Edison parla francese ma non lo dice ancora

Edison parla francese ma non lo dice ancora

Italiana di nome, francese di fatto. Dopo un lungo silenzio, i transalpini di Edf, che controllano la metà delle quote di Edison, sembra siano disponibili a trattare secondo l’accordo dello scorso marzo, come rivela oggi Il Sole 24 Ore. I quali, in sostanza, prevedono una divisione di Transalpina di Energia, la holding paritetica tra Edf e Delmi (veicolo dei soci italiani come A2a e Carlo Tassara) che controlla il 61% di Edison. In questo modo Edf, che possiede il 19,4% delle quote Foro Bonaparte, si ritroverebbe post scissione a detenere il 50% del capitale di Edison. 

Casualmente, o forse no, l’apertura di Parigi arriva nel giorno della risoluzione dell’arbitrato pendente dal 2008 su un contratto take or pay con i russi di Promgas (joint venture tra Gazprom ed Eni), che dovrebbe portare benefici per 200 milioni di euro già da quest’anno. 

Tutti pronti a rimettersi in cammino sulla via francigena. Pochi giorni fa, al termine di un incontro tra il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e Giulio Tremonti, l’assessore al bilancio di Palazzo Marino, Bruno Tabacci, aveva affermato la richiesta, da parte del Comune, «di ridefinire con il Governo francese una base che sia più favorevole rispetto a quella dell’accordo della scorsa primavera», e inoltre di essere in attesa «di capire se la Cassa Depositi e Prestiti possa giocare un ruolo preciso e, in questo caso, quanto e come è in grado di mettere in campo».

Per Tabacci: «Non ci sarebbe opposizione da parte del Governo a trovare un punto di incontro con i francesi». «Il problema è dove si colloca questo punto. La partita è ancora molto aperta. Finora si è difeso l’accordo della primavera scorsa ma ci sono degli elementi di criticità che andrebbero corretti» ha spiegato l’assessore della giunta Pisapia. 

Criticità che, ha sottolineato ieri, al termine del cda, il numero uno di Delmi (la holding dei soci italiani di Edison),Franco Baiguera, potrebbero portare a un nuovo rinvio dei patti parasociali di Foro Bonaparte, validi fino al prossimo 15 settembre. Una scadenza che «non è dogmatica ma può essere spostata di qualche settimana o di qualche mese, purchè si dimostri la volontà che non si sta cercando una semplice dilazione ma che si sta lavorando per meglio formalizzare gli aspetti tecnici e giuridici di un accordo complesso» ha detto Baiguera.

Il nodo riguarda la governance della utility, che tutti vogliono risolvere prima della pausa agostana. Il patto di sindacato che detiene la maggioranza delle quote in Edison è composto pariteticamente dai francesi di Edf e da A2a (controllata dai Comuni di Milano e Brescia con il 27,5% a testa del capitale), dopo la proroga dei patti parasociali deliberata lo scorso 15 marzo. Un problema non di poco conto per il futuro della seconda società elettrica italiana dopo Enel. 

A riaprire le danze sul dossier ci aveva pensato, a inizio luglio, il sottosegretario allo Sviluppo Economico Stefano Saglia: «Edison sarà italiana anche con il controllo di Edf». Parole a cui ha fatto eco, a margine della relazione annuale dell’Antitrust il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani: «Cerchiamo di fare in modo che le aziende italiane rimangano in mano italiana. Nel quadro di una legislazione europea, il governo non può però mettersi contro gli accordi tra aziende europee». 

L’agenzia di rating Standard & Poor’s, a fine giugno, ha posto sotto osservazione il giudizio sulla società (BBB sul lungo e A-2 sul breve termine) presieduta da Giuliano Zuccoli. «Le potenziali implicazioni sul rating di un cambiamento nella proprietà e nella struttura della governance» e «le difficili condizioni nel mercato del gas midstream potrebbero generare minore profittabilità e flussi di cassa sul medio termine». Come si legge sulla nota, l’agenzia di rating newyorkese si concentra su Delmi, il veicolo d’investimento partecipato al 51% da A2a (Iren, che nei giorni scorsi si è lamentata di essere stata esclusa dalla trattativa, è al 15%), che detiene, pariteticamente ai francesi di Edf, il 50% delle quote di Transalpina di energia. La quale, a sua volta, possiede il 61,2% di Edison (gli altri azionisti rilevanti sono Edf con il 19,4%, e Carlo Tassara al 10%). Un giro molto complicato. Per S&P, qualora Edf ne acquisisse il «controllo manageriale», la qualità di Edison come emittente si rinforzerebbe, e dunque il rating verrebbe equiparato al colosso pubblico francese. 

Dal punto di vista finanziario, tuttavia, il vulnus di Foro Bonaparte è riassumibile in due parole: “take or pay”. Ovvero la clausola che nei contratti di acquisto di gas naturale in base alla quale l’acquirente è obbligato a corrispondere il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto anche in caso di mancato ritiro. Come si evince dal bilancio relativo al primo trimestre 2011, a fronte di debiti in leggero calo rispetto alla chiusura del 2010 (4,1 miliardi di euro), il margine operativo lordo è scivolato a meno 43% sul 2010 (a 178 milioni di euro). Volendo fare un confronto, anche l’utility lombarda ha un indebitamento simile, intorno ai 4 miliardi, ma un margine operativo lordo al primo trimestre 2011 a 278 milioni di euro. 

Le penalità derivanti dalle clausole “take or pay” di Edison hanno pesato per 66 milioni di euro nel 2010, 153 milioni anticipati e iscritti come attività (bilancio 2011) in quanto si prevede la loro «piena recuperabilità nell’arco della durata residua dei contratti», e altri 74 milioni di euro per importi ancora da liquidare alle controparti. Non solo. C’è un altro dato che fa comprendere con chiarezza la reale esposizione sul gas: su 16 miliardi di metri cubi di gas gestito (import più produzione) l’anno, pari a poco meno del 20% del fabbisogno italiano, 14 miliardi sono legati a contratti take or pay (circa 2 mld dalla Russia, 4 dalla Libia, 2 dall’Algeria, 1 dalla Norvegia e 6 dal Qatar). Di questi, gli unici contratti finora rinegoziati sono stati quelli con Russia e Norvegia. 

Il rischio della formula “take or pay” sta nel fatto che i contratti sono indicizzati al prezzo del petrolio. Ciò significa che, quando il prezzo del gas spot è basso – soprattutto per via della diminuzione dell’import americano in seguito allo sviluppo della tecnologia di estrazione dello shale gas – le società comprano caro e rivendono sottocosto. Con un impatto negativo sui margini. Tuttavia, il niet al nucleare italiano sancito dal referendum potrebbe rendere Edison decisamente appetibile. Come ha scritto un mese fa il Wall Street Journal: «La dipendenza italiana dal costoso gas algerino e russo sarebbe meno preoccupante se il Paese fosse connesso meglio con il resto d’Europa». 

Sfumato in un primo momento, e poi ritornato in auge il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti, che nelle scorse settimane aveva confermato a Linkiesta di non essere più della partita, ora «Si tratta di fare in modo che la tutela di un patrimonio industriale italiano, come è anche Edison, giochi una partita che rimanga all’interno del nostro Paese», sottolineava il ministro Romani. La moneta di scambio si chiama Edipower, società idroelettrica controllata al 50% da Edison e al 20% da A2a, che ha chiuso il 2011 con un mol a 411 milioni di euro (utile netto a 44,9 milioni), un debito di 1 miliardo, ma ha distribuito 42 milioni di euro di dividendi. 

Fonti interne a Foro Bonaparte vedono dunque possibileun accordo con i francesi di Edf entro l’estate. Anche perché, a lasciar scadere i patti parasociali, come recita una clausola dei patti stessi, «si procederà alla vendita dei beni della stessa mediante una procedura di asta privata». Da qui l’ipotesi, circolata sulla stampa qualche mese fa, di una cordata in stile Alitalia. Sembra escluso anche il fondo infrastrutturale F2i, guidato da Vito Gamberale, più orientato a reti dai ritorni regolati e meno esposti di Edison ai rischi di mercato.

Nell’ipotesi asta, secondo un report di Banca Leonardo, in pole position ci sarebbe Transalpina di Energia (il cui debito passerebbe da 1,2 a 2,4 miliardi di euro), che valorizzerebbe Foro Bonaparte a 1,1 euro per azione. Uno scenario che gli esperti definiscono “win-win”. In primis per la holding superindebitata (e superfinanziata) Carlo Tassara, che dalla cessione del suo 10,025% in Edison, iscritto a bilancio a 1,16 euro per azione (livello che il titolo non tocca dall’ottobre 2009), potrebbe guadagnare un po’ di ossigeno finanziario. Il 20% di Edipower in mano ad A2a viene valutato 220 milioni di euro, mentre il 15,6% indiretto in Edison vale 572 milioni. Il 10% di Edipower detenuto da Iren invece si stima a 110 milioni di euro, il 6,045% in Edison circa 120 milioni.

Sebbene sia piuttosto difficile districarsi tra queste partecipazioni incrociate,non è un mistero che A2a – la sua partecipazione in Edison a libro vale 1,4 euro per azione – voglia posizionarsi su business regolamentati, e le centrali idroelettriche di Edipower fanno gola e potrebbero essere una succulenta moneta di scambio per l’uscita. A complicare le cose, però, ci sarebbe una opzione put (grazie alla quale il possessore gode del diritto, ma non dell’obbligo, di vendere un pacchetto azionario a un determinato prezzo e nell’arco di un periodo di tempo definito) che Edf vanterebbe nei confronti di A2a, da esercitare nell’arco di tre anni, al prezzo di 1,4 euro per azione. Un aspetto cruciale dell’operazione, ma ancora tutto da definire.

Per TdE, dunque, potrebbe profilarsi un salto nel passato di sei anni, per completare l’opera. Il 16 settembre 2005, infatti, la società acquisiva da Italenergia Bis il 63,3% del capitale di Edison, a 1,55 euro per azione per un esborso di 4 miliardi di euro. Da parte francese, in un articolo apparso sul Nouvel Observateour, lo scorso 23 maggio, alcuni analisti valutavano positivamente l’acquisto di Edison in quanto, vista la decisione dell’azionista di maggioranza – il Governo transalpino – di limitare gli aumenti delle tariffe elettriche, è necessaria una compensazione sul fronte delle rinnovabili e del gas naturale.

Secondo i dati dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, Edison è il secondo importatore di gas naturale italiano dopo il Cane a sei zampe, con il 14% delle quote di mercato, ed è anche il secondo produttore, sempre dietro a Eni, con l’8% del mercato domestico. Rimane infine la questione Opa. Una dossier sul quale i legali di Edf (Clifford Chance) e di A2a (Bonelli Erede e Pappalardo e Cleary Gottlieb) stanno ancora lavorando. Secondo quanto risulta a Linkiesta, nessun quesito formale è stato ancora depositato in Consob.  

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