Analisi

Caro Patroni Griffi, il datore nel pubblico non è lo Stato ma i cittadini

Enrico Zanetti*

Il ministro Patroni Griffi, nella sua polemica con il ministro Fornero, sbaglia prima che nel merito nell'approccio: il datore di lavoro dei dipendenti pubblici non è lo Stato, ma sono i cittadini. Ed è loro interesse che, anche nel pubblico, venga premiato il merito. Questo significa dire "no" al posto a vita.

Sullo spinoso tema della parificazione tra dipendenti pubblici e privati, rispetto alla disciplina dei licenziamenti, il Ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi non lascia, raddoppia. Dopo le polemiche dei giorni scorsi tutte interne al governo, con il ministro del Lavoro e delle Pari Opportunità, Elsa Fornero, apertamente favorevole alla piena parificazione, Patroni Griffi ha scritto una lettera aperta al Corriere della Sera, reo di aver dato spazio a giudizi ritenuti sferzanti sulla sua presunta eccessiva sensibilità alle posizioni dei sindacati del pubblico impiego.

Una lettera in cui il Ministro si fa vanto di non essere alla ricerca di consenso; e vi è da credervi, perché la lettera trasuda a tratti una supponenza che ne rende scarsamente digeribili pure quei passaggi che potrebbero invece meritare condivisione. Proviamo però tutti a raccogliere l'invito del Ministro a mettere da parte la ricerca di facile consenso e a ragionare allora in modo spietatamente oggettivo, a costo di essere impopolari. Se ci proviamo davvero, ecco che il punto non è nemmeno più quello della parificazione tra dipendenti pubblici e privati in materia di licenziamento. Il punto è che nel settore pubblico un contratto di lavoro a tempo indeterminato non dovrebbe esistere per definizione. Chi è che si può arrogare il diritto di attribuire a qualcuno "per sempre" un posto di lavoro che è pubblico?

E poco conta se ci si entra per concorso: un posto di lavoro che è pubblico (non di un datore di lavoro privato) dovrebbe comunque essere periodicamente messo in gioco (dieci anni?), attraverso concorsi volti a verificare se altri aspiranti hanno più titoli e capacità di coloro che lo stanno ricoprendo, al più con l'attribuzione di un maggiore punteggio a chi già lo ricopre con valutazioni positive in termini disciplinari e di efficienza. Ragionamento che è tanto più pregnante oggi che il pubblico ha smesso di assumere e davvero non si capisce perché chi è fuori non possa aspirare a subentrare, se ha più meriti di chi c'è già. La tanto invocata meritocrazia non può funzionare e non funzionerà mai in un sistema fondato sulla regola del "chi c'è, c'è".

La meritocrazia implica necessariamente la disponibilità ad accettare che l'ascensore sociale possa anche scendere, oltre che salire, affidando allo Stato il compito di evitare soltanto che la discesa possa portare addirittura i cittadini ai piani sotto terra. Equità non significa rendere un cittadino proprietario di un posto di lavoro che, proprio in quanto pubblico, non può essergli assegnato sine die; significa invece prevedere ammortizzatori sociali che lo accompagnino quando perde il lavoro, perché viene licenziato o scade il suo contratto, in attesa che riesca a ricollocarsi.

Tutto questo non certo per dire che, da un giorno per l'altro, si debba arrivare a mutamenti di scenario così drastici e socialmente insostenibili, ma per sottolineare, ai tanti Patroni Griffi di questo Paese, che, evidentemente, non l'hanno ancora capito, come lo Stato non possa essere una sorta di franchigia rispetto alla crisi e come le cose discutibili (nel senso tecnico di suscettibili di discussione, senza tabù e preclusioni), con riguardo al rapporto di lavoro nel pubblico impiego, siano molte e anche molto più dirompenti di quelle che affiorano oggi nella discussione politica e sociale.

Che la strada da percorrere sia ancora molta, nonostante il tempo a disposizione sia sempre meno, lo certifica del resto proprio un passaggio della lettera del Ministro, da cui abbiamo preso spunto per queste riflessioni, che mirava in realtà a dare dimostrazione di un suo approccio tutt'altro che sindacale sul tema del pubblico impiego. Scrive infatti Patroni Griffi: «i doveri disciplinari dei [dipendenti] pubblici sono più forti di quelli dei privati, e il pubblico che sbaglia deve pagare di più del privato perché ha tradito la fiducia dei cittadini non solo del suo datore».

Un lapsus freudiano da manuale, rispetto a quello che voleva probabilmente essere il senso della chiusura della frase: la fiducia dei cittadini che sono il suo datore di lavoro. Il datore di lavoro dei dipendenti pubblici, infatti, sono proprio i cittadini, mica lo Stato che ne è la mera espressione organizzata. E' proprio questa concezione dello Stato come entità invece sovraordinata e autonoma, che accomuna larga parte di coloro che hanno passato molto tempo della propria vita in posizioni apicali all'interno delle istituzioni, ad aver ingenerato il folle squilibrio tra pubblico e privato che sta oggi contribuendo in modo determinante ad affossare il Paese e che sta completando la trasformazione dei cittadini in sudditi. O mutiamo la marea, o ne saremo presto sommersi.

*direttore di Eutekne.info

Comments

fuoridailuoghicomuni's picture
Inviato da: fuoridailuoghicomuni
29 Giugno 2012 - 11:43

Questo articolo è delirante. Pieno di populismo e qualunquismo non fa altro che aumentare quel sentimento di "odio" verso il pubblico impiego. Mi dica per favore in quale paese "civile" il lavoro pubblico dura "10 anni" e poi deve essere messo di nuovo in gioco!! dato che sbandiera una similitudine tra privato e pubblico anche questa sua "fantasiosa" teoria non mi risulta. Basta! Basta ad articoli del genere atti solo ad attirare consensi tra "lettori" imbufaliti e impoveriti da una classe politica (questa si che dovrebbe andare a casa dopo 10 anni) corrotta e incapace.
ps ricordo che:
*i licenziamenti per negligenza, imperizia, nel pubblico impiego ESISTONO. Leggere la legge grazie!
*fare concorsi HA UN COSTO. Chi li pagherebbe? Magari chiudiamo il fondo all'editoria.

Fuga di Gas's picture
Inviato da: Fuga di Gas
10 Giugno 2012 - 16:46

Io sono un dipendente pubblico, ma ho conosciuto anche il lavoro nel mondo economico privato, sia subordinato, sia autonomo. Sono contrario a qualsiasi "privilegio"; ma quali sono questi privilegi?
- Ricevo uno stipendio di 1300 euro (1200 è il salario d'ingresso) per una posizione per la quale è richiesta laurea e specializzazione.
- Non posso svolgere un secondo lavoro per integrare il mio scarso reddito.
- Ho visto delle norme contrattuali annullate con un decreto (annullamento scatti di carriera)
- Il mio datore di lavoro (chiunque esso sia) ha avuto il potere di cancellare fino a data indeterminata il rinnovo del contratto di lavoro.
Questo e tanto altro che non cito per non entrare nello specifico.
Privilegi, parliamone!

zse's picture
Inviato da: zse
13 Giugno 2012 - 15:00

Dimentiche anche che per molte categorie pubbliche (non tutte) non esiste lo scatto di anzianità pertanto oggi entri con i 1200 euro (personale laureato ha questi livelli, gli altri ben di meno) che citavi e (causa anche i blocchi) avrai quello stipendio per molti anni a venire alla faccia dell'inflazione, che invece corre.
- salirio accessorio (premi di produzione per il privato) = 0
- quattordicesima = 0
- mobilità forzata in sedi anche a distanza di centinaia di km da casa tua
- obbligo a trasferte ove il tragitto non è considerato orario di lavoro (ad eccezione degli autisti)
Per onestà intellettuale vanno però citati anche i vantaggi che ovviamente per ora ci sono:
- orario di lavoro di sole 36 ore settimanali ed abbastanza flessibile
- possibilità di usufruire di permessi (recuperabili o non retribuiti)
- possibilità di godere di maternità per intero senza l'apprensione di un "padrone" tiranno che minacci di licenziarti per un tuo diritto
- relativa stabilità nel posto di lavoro (per ora)

ritengo però che dovrebbero essere i vantaggi del pubblico ad essere estesi al lavoro privato, non il viceversa.

fuoridai luoghi comuni's picture
Inviato da: fuoridai luoghi comuni
29 Giugno 2012 - 11:33

Condivido in pieno

SSEA's picture
Inviato da: SSEA
9 Giugno 2012 - 07:48

Simmetria ed Eguaglianza.
Senza troppe considerazioni perche' non si deve realizzare questo principio semplice (da applicare a stipendi di tutto il pubblico, licenziabilita', pensioni, etc)? p

Pippa's picture
Inviato da: Pippa
8 Giugno 2012 - 23:58

Perchè mai i pubblici dovrebbero essere privilegiati rispetto ai privati? Spiegatemelo per favore, io so solo che la burocrazia in italia fa schifo, perchè gli uffici pubblici del tipo inps inail asl comuni regione province al pomeriggio sono chiusi, perchè negli altri stati europei non è così? Perchè un medico che lavora in ospedale al pomeriggio abbandona il pubblico per dedicarsi al suo studio privato e prende doppio stipendio portando le liste d'attesa nel pubblico a scadenze annuali? Perchè se vado all'asl alle 7 a fare le analisi che si concludono alle 9, devono passare 2 ore prima che mi diano i risultati di analisi precedenti? Cosa fanno i dipendenti in quelle due ore di buco? L'ho visto io, spesa, sigaretta, chiacchere, nel privato vai a casa se fai così ed è giusto. Perchè devo pagare, io cittadino o stato, chiamami come vuoi, per dei parassiti che il 60% delle volte sono stati assunti per appoggi politici o clericali e zero merito? Mettendo in posti di lavoro incapaci che compromettono ulteriormente la penosissima burocrazia italiana..
Perchè?

fuoridailuoghicomuni's picture
Inviato da: fuoridailuoghicomuni
29 Giugno 2012 - 11:32

Inps . asl . comune provincie ospedali poste inpdap ecc ecc di pomeriggio sono aperti!! il pomeriggio il medico non puo' lasciare l'ospedale per il suo studio privato, a meno che non abbia rinunciato a una parte dello stipendio pubblico (informarsi prima di aprire bocca GRAZIE).
Non so in quale stato viva...

Andrea's picture
Inviato da: Andrea
8 Giugno 2012 - 23:45

Che il CorSera non ci avesse capito molto ormai non mi ha meravigliato. Speravo invece che linkiesta potesse fare qualche considerazioni più intelligente.
A) Stato e cittadini sono la stessa cosa
B) Proprio per questo dovrebbe essere facile riuscire a capire che i (semmai allegri, abbondanti gli ormai popolari) licenziamenti che poi si rilevano illegittimi di dipendenti pubblici non possiamo pagarli noi cittadini...

Io's picture
Inviato da: Io
8 Giugno 2012 - 18:33

Credo che nel pubblico ci siano delle persone che non lavorano male leggi già ci sono e inoltre si finisce per dotare forse i dirigenti ed i politici di mezzi, strumenti di taglio del personale che si prestano a criteri soggettivi? Allora pagherà il dipendente antipatico che lavora e che anzi ragiona con la sua testa e rimarranno i vari cortigiani e' questo che si vuole?

Mauro's picture
Inviato da: Mauro
8 Giugno 2012 - 12:33

Caro Zanetti, lo Stato sono i cittadini, non dimenticarlo.

Stato e cittadini sono la stessa cosa. Non cerchiamo di far passare l'idea che lo Stato sia qualcosa di estraneo, di astratto, di altro.

Quello a cui lei si riferisce sono Governo e/o Parlamento. Ma lo Stato non c'entra niente con quello che lei dice. Lo Stato siamo noi tutti, non solo le istituzioni.

Saluti,

Mauro.

Enrico Zanetti's picture
Inviato da: Enrico Zanetti
8 Giugno 2012 - 19:24

Dimenticarlo?
La parte finale del pezzo era proprio volta a ricordarlo a chi sembra dimenticarsene.
Boh... sarò stato poco chiaro io.

Bartolo Anglani's picture
Inviato da: Bartolo Anglani
8 Giugno 2012 - 12:03

Non condivido. Questo non vuol dire che la situazione attuale sia perfetta. E' infatti molto difficile, se non impossibile, disfarsi di un dipendente pubblico inefficiente, assenteista ecc. Ma, a parte i casi estremi di inefficienza e di inaffidabilità, è giusto che il posto pubblico sia a vita: perché solo così il dipendente può essere libero da ricatti, pressioni, vendette. Ve lo immaginate il magistrato che ogni 10 anni dovesse lottare per mantenere il posto? Quali sarebbero le garanzie della sua indipendenza? E il docente, sia di scuola media che di università? Dove andrebbe a finire la libertà di insegnamento e di ricerca? Io credo da un lato che bisognerebbe inasprire le misure contro i fannulloni, che esistono: e che (per rimanere nell'ambito universitario, che conosco meglio) un docente che per un certo numero di anni (da stabilire) non pubblica e non fa ricerca, o che abitualmente non fa lezione e si fa sostituire dai ricercatori o addirittura dai dottorandi, dovrebbe essere licenziato senza troppi complimenti; ma che i docenti che fanno il loro dovere e pubblicano e non si assentano dovrebbero essere sicuri di poter lavorare e di esprimere le loro opinioni senza la minaccia di essere mandati via solo perché è spuntato fuori uno migliore. Chi lo decide poi chi è il migliore? Lo sa l'autore di questo articolo che l'inamovibilità del posto fu la sola difesa che tanti insegnanti di sinistra ebbero contro le discriminazioni anticomuniste degli anni 50? Le proposte avanzate in questo articolo sono segnate da demagogia e da ignoranza del funzionamento della pubblica amministrazione. Bisogna da un lato essere più severi con chi non fa il proprio dovere (ma in questo caso occorrerebbe ricorrere a un giurì esterno per evitare vendette ecc.) invece di mantenere a vita tanti fannulloni; ma dall'altro bisogna garantire ai dipendenti efficienti il posto fino alla pensione.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
8 Giugno 2012 - 09:52

Mi sembra un ottimo articolo, infatti il risultato di queste figure apicali sia politiche che amministrative mi hanno fatto capire da un ventennio che il nostro è un paese morto, dove la quantità di valore sottratto che si produce dai vertici politici e dirigenziali amministrativi non potrà mai essere neanche lontanamente pareggiato....

E NON PERCHE' SI RUBA A BRACCETTO CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE O PERCHE' TANTI NON PAGANO LE TASSE O PERCHE' PAGHIAMO FIOR DI INTERESSI SUL DEBITO PUBBLICO.

LE NOSTRA PA E LE NOSTRE AZIENDE PRIVATE NON SONO ORGANIZZATE ED EFFICIENTI, E' LA NAZIONE INTERA CHE NON E' COMPETITIVA A PRESCINDERE.

otto morselli's picture
Inviato da: otto morselli
8 Giugno 2012 - 09:32

ineccepibile

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