Editoriale

Editoria: 120 milioni nostri, per i giornali vostri

Centoventi milioni di euro finanzieranno il fondo per l’editoria. Dovevano essere 47 milioni, ma pre

La notizia ormai è nota. Il fondo per l’editoria sarà rifinanziato, nuovamente e pesantemente. Doveva scendere a 47 milioni, e invece - grazie all’intervento del sottosegretario Peluffo e alla discreta moral suasion del Colle - sarà di 120 milioni. Tanti soldi, che sembrano tantissimi se pensiamo che sono soldi nostri. Quei 120 milioni diventano poi un peso davvero inaccettabile se si pensa che potevano e dovevano servire per alleggerire il carico fiscale sui lavoratori, le famiglie, le imprese e i consumatori quanto mai depressi.

E invece così non è stato, così non sarà.  Quei 120 milioni andranno ancora a finanziare i giornali, anche quelli di partito e a poco vale la rassicurazione che, questa volta, non basterà la tiratura ma bisognerà certificare i dati di vendita. Vale a poco perché la questione di principio resta: quei soldi, promessi alla causa del pluralismo informativo, aiuteranno in realtà un’industria che continuerà a rinviare ciò di cui ha bisogno, vale a dire una seria cura di ristrutturazione che prenda sul serio che gli scenari sono definitivamente cambiati.

Per essere chiari, noi de Linkiesta.it non vogliamo una lira dallo stato, lo abbiamo scritto nello statuto e i nostri “competitor” non sono quelli che vanno tutti i giorni in edicola, nemmeno se hanno una versione online particolarmente bella e funzionante. Non abbiamo interessi di parte, in questa battaglia, ma solo vorremmo rappresentare interessi diffusi che riguardano tutti i cittadini. Vorremmo discutere di principi che ci paiono razionali e condivisibili, in un momento di prolungata crisi, di fabbriche che chiudono e di imprese che non riescono a ripartire spesso anche a causa della burocrazia e del fisco. 

Non capiamo, né mai capiremo, perché sia interesse dei cittadini contribuenti che parte di quanto producono sia destinata a giornali che dichiarano di stare sul mercato, che tutte le mattine arrivano (o dovrebbero arrivare) in edicola. Il “non interesse” è particolarmente evidente quando ci si trova davanti a giornali che vendono poche migliaia (o centinaia) di copie, che aggregano attorno a sé piccole (o microscopiche) comunità di lettori, che diffondono idee magari bellissime ma che non possono essere protette coi soldi di tutti come si trattasse di specie in via di estinzione fondamentali per l’ecosistema. Non si capisce perché, poi, questi fondi vadano sempre a beneficio di chi già esiste e molto difficilmente a sostegno di nuove realtà editoriali: magari anche online che ritengano di farvi ricorso. 

Discorso non dissimile, per la verità, vale anche per le grandi corazzate dell’informazione, per i giornali che ogni giorno vendono centinaia di migliaia di copie. Anche loro sono finanziati direttamente godendo di diversi contributi diretti e di una fiscalità vantaggiosa. Perché ne hanno bisogno, visto che vendono? Perché negli anni hanno accumulato strutture mastodontiche che i cambiamenti della tecnologia o del clima culturale hanno reso insostenibili. O perché, fin da prima, hanno largheggiato in assunzioni e remunerazioni che, senza che pagasse Pantalone, non sarebbero state immaginabili.

E così, nell’epoca del rigore obbligato e di quello tante volte mostrato dal governo di Mario Monti, ci troviamo alla fine a commentare la decisione di uno stato, di un esecutivo, che consente di rinviare l’appuntamento col rigore (anche doloroso, naturalmente) che serve per prendere sul serio la realtà. E la realtà è quella di un’industria fortemente sovradimensionata rispetto alla sua capacità di mercato. Di un’industria che per stare sul mercato ha bisogno di ridimensionare i suoi numeri e di prendere sul serio quel luogo di informazione che si chiama Internet. 

Qualcuno, arrivati a questo punto, dice sempre che “il mercato” non basterà mai a sostenere i giornali. Non è vero, l’esempio de Il Fatto Quotidiano (ma anche quello della prima stagione di Libero) dimostra che stare sul mercato si può, col coraggio delle proprie idee e la forza delle proprie notizie. Altri obiettano che, col solo mercato, muore il pluralismo, e resteranno solo le testate capaci, in qualche modo, di non ribellarsi ai pensieri dominanti, o forti di un brand ereditato dal passato.

A questo argomento si potrebbe rispondere in molti modi. Ma ci fermiamo a una domanda. Che pluralismo garantisce chi, di anno in anno, deve contrattare col potere politico una “donazione” che pareggi i bilanci, o con quello economico inserzioni pubblicitarie fuori mercato? Domani, sui giornali finanziati dai nostri soldi, cercheremo con attenzione la risposta. 

Comments

sandro's picture
Inviato da: sandro
5 March 2012 - 18:24

Il manifesto è la STORIA a voi dell'inkiesta non vi fila nessuno. SFIGATI SIETE E SFIGATI RESTERETE

w il manifesto

Charly's picture
Inviato da: Charly
6 March 2012 - 01:00

Saranno anche sfigati, ma almeno lo sono con le loro forze. Qualcun altro lo è a pagamento.

Paolo's picture
Inviato da: Paolo
4 March 2012 - 17:01

Che credibilità ha un giornale che vive con la pubblicità o grazie agli investimenti di qualcuno?
Tratterà solo argomenti per i curiosi (cioè stupidaggini). Gli argomenti importanti li tratterà in maniera sensazionalistica e provocatoria per attirare i curiosi e non per fare informazione.

Chi riceve delle sovvenzioni dallo Stato non ha la necessità di attirare i curiosi, ma solo di informare. Sarà un'informazione di parte? Ok, ma ci saranno 10 o 100 giornali che mostrando una parte differente l'una dall'altra creeranno il famoso pluralismo.

Invece, i giornali che vivono di donazioni dei privati, di pubblicità e di investimenti non servono ad informare le persone, ma solo a realizzare un profitto.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
5 March 2012 - 00:15

Ottima risposta, complimenti !

brain's picture
Inviato da: brain
4 March 2012 - 11:47

Credo si stia concretizzando il pericolo di confondere l'uso errato e indiscriminato che si fa di un giusto principio con l'erroneità del principio stesso. L'idea secondo la quale il mercato è il giudice unico naturale della qualità di un "prodotto" e del suo merito di sopravvivenza è un'idea di stampo neoliberista che non ci si troverebbe a condividere se non perché esasperati da una situazione poco tollerabile, questo spreco di soldi (spesso) male indirizzati.

Ma l'informazione dovrebbe essere trattata alla stregua della sanità o dei trasporti pubblici, non come un iPhone o un orologio D&G. Non se ne può lasciare il destino e la sopravvivenza in mano al solo mercato, abbiamo visto bene quali sono i difetti di un mercato dell'informazione in balia di sé stesso e di pochi interessi privati e politici.

L'indignazione potrebbe essere meglio indirizzata verso una richiesta di riformulazione di questi strumenti, piuttosto che in un pensiero dal retrogusto moralistico e proibizionistico che ne desidera l'abolizione.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
5 March 2012 - 00:13

mi sembra un ottima risposta! complimenti

ifix's picture
Inviato da: ifix
3 March 2012 - 16:30

"Ve la immaginereste la Fiat che concederebbe a Liberazione una pubblicità dopo tutte le cose scritte contro Marchionne?"

ma che lingua è?!

franco's picture
Inviato da: franco
3 March 2012 - 16:18

E io mica avevo capito che nella costituzione c'era scritto che dovevo finanziare Libero e Rifondazione... Mo' vado a rileggerla bene bene, puo' essere che trovo una lettura che dice che va sostenuto anche il mio circolo a difesa della pigrizia e dell'indolenza (siamo gli unici a difendere pigrizia e indolenza nel panorama dei pensatoi italiani). Mercato - misurarsi col mercato, se si e' capaci si puo' vendere bene proprio perche' si e' voce fuori dal coro, in questo Il Fatto insegna. Salute

toninobucci's picture
Inviato da: toninobucci
3 March 2012 - 13:19

Salve a tutt*,
Sono un giornalista di Liberazione o, forse, dovrei dire un ex giornalista. Già, perché dal 31 dicembre dello scorso anno il quotidiano é stato costretto a sospendere le pubblicazioni in edicola per la gravissima crisi di liquidità che si è prodotta a seguito del taglio dei finanziamenti. Per la precisione stiamo parlando dei contributi da erogare a copertura del 2011, quindi di soldi già spesi. Ora, nel riportare la notizia del rifinanziamento del fondo per l'editoria bisognerebbe precisare anche che i 120 milioni di cui si parla corrispondono al settanta per cento, più o meno, della somma complessiva destinata al settore rispetto a quella erogata per il 2010 (la quale, a sua volta, era stata già ridotta).
Ma veniamo al merito della questione. Perché i cittadini dovrebbero ritenere proprio interesse che (alcuni) giornali ottengano un contributo dallo Stato? Perché sta scritto in un testo che si chiama Costituzione della Repubblica italiana, si potrebbe rispondere in breve. La libertà e il pluralismo non sono due slogan da recitare la domenica, salvo continuare gli altri giorni come se niente fosse. La libertà (quella dichiarata nelll'articolo 21) non è solo un principio da enunciare. Va messo in pratica, realizzato, costruito nei fatti. Altrimenti principi e realtà saranno sempre due mondi separati (un alibi per l'ipocrisia). Ora, chiedo a tutti, che pluralismo può mai essere un regime editoriale in cui soltanto i giornali o le televisioni appartenenti a grandi gruppi economici possono permettersi di coprire le immense spese per andare nelle edicole (o, a seconda dei casi, nell'etere? Perché facciamo finta di ignorare che la stragrande maggioranza di giornali esistenti in Italia sono di proprietà dellla Fiat, di Berlusconi, di imprenditori alla De Benedetti, di Confindustria, del Vaticano, della famiglia Berlusconi, di Mediobanca e dei salotti del capitalismo italiano? Sappiamo o no che oggi tutti questi giornali vivono, oltre che in grazia della consistenza patrimoniale dei loro proprietari, soprattutto di pubblicità (i ricavi delle vendite sono una voce minore)? Si sostiene che i finanziamenti pubblici andrebbero eliminati poiché i giornali dovrebbero camminare sulle proprie gambe nel mercato. Ma che gioco è quello in cui solo i grandi hanno accesso alla pubblicità e gli altri no? Un gioco truccato, simile a quello tra due pugili dei quali l'uno costretto a battersi con le mani legate dietro alla schiena. Ve la immaginereste la Fiat che concederebbe a Liberazione una pubblicità dopo tutte le cose scritte contro Marchionne? Come possono sopravvivere quei giornali che a seguito delle loro idee liberamente espresse non otterranno mai pubblicità? Giocoforza, in edicola rimarranno (tendenzialmente) solo testate omologate agli interessi dominanti. Da tutto ciò, dovrebbe esssere chiaro perché il pluralismo sia un diritto del cittadino. È un diritto essere informati nella maniera più variegata e sentire più voci possibili per il motivo che dall'accesso all'informazione dipendono le opinioni e le scelte che compiano intorno ai temi rilevanti per la collettività.
Secondo, un'altra opinione corrente è che attraverso i finanziamenti lo Stato otterrebbe una maggiore acquiescenza e malleabilità nei confronti del potere da parte dei giornali. Una falsità! Chiunque abbia davvero sfogliato, almeno per una volta nella vita, fosse stato anche solo per sbaglio, una pagina di Liberazione (ebbene sì, giornale di partito, di Rifondazione comunista) o del manifesto, avrà avuto modo di rendersi conto di quanto falsa possa essere una tesi del genere. Solo per citare un caso eclatante, al centro delle cronache di queste giorni, i due suddetti giornali hanno sempre assunto posizioni contrarie sul Tav e sono state tra le pochissime voci in dissenso rispetto al coro bipartisan e al gruppo di interessi che dall'alta velocità trae guadagni. Dove diavolo starebbe la subalternità al potere? E potrei continuare a fare decine di altri esempi, dalla Fiat di Marchionne alle spese militari, dai referendum sull'acqua e il nucleare all'articolo 18. Provate a vedere quali sono le posizioni dei giornali dei grandi gruppi economici su questi temi. Bene, da oggi, senza quotidiani come Liberazione e il manifesto, sul Tav leggeremo soltanto quel che scrivono Repubblica, il Corriere e il Giornale. Davvero un bel pluralismo! So bene che al di fuori del mainstream e in rete ci sono altre voci. Ma quanto conta, quanto è visibile, quanto è determinante nella formazione dell'opinione pubblica il lavoro apprezzabilissimo di realtà come Linkiesta (cui va tutta la mia stima)? Molto poco. Poi, certo, la crisi dell'editoria oggi è un fenomeno molto più complesso. Cambiano i consumi culturali, i modi di leggere, cambia persino il lavoro giornalistico, il modo di produrre informazione (si veda il caso Twitter). Ma non può essere un alibi per sottovalutare l'importanza di un sostegno pubblico al pluralismo (disciplinato, su questo non ci piove, da regole e requisiti ferrei, da un codice morale, dal momento che si tratta di soldi pubblici, soldi nostri).

sarah's picture
Inviato da: sarah
5 March 2012 - 13:33

Caro Collega, sono una reporter freelance tedesca ed ho abitato Italia per molto tempo, lavorato per agenzia stampa internazionale indipendente senza soldi legge vostra editoria. La situazione: giornali prendono soldi anche pubblicità con agenzie note, soldi contributi diretti di altre forme e sai anche tu. Parliamo di notizie vere ?
Giornali di partito cosa serve ed a chi ? Forse Italiani ricevono questi giornali per fare loro formazione/informazione politica ? Quotidiani prende soldi anche con dentro un politico redazione? Tu imprenditore non società sei escluso da contributo editoria legge...perché ? Solo giornale carta in edicola diritto avere soldi ? Italiani sceglie liberamente sostenere quali giornali ? Italiani oggi sapere quali giornali licenziare o pagare 2 o 3 euro articolo giornalisti freelance ? La vostra Federazione Stampa sostenere indipendenti stampa, anche su Internet?
Tu parla di Twitter, colosso piattaforma che porgere lavoro a molte persone nel mondo. Quale futuro c'è per giovani giornalisti italiani ? Dimentica forse battaglia di pubblicisti che hanno lavoro giornalismo Italia ? Una master Italia costa 12mila euro o molto più soldi, per non avere certezza lavoro editoria. Soldi italiani spendono per giornali che leggono poco ?
Governo regala abbonamenti a italiani di giornali che prendono soldi da vendita edicola, vantaggi fiscale e tanti soldi di pubblicità ? Alternativa: Governo Italia togliere da lista quelli giornali che non bisogno avere soldi?
Tu sai, risponde, perché editori no investono in contratti giornalisti, se quelli prende soldi legge editoria?
Sistema tutto questo non va bene...parla molto, ma chi poi ha problema rimane. Imprenditori, società collegate fra loro, con agenzia pubblicità non sei tu inserito in loro lista, tu indipendente non hai i soldi per continuare informazione. Tu prenda poi media on line, lui merito esistere se imprenditori non politica di colore...perché imprenditori oggi se politica colore non media on line esistere italia. Scusa me se non italiano perfetto. No offesa spero alcuno. Cordiala saluti.

Albion's picture
Inviato da: Albion
4 March 2012 - 11:09

Caro giornalista di liberazione

Forse sei in crisi perché nessuno compra il tuo giornale. Il compito dello stato non è quello di far si che il tuo giornale, che esprime un interesse di parte, sia pubblicato. Il compito dello stato è quello di far si che si possa pubblicare. Due cose completamente diverse. La libertà di stampa non è la libertà di avere i soldi dallo stato per poter stampare. Ma è la possibilità di andare in tipografia e farsi stampare x copie. In Italia, grazie all'ordine, questo non è possibile in quanto il direttore deve essere iscritto all'albo.
La domanda veramente che voi di liberazione dovreste farvi è un'altra. Non perché lo stato non manda i soldi ma perché nessuno compra il vostro giornale nonostante le "coraggiose" battaglie contro la fiat. Io, come risposta, azzarderi il "nessuno frega niente delle nostre battaglie coraggiose" oppure "la gente non condivide le nostre coraggiose battaglie".

smaruzzi's picture
Inviato da: smaruzzi
3 March 2012 - 15:32

Comprensibile punto di vista, ma distorto all'origine. Si basa sul presupposto che il pluralismo debba essere finanaziato da tutti, concetto molto particolare e tipico di un paese come il nostro. Negli USA esiste NPR che offre un servizio informativo di qualità e per sostenersi si rivolge anche ai cittadini richiedendo donazioni.

Il punto reale è che queste iniziative editoriali sono totalmente fallimentari da un punto di vista economico e ci si nasconde dietro la scusa del pluralismo per cercare di far sopravvivere prodotti che interessano forse solo a chi li produce visto che non raccolgono audience, se non micro nicchie. E sostenere la tesi del pluralismo in un'era tecnologica dove chiunque può diventare un editore in poche ore è un'ulteriore nonsense totale. 

toninobucci's picture
Inviato da: toninobucci
3 March 2012 - 13:17

Salve a tutt*,
Sono un giornalista di Liberazione o, forse, dovrei dire un ex giornalista. Già, perché dal 31 dicembre dello scorso anno il quotidiano é stato costretto a sospendere le pubblicazioni in edicola per la gravissima crisi di liquidità che si è prodotta a seguito del taglio dei finanziamenti. Per la precisione stiamo parlando dei contributi da erogare a copertura del 2011, quindi di soldi già spesi. Ora, nel riportare la notizia del rifinanziamento del fondo per l'editoria bisognerebbe precisare anche che i 120 milioni di cui si parla corrispondono al settanta per cento, più o meno, della somma complessiva destinata al settore rispetto a quella erogata per il 2010 (la quale, a sua volta, era stata già ridotta).
Ma veniamo al merito della questione. Perché i cittadini dovrebbero ritenere proprio interesse che (alcuni) giornali ottengano un contributo dallo Stato? Perché sta scritto in un testo che si chiama Costituzione della Repubblica italiana, si potrebbe rispondere in breve. La libertà e il pluralismo non sono due slogan da recitare la domenica, salvo continuare gli altri giorni come se niente fosse. La libertà (quella dichiarata nelll'articolo 21) non è solo un principio da enunciare. Va messo in pratica, realizzato, costruito nei fatti. Altrimenti principi e realtà saranno sempre due mondi separati (un alibi per l'ipocrisia). Ora, chiedo a tutti, che pluralismo può mai essere un regime editoriale in cui soltanto i giornali o le televisioni appartenenti a grandi gruppi economici possono permettersi di coprire le immense spese per andare nelle edicole (o, a seconda dei casi, nell'etere? Perché facciamo finta di ignorare che la stragrande maggioranza di giornali esistenti in Italia sono di proprietà dellla Fiat, di Berlusconi, di imprenditori alla De Benedetti, di Confindustria, del Vaticano, della famiglia Berlusconi, di Mediobanca e dei salotti del capitalismo italiano? Sappiamo o no che oggi tutti questi giornali vivono, oltre che in grazia della consistenza patrimoniale dei loro proprietari, soprattutto di pubblicità (i ricavi delle vendite sono una voce minore)? Si sostiene che i finanziamenti pubblici andrebbero eliminati poiché i giornali dovrebbero camminare sulle proprie gambe nel mercato. Ma che gioco è quello in cui solo i grandi hanno accesso alla pubblicità e gli altri no? Un gioco truccato, simile a quello tra due pugili dei quali l'uno costretto a battersi con le mani legate dietro alla schiena. Ve la immaginereste la Fiat che concederebbe a Liberazione una pubblicità dopo tutte le cose scritte contro Marchionne? Come possono sopravvivere quei giornali che a seguito delle loro idee liberamente espresse non otterranno mai pubblicità? Giocoforza, in edicola rimarranno (tendenzialmente) solo testate omologate agli interessi dominanti. Da tutto ciò, dovrebbe esssere chiaro perché il pluralismo sia un diritto del cittadino. È un diritto essere informati nella maniera più variegata e sentire più voci possibili per il motivo che dall'accesso all'informazione dipendono le opinioni e le scelte che compiano intorno ai temi rilevanti per la collettività.
Secondo, un'altra opinione corrente è che attraverso i finanziamenti lo Stato otterrebbe una maggiore acquiescenza e malleabilità nei confronti del potere da parte dei giornali. Una falsità! Chiunque abbia davvero sfogliato, almeno per una volta nella vita, fosse stato anche solo per sbaglio, una pagina di Liberazione (ebbene sì, giornale di partito, di Rifondazione comunista) o del manifesto, avrà avuto modo di rendersi conto di quanto falsa possa essere una tesi del genere. Solo per citare un caso eclatante, al centro delle cronache di queste giorni, i due suddetti giornali hanno sempre assunto posizioni contrarie sul Tav e sono state tra le pochissime voci in dissenso rispetto al coro bipartisan e al gruppo di interessi che dall'alta velocità trae guadagni. Dove diavolo starebbe la subalternità al potere? E potrei continuare a fare decine di altri esempi, dalla Fiat di Marchionne alle spese militari, dai referendum sull'acqua e il nucleare all'articolo 18. Provate a vedere quali sono le posizioni dei giornali dei grandi gruppi economici su questi temi. Bene, da oggi, senza quotidiani come Liberazione e il manifesto, sul Tav leggeremo soltanto quel che scrivono Repubblica, il Corriere e il Giornale. Davvero un bel pluralismo! So bene che al di fuori del mainstream e in rete ci sono altre voci. Ma quanto conta, quanto è visibile, quanto è determinante nella formazione dell'opinione pubblica il lavoro apprezzabilissimo di realtà come Linkiesta (cui va tutta la mia stima)? Molto poco. Poi, certo, la crisi dell'editoria oggi è un fenomeno molto più complesso. Cambiano i consumi culturali, i modi di leggere, cambia persino il lavoro giornalistico, il modo di produrre informazione (si veda il caso Twitter). Ma non può essere un alibi per sottovalutare l'importanza di un sostegno pubblico al pluralismo (disciplinato, su questo non ci piove, da regole e requisiti ferrei, da un codice morale, dal momento che si tratta di soldi pubblici, soldi nostri).

enrico's picture
Inviato da: enrico
3 March 2012 - 16:26

caro giornalista di liberazione, evidentemente ti sfugge che la libertà di fare informazione non corrisponde ad un mio obbligo di comprare il tuo prodotto, che il mio lavoro e quello che ho guadagnato non sono a tua disposizione indipendentemente dal fatto che io sia o meno interessato a quello che proponi, che chi produce è soggetto alla signoria di chi compra, che il rispetto della libertà di valutazione dell'acquirente è il principio senza il quale non esiste nessuna libertà.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
3 March 2012 - 13:05

" Domani, sui giornali finanziati dai nostri soldi, cercheremo con attenzione la risposta".

Risposta che non troverete. O meglio, che non troveremo. Anche perché c'è già e da un bel pezzo, ed è sempre quella: la subalternità del giornalismo "finanziato" (con i nostri soldi) rispetti la politica e i grandi poteri imprenditoriali e finanziari. La Fiat è andata a sbattere come è andata a sbattere anche a causa della subalternità di tutti i giornali rispetto quella che era il più grande inserzionista pubblicitario d'Italia, cioè l'impresa che spendeva più di tutti in inserzioni pubblicitarie. Generosamente elargite a chi applaudiva e negate a chi osava criticare. La Fiat ha fatto scuola....

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
3 March 2012 - 12:52

Egregio direttore, in merito a questo suo post ed al peloso e complesso tema da lei affrontato, mi permetto di segnalarle questa mia proposta alternativa. La trova al seguente link, sul blog di you-ng.it; portale d'informazione indipendente che, nato solo un mese fa, ha già grandi numeri (600.000 visitatori e 760.000 pagine viste) e buona diffusione.
Spero avrà modo di leggere il mio post e, soprattutto, di dirmi la sua. Sarei onorato, infatti, se potessimo portare avanti questa battaglia insieme.
Cordiali saluti
Germano Milite

http://tinyurl.com/editoria

pha's picture
Inviato da: pha
3 March 2012 - 11:45

e manca completamente il discorso di internet: questi pseudogiornali potrebbero trasferirsi esclusivamente in rete, che ha costi cento volte inferiori a quelli ormai obsoleti e insostenibili della carta stampata. Ma come al solito gli apparati statali e gli illuminati direttori responsabili ci arriveranno, forse, tra 10 anni.

Sergio's picture
Inviato da: Sergio
3 March 2012 - 11:44

Se tutti pagano le tasse, le tasse sovvenzionano tutti i parassiti, nessuno escluso.

Alfredo's picture
Inviato da: Alfredo
3 March 2012 - 10:41

Teniamoduro Jacopo, perche' alla lunga venceremos. Ci vorrà più tempo per far quadrare i conti, ma a vincere sarà la stampa libera. I 120 sono gettati nel pozzo, il che' comunque stupisce in tempi di austerità.

Adriano's picture
Inviato da: Adriano
3 March 2012 - 08:27

Ecco un primo impiego dei "risparmi" sugli F35.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
3 March 2012 - 02:41

Il denaro è potere, da sempre. E se i signori politici non elargiscono denari alle loro lobby, ai loro clientes e ai loro affiliati, perderebbero tutto il loro potere e non varrebbero nulla. L'Italia è un paese veramente misero e squallido.

carlomaria's picture
Inviato da: carlomaria
3 March 2012 - 10:35

Caro Direttore,
e' molto semplice! La "donazione" garantisce al potere politico di ottenere un'informazione che sia a sua immagine e somiglianza. E' una tangente da parte dello Stato che i giornali (grandi e piccoli) accettano molto volentieri. Una volta incassata questa lauta stecca le Direzioni delle testate adeguano le loro linee editoriali alle necessita e ai bisogni dei "donatori". Che fine fa il vero giornalismo? Va a farsi friggere! Chiaramente tutto questo non avviene nel caso de Linkiesta e di altre rarissime realtà indipendenti che non sono imbavagliate alla propria scrivania.
Complimenti per il lavoro sincero e pulito che offrite a noi lettori quotidianamente.
Cordiali saluti

FabGalluzzi's picture
Inviato da: FabGalluzzi
3 March 2012 - 01:46

Sarebbe molto interessante analizzare quante "grandi iniziative editoriali" sono sorte ultimamente, dalla letteratura di ogni genere e tipo, alle collane varie, enciclopedie, dischi classici e moderni, allegate a quotidiani e settimanali. E quanto ciascuna ha poi venduto, in edicola mi dicono che se ne vendono ben poche.
E stanno li un po', poi spariscono perche' non interessano nessuno.
Non ho dati, ma a occhio, l'operazione e' quella di lanciare il prodotto, fare uscire qualche copia per prendere il contributo, poi spegnere o quasi il tutto per passare al successivo.
Oltretutto, la pubblicita' per il lancio e' una spesa infragruppo.
Con l'aumento dei contributi, poi, e' tutto grasso che cola...

smaruzzi's picture
Inviato da: smaruzzi
3 March 2012 - 00:43

€120M sono un mucchio di soldi, veramente tanti soldi: letteralmente sprecati concettualmente e in termini pratici. Inaccettabile e inammissibile. Un'altra manifestazione della pochezza italica.

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