteva costare molto, e, infatti, costava poco e le imposte erano basse.
Si immagini ora una famiglia media italiana (ma vale per tutti gli altri Paesi detti avanzati) all’inizio di questo secolo. Abita in città, la famiglia è mononucleare, i suoi membri vivono molto – quasi il doppio di un secolo prima – e, diventando vecchi, vogliono lo stesso livello di servizi, assistenza e consumi di prima. Sono alfabetizzati e investono in un’istruzione ancora più elaborata per i loro figli. Il loro reddito proviene da lavoro dipendente e sempre meno manuale, oppure da attività imprenditoriale, e per migliorare il loro tenore di vita – acquistare una casa nuova, garantirsi una vecchiaia facoltosa, far studiare i figli ecc. – si fanno assistere dalle banche, o dallo Stato. Ultima nota, il diritto al voto è esteso a tutti dai diciotto anni.
Quale Stato uno può immaginare con una società come quella appena descritta? Allo “Stato minimo” di cui si diceva, va aggiunto il cosiddetto “Stato sociale”, ossia istruzione, sanità, e pensioni. Alle poche figure dello “Stato minimo”, vanno aggiunti i molti professori, gli infermieri e molti medici, tanti assistenti sociali e i numerosi burocrati addetti al controllo e all’esecuzione di questa spesa estesa. Uno Stato composto di molte figure non può non costare molto, e le imposte sono, infatti, alte.
Fra le due guerre è esploso il peso del complesso della spesa pubblica, per effetto della spesa militare. Dopo la seconda guerra si è stabilizzato fino al 1960, e da allora è esploso di nuovo.
Prima conclusione, l’ingresso delle “masse” nella “modernità” ha fatto, nell’ultimo secolo, esplodere il peso dello Stato. Questo è un processo storico che ha coinvolto tutti i Paesi. La crescita della spesa pubblica migliora la qualità della vita?
La risposta è “sì, ma”. La migliora per un lungo tratto, ma da un certo punto in poi, a dosi maggiori di spesa non corrisponde una maggiore qualità della vita. Un esempio. Se espando la spesa per l’istruzione, miglioro la qualità della vita della cittadinanza. Da un certo punto in poi, raggiunto un certo grado d’istruzione, è da vedere se, alla maggiore spesa pubblica, corrisponde una popolazione ancora più istruita, oppure solo un aumento del monte salari degli insegnanti. Un altro esempio. Se espando la spesa per la sanità, miglioro la qualità della vita della cittadinanza. Da un certo punto in poi, raggiunto un certo grado di salute, è da vedere se, alla maggiore spesa pubblica, corrisponde una popolazione ancora più sana e longeva, oppure solo un aumento del monte salari del personale sanitario e dell’indotto.
La spesa pubblica - ragionando in linea logica – dovrebbe essere, come molte cose del mondo, affetta da “produttività decrescente”. È essenziale per modernizzare fino a un certo punto, ma da un certo punto in poi modernizza sempre meno per unità di spesa.
Se questo è vero, allora, cerchiamo una verifica statistica. Non dovrebbero esserci dei Paesi che ottengono di più – più istruzione, più salute – spendendo di più. In altre parole, da un certo punto in poi dovremmo avere circa gli stessi risultati in termini di crescita economica, di salute, istruzione, ecc, sia da chi spende molto, sia da chi spende (relativamente) poco.
Si prendano allora Paesi avanzati con una grande spesa pubblica (fra cui la Svezia), con una media spesa pubblica (fra cui l’Irlanda), con una piccola spesa pubblica (fra cui gli Stati Uniti). La spesa pubblica è composta di spesa diretta e di trasferimenti. La spesa diretta è quella del succitato “Stato minimo”, quella da trasferimenti del succitato “Stato sociale”. Le spese per lo “Stato minimo” sono molto simili fra i Paesi che siano a grande, media, oppure piccola spesa pubblica. La differenza è tutta nella spesa dello “Stato sociale”. I Paesi che spendono di più alla fine hanno all’incirca la stessa crescita economica, la stessa speranza di vita e lo stesso grado di istruzione di quelli che spendono di meno.
La discrepanza colpisce. E dovrebbe confermare il sospetto logico, da cui eravamo partiti, della “produttività decrescente”. Possibile che una spesa da “Stato sociale” minima – spesa pari per i Paesi a bassa spesa sociale pari al 15% circa del PIL circa – produca una speranza di vita e un livello d’istruzione di base eguale a quella di chi spende il doppio, il 30% circa del PIL?
Andando a controllare, la differenza non è così marcata. Ci sono delle complicazioni contabili. Alcuni Paesi trasferiscono dei redditi e poi li tassano, altri li trasferiscono senza tassarli. Il risultato è che in alcuni Paesi le spese sociali lorde sono di molto maggiori di quelle nette. Facendo tutti gli aggiustamenti fiscali, e cioè rendendo lorde le spese ovunque, le differenze di spesa da “Stato sociale” sono meno marcate. La discrepanza fra spese e risultati è minore, e la spesa da “Stato sociale” supera agevolmente il 20% nei Paesi che spendono meno. In più, in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, l’assenza o la minore partecipazione dello Stato a una serie di voci della spesa, viene in parte compensata dalle charity private, rendendo il conto ancora più omogeneo. L’analisi degli aggiustamenti si trova nel succitato libro di Tanzi, al capitolo 12.
Tutti i Paesi spendono all’incirca lo stesso ammontare di denaro per lo “Stato minimo” – dal 15 al 20 per cento del PIL – e non spendono, fatti gli aggiustamenti, cifre troppo diverse – dal 20 al 30 per cento del PIL - per lo “Stato sociale”.
Qual è la soglia critica, quella oltre la quale, la spesa dello “Stato Sociale” ha una produttività prima decrescente e poi nulla? Un modo per fare i conti – seppur non troppo preciso - potrebbe essere quello di mettere in rapporto la spesa pubblica con un indice che misura la qualità della vita – lo Human Development Index (HDI). Fatti i conti sui paesi avanzati, li si trova nel capitolo 11 del libro di Vito Tanzi, viene fuori che l’indice cresce (con un ritmo decrescente) al crescere della spesa pubblica, e da un certo punto in poi si ferma. Si ferma quando la spesa pubblica complessiva ai avvicina al 40% del PIL.
Seconda conclusione, la spesa pubblica è composta da quella tradizionale (polizia, esercito, magistratura) e da quella sociale (istruzione, sanità, pensioni). In media nei Paesi avanzati la prima corrisponde al 15% del PIL circa, la seconda al 20% circa. Per un totale del 35 per cento. Oltre il 35% non si osserva un miglioramento della qualità della vita. L’Italia – al netto degli oneri del debito pubblico – spende circa il 40 per cento. Dunque avanza un 5% di taglio alla spesa.
* direttore della Lettera economica del Centro Einaudi.

Comments
questo articolo è un tale cumulo di SCIOCCHEZZE INDIFENDIBILI che chi lo ha scritto può essere solo in MALAFEDE come Giannino del resto. Si legga "No Giannino, l'Oscar in economia non te lo danno" di Paolo Barnard.
Il commento più fantastico è di uno che ha detto "...perchè tagliare?.." direi che ci sarebbero 8 miliobi di risposte per dire che è l'unica soluzione. Forse perchè nessuno può sostenere un carico fiscale del 55 per cento?? Forse perchè se continua così ci saranno sempre meno aziende e privati in grado di pagare una mole di tasse che non ha paragoni in nessun altro paese. Forse perchè molte delle tasse pagate non finscono propriamente in servizi ma soltanto in qualche spreco o tasca di turno. Ma è un dato di fatto oggettivo raggiunto il limite di sostenibilità il meccanismo non può che tornare indietro. Credo che oltre il 55 per cento di tassazione media con punte del 70 non si possa oggettivamente andare. E se non si da impulso ad aziende che possono pagare le tasse ...... la vedo dura. Io taglierei tu che dici, magari potresti pagare tu il 70 per cento di tasse o trovare altri volontari disposti a farlo.......
Dieta ferrea. Unico modo di rilanciare l'Italia. Solo tagliando gli spechi avremo la possibilità di restare agganciati al "treno" dei primi corridori. Crescere economicamente è necessario per poter crescere culturalmente. Primus vivere... Ottimo articolo. Grazie
Dieta ferrea. Unico modo di rilanciare l'Italia. Solo tagliando gli spechi avremo la possibilità di restare agganciati al "treno" dei primi corridori. Crescere economicamente è necessario per poter crescere culturalmente. Primus vivere... Ottimo articolo. Grazie
Chi dice che senza lo stato sociale ci sarà rivolta sbaglia (e poi cosa intende con stato sociale, quello attuale?). al contrario ci sarà rivolta se inaspriranno ancora limposizione fiscale e contributiva.
il problema è che non so chi l'ha detto, ma è molto vero, che I percettori di rendita da spesa pubblica sono numerosissimi e, ciò che li rende assai potenti, sanno come ricattare elettoralmente i partiti, tutti i partiti. Per giunta, hanno dalla loro parte le norme (o meglio: le prevalenti interpretazioni delle norme) e la giurisprudenza.
Questo è il problema. bisognorebbe contarci. tartassati vs rentier.
I tagli non portano la crescita. Ci sono debbiti, ma non ci sono investitori. Quelli vogliono i tagli; no i cittadini, obbligati di vedere tutto crollato. Senza lo stato sociale, ci sarà rivolta.
Analisi molto interessante. In effetti, conferma scientificamente la bontà del manifesto programmatico di Giannino & C.
A parte che gli Stati Uniti non sono in crisi, a nostra differenza.
Il problema principale italiano non è nella percentuale di spesa e di pressione fiscale (quest'ultimo un problemone, per'altro amplificato da pratiche tributarie inique, con tasse come l'Irap che è demenziale) ma l'efficienza della spesa pubblica.
In Italia, nonostante spendiamo così tanto, il ritorno è minimo, probabilmente inferiore a quello anche degli Stati Uniti, che hanno tribunali che funzionano, più infrastrutture, e una speranza della vita simile.
L'efficienza della spesa è anche uno dei problemi che si legano all'evasione fiscale, uno stato che ti chiede tanto, e, nonostante spenda cifre immani, rende così poco, nessuna persona intelligente lo paga volentieri, anche se è la legge.
Ammettendo che sia vero che la spesa pubblica per lo stato sociale ha una produttività decrescente e poi nulla, come la pensiamo sulla "qualità" della spesa? ad esempio il fatto che in Italia i servizi alle famiglie non ci siano o siano poco flessibili (e quindi efficaci) comporta che le donne lavorino in una percentuale che è una delle più basse d'Europa. Quindi la spesa sociale va ripensata e riorganizzata per priorità, dal mio punto di vista, proprio per far crescere il Pil (per far emergere il lavoro nero, per far lavorare le donne)
Grazie a Dio un'altra conferma dell'inutilità di analisi quantitative che non tengano conto di parametri qualitativi. Il valore di un dollaro speso da uno stato africano per l' Acqua non ha esattamente lo stesso valore di uno speso in Groenlandia
Sono d'accordo con Paolo Frediani, non si parla del grande tema della disuguaglianza!
Eppure ci deve essere qualche patologia latente in noi italioti....
Ragionando proprio a spanne, mi domando dove li impiegherebbero i contribuenti italiani questi 2 o 3 punti di contribuzione sociale in meno che eventualmente verserebbero.
In istruzione no, perchè lo stesso autore sostiene che oltre un certo limite "non ne vale più la pena", non parliamo di sanità privata, perchè alla fin fine cosa cambierebbe??
E' così terribile, vessatorio, iniquo, "fuori moda", contribuire con imposte, tasse e contributi sociali?
E non si può neanche sostenere che "siccome lo Stato italiano è inefficiente" è moralmente corretto ed irreprensibile non contribuire per nulla.
Quando il prode Oscar completerà la famiglia appena abbozzata si renderà conto che ogni centesimo investito in spesa sociale è linfa vitale per una società evoluta.
"I Paesi che spendono di più alla fine hanno all’incirca la stessa crescita economica, la stessa speranza di vita [IN MEDIA] e lo stesso grado di istruzione [IN MEDIA] di quelli che spendono di meno". Sarebbe arrivato il momento di spiegare ad Arafas la differenza fra media (del pollo) e varianza. O, se lo vogliamo dire in altro modo, fra benessere medio e disugualianza. Perché sulla seconda Arafas non ci racconta nulla?
Aspettativa di vita e livello dell'istruzione media non sono gli unici indicatori per misurare l'utilità della spesa pubblica. E poi ad essere precisi gli Usa, nonostante non garantiscano una copertura a tutti i cittadini, hanno una spesa pubblica in sanità superiore alla Svezia. Ecco alcuni dati Ocse interessanti: (1) Indice Gini, post tassazione (misura la disuguaglianza sociale - più è basso meglio è): USA: 0,378 IRL; 0,293; SVE: 0,259. (2) Mobilità sociale (legame tra ricchiezza o povertà delle famiglie di provenienza e ricchezza o povertà dei figli): http://www.oecd.org/eco/productivityandlongtermgrowth/economicpolicyrefo... gli Usa sono terzultimi nella classifica linkata. Alla faccia del sogno americano. (3) Poveri, cioè persone che vivono con un reddito inferiore della metà rispetto a quello mediano del Paese: USA: 17% nei primi anni 2000 e 17,2% negli ultimi anni. IRL: 13,6% nei primi anni 2000 e 9,1% ora. SVE: 5,3% nei primi anni 2000 (storicamente si contendeva il primato con la Danimarca) e 8,4% ora.
Anche dando per buone queste analisi (ma mi sembra assai arduo sostenere che la sanità degli Stati Uniti sia migliore di quella svedese, o della stessa sanità italiana) il ragionamento si può invertire. Se non ci sono differenze sostanziali, nemmeno in termini di crescita, perchè tagliare? La spesa pubblica ha un effetto stabilizzatore sulla disoccupazione e riduce le disuguaglianze, quindi, a parità di altri fattori è preferibile più spesa pubblica piuttosto che meno.
" Se non ci sono differenze sostanziali, nemmeno in termini di crescita, perchè tagliare? "
per ridurre le tasse!!!
Ma se ti fanno così schifo i soldi da volerli comunque mandare a roma puoi sempre darli a me...
Eh sì, dev'essere proprio così.
Infatti la crisi in Svegia, Norvegia e compagnia la stanno sentendo proprio come da noi e negli Stati Uniti...
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