Lavorare non stanca, la creatività ai tempi del co-working
Condividere il posto di lavoro con altri, che non fanno la stessa cosa, si chiama co-working. Una re
Un’immagine di Hub Milano
Per arrivarci si deve superare un cancello, addentrarsi tra i loft di via Ventura, e poi attraversare un parcheggio coperto. Si trova in mezzo alle vecchie fabbriche della vecchia Lambrate riadattate a uffici e studi di architetti e designer. È il covo, o meglio, il Cowo. Il primo (o uno dei primi) spazi di co-working in Italia. «Lo abbiamo avviato nel 2008», spiega Massimo Carraro, pubblicitario, che lo ha fondato insieme a Laura Coppola. «Il problema era che avevamo uno studio troppo grande per noi. In rete abbiamo scoperto il co-working che in California andava per la maggiore. È un modo di lavorare che prevede la condivisione dello stesso spazio, anche se le persone fanno cose diverse, cioè hanno attività proprie e indipendenti».
Si passa insieme la giornata lavorativa, e ognuno ha una sua postazione e un proprio lavoro. «Stando a casa, le persone provano un senso di isolamento e di alienazione. Si arriva a non riuscire più a gestire le ore di lavoro, ad accumulare tutto alla sera, o finire a lavorare in piena notte». Allora, si mette a disposizione uno spazio, con il quale si può dividere la giornata tra lavoro e tempo libero, e stare insieme ad altre persone. Anche per condividere idee, e progetti. L’idea è piaciuta, sono arrivate le prime adesioni, la cosa ha preso piede. Chi vuole, viene. Firma un contratto, paga 200 euro al mese (tutto compreso), e ha una postazione sua. «Si tratta di liberi professionisti, o dipendenti che non stanno in ufficio. Qui, al momento, siamo in undici. Tra cui un paio di architetti, e ingegneri. Per ora, basta», spiega Massimo. Lo spazio, del resto, non è grandissimo: su due piani, una sala riunioni e diverse postazioni.
Lui, intanto, continua a fare il suo lavoro. Ma gestire il co-working è un impegno in più, tanto che ha fatto un marchio e poi un logo, che vende a chi vuole «affiliarsi». Nel pacchetto “Co-wo”, «ci sono tutte le istruzioni per avviare uno spazio co-working, con i contratti, delle guide per la best practice, e soprattutto il marchio». Adesso sono 59, in 40 città. «Non è un franchising, perché non ne facciamo utili, né royalty», spiega. E poi ogni nuovo spazio adotta regole proprie, idee sue, iniziative in più.
«Il bello di lavorare insieme è che nascono idee nuove, e si fanno progetti in condivisione», spiega. È successo? «Sì, un architetto che lavora qui doveva progettare un porticciolo, e aveva bisogno di trovare di un ingegnere navale. Qui ce n’era uno, e hanno collaborato insieme alla realizzazione», senza perdere tempo e conoscendo già la persona. Ma in altri spazi fanno di più: «in uno spazio a Firenze hanno deciso di creare un business impiegando le persone che lavoravano lì. Diciamo, dal materiale umano, arrivano all’idea. In questo caso, hanno messo in piedi un sito di e-commerce». Lavoro in più, certo, ma anche un’occasione. Ed ecco allora che lo spazio co-working si rivela per quello che può diventare: una filiera di idee e competenze, per realizzare insieme qualcosa di nuovo.
Più o meno, è quello che pensano allo spazio Avanzi, in via Ampère. Qui il co-working assume dimensioni enormi. «La struttura si estende per 750 metri quadrati», spiega Luca Nicola, copywriter e co-worker. Anche in questo caso, si tratta di una ex fabbrica, stavolta della Brionvega riadattata per contenere uffici e studi. Lo spazio è stato inaugurato il primo marzo 2011, e dentro ci sono piccole società, gruppi e solo qualche singolo, come lui. Addirittura, c’è anche un partito politico. «I verdi. Qui siamo in tanti, come ogni spazio co-working ci occupiamo di cose diverse, ma cerchiamo sempre l’incontro e la sinergia», spiega. Anche qui, per avere una postazione si deve fare un contratto e versare almeno 200 euro al mese.
Avanzi è la componente più numerosa, sono una dozzina, e ha anche in gestione l’intera struttura. Si occupano di consulenza per imprese, puntando alla sostenibilità. Oppure Supercake, uno studio di progettazione per architettura e design, oppure ancora Memethic Lab, un gruppo che si occupa di ricerche etnografiche di mercato. Ci sono molti altri gruppi, e anche lui, Luca Nicola, che, oltre a fare il copywriter, tiene un blog in cui racconta il co-working, chi c’è, e cosa succede. «Una piccola comunità, molto libera, dove nascono progetti insieme», e soprattutto, «una sorta di distretto», però intellettuale. «In generale, c’è una coesione anche di stile di vita. E, più in generale, c’è anche una certa coerenza politica. Qui piace molto il Pd». A parte questo, il luogo è aperto. Da quelle parti, pe visionare i progetti di un concorso anche Cini Boeri.
Ma non cambiano solo le dimensioni, cambia anche lo scopo. Il co-working può diventare anche solo un «pretesto», come spiega Vita Sgardello, host dell’Hub Milano. A differenza di Co-wo e dello spazio in via Ampère, l’Hub non nasce in Italia: è un’idea inglese, una catena che si è diffusa in tutta Europa. «Un pretesto per veicolare le persone nel network», cioè? «Farle entrare in relazione», spiega. Hub Milano fa parte di una rete di una quarantina di altri Hub in tutto il mondo. Arriva in Paolo Sarpi e serve vuole riunire persone con uno scopo preciso: la creazione di modelli di innovazione sociale, «che siano attenti al verde, alla soluzione di problemi comuni, ma che siano anche sostenibili dal punto di vista economico». Insomma, una specie di luogo di lavoro che si trasforma anche in incubatore, di idee e magari di progetti.
«Siamo una Srl e un’associazione insieme», spiega Vita. Per crescere, l’Hub si basa sui contratti degli “hubber”, che pagano 300 euro al mese, per le postazioni più lussuose. E poi su alcuni fondi di Cariplo e Unicredit Foundation. «Ma la nostra è una community ampia». Nello spazio, modernissimo, si trovano due piani, e il secondo ha un pavimento trasparente, da cui si possono osservare gli “hubber” al lavoro. «Visto che il nostro scopo è creare innovazione sociale, organizziamo occasioni per ricevere e selezionare i progetti», come appunto il Social Innovation Camp. «Abbiamo lanciato il bando: chi partecipava, doveva inviare un’idea di progetto, che fosse innovativo e legato alla tecnologia. E che risolvesse un problema, rendesse più semplice la vita delle persone». Sono arrivate 189 idee, ne hanno selezionate sei, che sono state portate avanti. E i prescelti, a turno e in piedi, raccontavano il loro progetto.
Una applicazione per riconoscere gli ingredienti (e il loro impatto ambientale) nei prodotti cosmetici, un’idea chiamata Nabatà, due consulenti finanziari con la passione per il green. Un social network per badanti e baysitter, un network per catalogare gli edifici e i servizi dal punto di vista dei disabili. Questi alcuni dei progetti esposti. «L’idea è di crearli e renderli possibili», continua Vita. Del resto è il loro compito, da «facilitatori, cioè persone che rendono più facile la relazione tra le persone e la costruzione di piccoli gruppi all’interno di un network più ampio». E tutto parte dalla condivisione dello spazio di lavoro.
Come spiega Massimo di Co-wo, l’Italia è senz’altro un luogo di grande sviluppo del sistema co-working, anche se limitato alle grandi città. «È una cosa che nasce in rete, ma si sviluppa fuori», e può dar luogo a semplici progetti o idee di innovazione. Fino a diventare, nella visione, forse un po’fantasiosa di Luca, un «distretto». Di sicuro, è un buon modo per riunire persone e svilupparne la creatività, e progetti nuovi. Per funzionare, sembra che funzioni. Anche solo per migliorare le possibilità di chi non può permettersi un ufficio, e può permettersi di non stare a casa. E poi, pian piano, chissà, anche per il resto.

Comments
Abbiamo aperto un nuovo coworking anche noi, siamo in zona Loreto - Pasteur. Per info e fotografia dello spazio visitate www.work-on.it Che ne dite?
Ottimo articolo, davvero molto informativo. Mi è capitato di sperimentare il coworking per qualche mese a Berlino e lo scambio di idee tra persone con professionalità dvierse permetteva a tutti di imparare qualcosa e migliorare la qualità del lavoro. Alla faccia di 'sta benedetta crisi.
Siamo realmente confortati,nel sapere di non essere soli. Cinque professionalità diverse l'una dall'altra,nati sulle ceneri della chiusura di una grossa Spa, in centro Città di Napoli. Spontaneamente è nata la partecipazione di ognuno di noi al medesimo progetto,sviluppare
"l'officina delle idee ". Progetti comuni a supporto dell' Imprenditoria Campana.Sono molto soddisfatto ed appagato da questo sodalizio,forse la preoccupazione per il futuro.
Bruno Lanzillo
Dei tanti articoli sul coworking a Milano questo è veramente fatto bene.
Grazie
Loan Truong/Cowo S.Ambrogio
Un po' di speranza, grazie Davide per averne parlato, co-working e collaborazione in questi tempi duri e amari sembrano quasi non si possano pronunciare e invece sono l'unica risposta alla crisi!
Mille grazie per l'articolo, che contribuisce a far conoscere il coworking, e grazie per aver parlato anche di Cowo :-)
A presto e buon lavoro
Massimo Carraro/Cowo
bel pezzo! è importante fare luce su queste forme di lavoro in evoluzione!
ps: per chi volesse sapere qualche cosa di più su avanzi _ segnalo questi due siti: www.avanzi.org e www.makeacube.com
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