Opinione di Fabrizio Goria

Lo spread è il termometro, le riforme la cura che ci serve

Spread oltre 500 punti base, rendimenti dei Btp oltre il 6%, Piazza affari che perde circa il 4,5 pe

Spread oltre 500 punti base, rendimenti dei Btp oltre il 6%, Piazza affari che perde oltre il 4,5 per cento. L’Italia sembra essere tornata nella spirale più nera della sua crisi. O, forse, non ci è mai uscita. Nonostante i tentativi nelle misure di contenimento della spesa pubblica, Roma è ancora sotto i riflettori. L’epicentro questa volta è la Spagna, ma non solo. La crisi di Madrid, come quella dell’Italia, è solo un segnale. Il timore è che ormai gli investitori stiano cominciando a trattare l’eurozona come la più grande bolla finanziaria mai nata.

Le bolle sono sempre esistite. Ogni tanto, in base ad aspettative molto spesso irrazionali, accade che un preciso asset si apprezza a tal punto che salta il banco. Gli investitori si rendono conto che ciò che hanno fra le mani è sopravvalutato e iniziano a vendere. Così è stato per i tulipani nel 1.600, quando un bulbo valeva anche 100.000 fiorini, mentre una tonnellata di burro costava un centinaio di fiorini. Così è stato per le azioni delle società legate a internet intorno agli anni Duemila. E così è stato anche per l’eurozona.

Il progetto originario di una moneta unica per i Paesi dell’Unione europea non è nato dal nulla. A forza di annessioni politiche, si è giunti a questa struttura. Poi, si è cercato di unire quanto più possibile dal punto di vista economico.

Infine, è arrivata la crisi del mercato immobiliare statunitense, che ha aperto la voragine legata ai mutui subprime. Un’Europa già indebolita dai semi di una crisi tanto effimera quanto profonda è stata investita da una tempesta di proporzioni epiche. La debolezza strutturale della zona euro era sotto gli occhi di tutti. Un sistema monetario in assenza di un sistema economico e politico altrettanto forte è destinato a disgregarsi. L’esempio di ciò si è avuto nel luglio di dodici mesi fa, quando fu iniziato il default controllato della Grecia. Un anno fa, il Consiglio europeo decideva di adottare il Private sector involvement (Psi), cioè la partecipazione dei creditori privati nella ristrutturazione del debito greco. Una misura pesante, onerosa, controversa e con effetti particolari, dato che nonostante l’haircut subito da banche e investitori, il debito pubblico ellenico rimane oltre i limiti imposti dal nuovo patto di stabilità europeo, il Fiscal compact.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel, se vuole essere rieletta nella voto dell’autunno del 2013, non può permettersi scivoloni. La richiesta dei Paesi meno virtuosi è quella di una mutualizzazione del debito. In altre parole, gli eurobond. Risolvere un problema (non certo l’unico, sia chiaro) con il problema stesso. Ma il concetto secondo cui debito scaccia debito non ha senso. Anzi. L’eurobond sarebbe solo un trasferimento dei rischi. E questo non può più avvenire.

Gli errori che si sono fatti con il Trattato di Maastricht si stanno ripetendo con il Fiscal compact. I due principali parametri di controllo dei conti pubblici (deficit al 3% del Pil, debito al 60% del Pil), dopo essere stati infranti plurime volte durante la permanenza in vigore di Maastricht, sono già stati infranti con il nuovo assetto. La prima a farlo è stata la Spagna, che ha chiesto più tempo per il rientro del deficit. E via via, in una spirale legata al debito sovrano, altri Paesi, fra cui forse anche l’Italia, saranno destinati a fare lo stesso. La vigilanza della Commissione europea, che già ha assunto assai più poteri che in origine, può fare fino a un certo punto. Finché non ci sarà un bilancio unico europeo, ogni sforzo sarà vano.

Il tempo è quello che manca. Basti pensare che il fondo salva-Stati European stability mechanism (Esm), forte dei suoi 500 miliardi di euro di dotazione, doveva entrare in vigore nel luglio 2013 e invece è nato con un anno di anticipo. Infatti, è arrivata la fase peggiore della Grecia. Le continue bugie sui conti pubblici, il deficit che continuava ad aumentare, il lassismo nel portare avanti il piano di riforme strutturali che la troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Commissione Ue) ha chiesto al governo greco, l’immobilità politica, la corruzione e lo sperperio di denaro hanno costretto Bruxelles a correre. Se la ristrutturazione del debito greco, 206 miliardi di euro su 365 complessivi, è stata la più grande operazione di questo genere dai tempi del default dell’Argentina, il momento peggiore della crisi molto probabilmente deve ancora arrivare.

Spagna e Italia sono troppo grandi per essere salvate. Il fondo Esm non ha sufficienti risorse per garantire il rifinanziamento italiano e iberico nel caso questi due Paesi dovessero perdere l’accesso ai mercati obbligazionari. E non si può più contare sul predecessore dello Esm, lo European financial stability facility (Efsf), dato che i fondi per il bailout delle banche spagnole arriverà proprio dallo Efsf. E quindi?

E quindi non si possono che trovare delle soluzioni temporanee. È ciò che sta facendo la Bce. Prima con le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-Term refinancing operation, o Ltro), poi con il taglio del tasso di rifinanziamento, portato al minimo storico. Infine, con la sforbiciata al tasso d’interesse sui depositi overnight nel tentativo di defibrillare il sistema interbancario europeo, congelato per via della sfiducia degli operatori. Certo, come ha spiegato il presidente Mario Draghi, ci sono ancora spazi di manovra. Ma il processo che porta a una Bce sul modello della Federal Reserve americana, ovvero un sistema in cui la banca centrale è anche prestatore di ultima istanza, richiede modifiche ai trattati europei, nonché allo statuto della Bce stessa, che ha il solo mandato della salvaguardia della stabilità dei prezzi. Pensare che l’elettorato tedesco, che ha nel suo dna lo spettro di Weimar, possa accettare una rivoluzione del genere, è come pensare che possano essere accettati gli eurobond.

Non è questione di speculazione internazionale o di asse del male anglosassone. Chi pensa che dietro alla debolezza dell’eurozona ci sia un complotto mirato alla sua disgregazione non solo sbaglia, ma alimenta il problema di fondo. Il continuo scarico delle responsabilità foraggia la crisi, la nutre, la ingrandisce. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’economia, sa cosa è il vincolo di bilancio. Date le entrate e il prezzo dei beni, rappresenta quanto si può spendere senza dover andare in negativo.

Per spiegare cosa è successo all’eurozona si può pensare a una carta di credito. Se la mia carta ha un massimale mensile di 2.000 euro, il mio reddito è di 1.500 euro e le mie uscite mensili sono pari a 1.800 euro, è facile capire che il mio deficit viene infranto dopo pochi mesi. E la banca che mi ha garantito il fido, dopo il continuo sforamento del mio vincolo di bilancio, prima o poi chiederà indietro i soldi.

Negli ultimi vent’anni abbiamo coltivato i semi della più grande bolla possibile, passata inosservata. L’eurozona, in questa forma machiavellica e bizantina, era destinata a fallire. Troppe le disparità, troppi gli squilibri, troppi i rischi assunti. Se si pensa che l’unica entità che sta cercare di gestire i rischi attualmente presenti è la Banca centrale europea, si può comprendere quanto sia grave la situazione.

In un’eurozona senza certezza, l’unica sicurezza è che bisognerà fare di più. La Grecia doveva essere un caso «unico», come aveva sempre detto il predecessore di Mario Draghi alla Bce, Jean-Claude Trichet. Al salvataggio di Atene non dovevano seguirne altri. E invece sono arrivati quelli di Irlanda, Portogallo e Spagna, mascherato da sostegno finanziario alle banche. Eppure, come ha ripetuto anche pochi giorni fa il governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, «bisogna rompere il vincolo fra banche e Stati». Un’ idea espressa dallo stesso Draghi.

Non bastano, tuttavia, gli annunci. Questa crisi non si può risolvere con nuovi veicoli finanziari (come lo Esm) o con nuovi strumenti di condivisione del debito pubblico. Essendo una crisi strutturale, occorre che la soluzione vada all’origine della questione. I leader europei si stanno chiedendo se è possibile salvare l’euro. E sbagliano. Dovrebbero invece chiedersi se esiste un’alternativa alla moneta unica e in che modo è possibile intraprendere quella strada. Partendo dal presupposto che un collasso dell’euro avrebbe costi sociali, economici e politici inimmaginabili, occorre capire fino a che punto si può prendere tempo prima che l’inevitabile arrivi. Perché la via che porta alla disgregazione della moneta unica la abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. In che misura?

La disparità fra i rendimenti dei bond di Germania, Olanda e Francia e quelli di Italia, Spagna e il resto del Club Med devono far riflettere. Nei fatti, l’eurozona è già divisa in due tronconi ben precisi. Uno forte, uno debole. O, come aveva argomentato un’analisi di Goldman Sachs di un anno fa, è nato un euro nord e uno euro sud. Questo pensano gli investitori, che invece di guardare al breve periodo, osservano il lungo e sono disposti a ottenere tassi negativi su qualsiasi asset che non faccia parte della parte debole della zona euro. La frammentazione è iniziata ancora prima che la politica se ne accorgesse. E il timore è che, ancora una volta, i mercati finanziari possano aver anticipato ciò che la politica ancora non ammette.  

: Bolla / debito / Economia / europa / italia / spagna

Comments

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
22 July 2012 - 17:57

... un impressionante + 18.1% nel 1938 !
1938, 1938 .... 1938 ......
Non é che, per caso, il + 18% era dovuto al riarmo della Wermacht nazista ?
Alla faccia del "basato TOTALMENTE su INVESTIMENTI PRIVATI".

Aleppe's picture
Inviato da: Aleppe
21 July 2012 - 16:29

Letti articolo e commenti, avverto la necessità di qualche precisazione.

Partendo da lontano, chi parla di Keynes volendo paragonare l'attuale situazione a quella del 29, non ha la benchè minima idea di cosa sia realmente successo. Infatti, Keynes ebbe a fronteggiare la depressione del 1937, e non quella del 29, dato che tra lui ed il Presidente Roosevelt i rapporti furono tesi per diversi anni.

Il New Deal di Roosevelt non fu altro che la brutta copia americana del Wirtschaftslenkung (Tr: imprese private guidate) tedesco, che portò (quello sì) la produzione industriale ad un + 3.2% nel 1933, ad un + 5,5% nel 1935 ed ad un impressionante + 18.1% nel 1938, portando la disoccupazione da 6 milioni del 1933 a 1,5 miloni nel 1936 (dati: C.W Guillembaud "The Economy recovery of Germany 1933-1938" - Cambridge 1939).

Il New Deal di Roosevelt era basato sul deficit di bilancio e nuove forme di tassazione (ricorda qualcosa?), mentre quello tedesco era basato TOTALMENTE su INVESTIMENTI PRIVATI.

Capito? Suvvia...

Andrea's picture
Inviato da: Andrea
22 July 2012 - 03:17

a dir la verità ... da Frieden -- Global Capitalism: "by 1938 the Nazis had more than 500 important state-owned firms, half of all investment was being carried out by the state and government spending was 34% of GNP, up from 15% in the late 1920s" (p. 204), "real wages in 1938 were still below their 1933 (and 1929) levels" (p. 207) e "foreign trade in 1938 was barely 1/3 of what it had been in 1928" (ibid) -- altro che TOTALMENTE su INVESTIMENTI PRIVATI!!

Ferrara's picture
Inviato da: Ferrara
21 July 2012 - 13:50

Caro Goria, grazie per la risposta al mio commento un po' troppo veemente. Non ho nulla da dire su Munchau. Mi pare però che le sue analisi non siano proprio distanti da quelle di altri che citavo (esempio http://www.ft.com/intl/cms/s/2/5d7ff324-a0e6-11e1-9fbd-00144feabdc0.html ).
Quello che scrive Goldstein mi pare condivisibile.

jamesnach's picture
Inviato da: jamesnach
21 July 2012 - 13:41

L'articolo è abbastanza interessante, ma alcune affermazioni sono parecchio risibili.
Di conseguenza, le conclusioni lasciano a desiderare. Conclusioni che sono tutto tranne che chiare, comunque.
Tra tutte le affermazioni, la più risibile si trova nelle ultime righe:
"Questo pensano gli investitori, che invece di guardare al breve periodo, osservano il lungo"
Ah si? Gli investitori guardano nel lungo periodo? Goria, ma sta scherzando? Quali investitori, gli hedge fund? E' serio o cosa?
Notevoli anche alcune repliche nei commenti, che tradiscono una sostanziale ignoranza della realtà, tra cui: "Anche le politiche keynesiane hanno stufato" Eh si, in effetti potrebbero aver stufato, se qualcuno avesse mai provato ad implementarle, in Europa. Ma magari lei appartiene alla scuola Polito, convinto che in Italia siamo reduci da 20anni di Keynes allo stato puro. Roba da piangere.
Credo che lei sia una persona intelligente, ma che frequenta troppo le campane della finanza speculativa, la quale ha tutto l'interesse nel dipingere un quadro semi-apocalittico nel quale i poveri hedge fund fanno quello che l'EU li costringe a fare. Le cose non stanno (solo) così.
E glielo dice uno che lavora nel Private Equity, mica in catena a Pomigliano (lavoro nobilissimo, s'intenda). Così almeno si risparmia la replica ideologica.

andrea goldstein's picture
Inviato da: andrea goldstein
21 July 2012 - 03:01

ciao Fabrizio, eccellente l'analisi, ma a questo punto l'unica via di uscita, ammesso che qualcuno voglia seriamente intraprenderla, è allineare il mandato della BCE a quello delle altre autorità monetarie del G7. Cosa tutt'altro che facile politicamente, e che nel medio periodo rischierebbe di alimentare un'altra bolla speculativa nell'eurozona se non venisse accompagnata delle famose riforme nazionali, ma attendersi da queste un ritorno immediato, anche solo a livello d'annuncio, è irrealistico. Allora delle due l'una: o si decide che nel clubmed l'euro non funziona (e si cercano velocemente, ma a porte ben chiuse, dei meccanismi per un orderly unfolding), oppure si decide che il costo del fallimento dell'avventura è ben superiore a quello di un bail out monetario immediato e la Bce annuncia che stamperà tutta la moneta di cui c'è bisogno per comprare debito del clubmed. Se invece si continua sulla strada intrapresa a maggio 2009 -- roboanti richieste di fiscal austerity che tutti sanno che non potranno essere soddisfatte, diatribe sul ruolo dell'IMF (all'inizio non lo volevamo perché era un segnale di perdita di sovranità europea, ora suppongo perché ci sollecita a cambiare policy mix) e tutto sommato esitanti mosse della Bce -- il risultato sarà la fine disordinata dell'Euro(pa) con conseguenze di medio periodo che nessuno può veramente immaginare. Ultima cosa: al posto che pensare che l'unico contributo euro-ottimista siano gli Eurobond, perché non rileggiamo il rapporto Cecchini -- per scoprire che di strada da fare e di guadagni d'efficienza da ottenere ce ne sono ancora tantissimi? Certo a costo d'intaccare le rendite del ventre molle dei campioni nazionali, pubblici e privati, e delle tante caste di liberi professionisti che ovunque in Europa appoggiano i partiti di centro-destra al potere.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
21 July 2012 - 01:45

bello l'articolo. interessante che si stiano commettendo gli stessi errori di maastricht. allora, come dicono a roma, o ci sono o ci fanno. siccome sono tutti laureati alla b, alla h, alla p, alla c, alla y e compagnia bella, e' un po' difficile credere che ci siano. allora vuol dire che ci fanno. e quindi...

Fabrizio Goria's picture
Inviato da: Fabrizio Goria
21 July 2012 - 01:20

Aggiungo: Ugo, grazie per il commento. In poche righe, sei riuscito a spiegare al meglio come si sta ripetendo la storia. E come, oggettivamente, le alternative sono poche.

FG

Fabrizio Goria's picture
Inviato da: Fabrizio Goria
21 July 2012 - 01:08

Preciso alcune cose. Nel pezzo non faccio riferimenti all'economia austriaca. E pensare che questa crisi dia figlia del deleveraging è errato, in quanto questo fenomeno viene dopo lo scoppio di quella che ho definito bolla. Siamo al paradosso della carta di credito: più spendo senza adeguate entrate, più alimento il circolo vizioso, più il mio deleveraging sarà elevato. Questa non è economia austriaca o keynesiana: è il vincolo di bilancio. Detto ciò, la correlazione fra austerity (o, meglio, ridefinizione del vincolo di bilancio) e recessione esiste. Nessuno lo nega. Ma cosa produce la crescita? Le riforme. E perchè non si fanno le riforme? Perché ci sono interessi particolari che devono essere difesi.
In sostanza, vediamola da entrambi i lati. Gli USA hanno preferito la crescita prima e il consolidamento fiscale dopo. Viceversa, l'Europa. Ma sono due sistemi diversi, troppo per essere comparati. E non è solo questione di central bank, bensì di storia e struttura. Del resto, le politiche espansive di breve periodo negli USA stanno rallentando il proprio effetto. Basti rileggersi l'ultimo Beige Book della Fed o il transcript dell'ultimo discorso di metà anno di Ben Bernanke. Senza contare il problema del Fiscal Cliff, ignorato in Italia.
In finale, per rispondere a Ferrara: Wolf mi piace assai, ma preferisco Munchau.

FG

londan's picture
Inviato da: londan
21 July 2012 - 00:40

Ottimo articolo - purtroppo dai commenti si capisce che i lettori non ne sono all'altezza. Credo propio che molti non ne abbiano capito il senso...

Paolo's picture
Inviato da: Paolo
20 July 2012 - 23:55

Caro Goria,

i suoi articoli sono sempre interessanti e ben documentati, ma spesso alimentati da un certo tono apocalittico che offusca l'analisi di situazioni che rimangono molto più complesse di quanto le si vorrebbe descrivere con facili retoriche.
In sostanza, è pur vero che servano riforme in Italia (e chi lo negherebbe) ma di per sé queste porterebbero a ben poco. Un tema che spesso manca nelle sue analisi è invece il legame tra finanza e produzione industriale: quel che manca, all'Italia e a molti altri paesi europei, è ora la competività in campo industriale, per effetto di una crisi di sovrapproduzione e soprattutto della concorrenza asiatica.
Questo è ciò che genera crescita, ben prima delle riforme e delle politiche economiche (keynesiane o austriache che siano).

Altra cosa: il discorso sul debito che scaccia debito non fa retoricamente una piega. Si da il caso però che l'intera economia statunitense, per dirne una, è fondata sul debito. Non che questo provi la bontà di questa soluzione, ma liquidare l'attuale situazione europea come fosse un dibattito tra Keynes e, che ne so, Von Hayek?, mi sembra mooolto riduttivo.

Peraltro, assurgere, come in molti fanno, i "mercati" a bocca della verità e/o fonte suprema di saggezza e rettitudine mi sembra fuori luogo. Senza scomodare teorie complottistiche, è facile vedere come i "mercati" siano molto più inquinati di quanto si pensi (basti pensare allo scandalo Libor). In essi, alcuni grandi operatori dettano legge (per perseguire i propri interessi, più o meno legittimamente) e quindi una marea di piccoli e medi agenti segue per inerzia. Diciamo che vince la legge del più forte e i più forti ora sono loro.

Sostenere l'uscita dall'euro e la sua disgregazione è legittimo. Farlo solo per applicare modelli e teorie economiche, senza tenere in conto le conseguenze sociali e civili, mi sembra quanto meno un po' miope.

Per concludere lei dice: "La frammentazione è iniziata ancora prima che la politica se ne accorgesse. E il timore è che, ancora una volta, i mercati finanziari possano aver anticipato ciò che la politica ancora non ammette". Ma non è pensabile che i mercati finanziari, o meglio alcuni grandi operatori, per quanto detto sopra, agiscano proprio in quella direzione?

Mi pare che, più che essere fonte di timore, ribadire che i mercati finanziari anticipino le tendenze, sia oggi quanto di più fuorviante si possa sostenere per spiegare tante dinamiche finanziarie ed anche politiche. Non dirlo, però, sarebbe però tremendamente poco "cool"...

Ferrara's picture
Inviato da: Ferrara
20 July 2012 - 23:52

Austriaci? Caro Goria, è ridicolo. Si tratta di monomaniaci invasati che sostengono l'assoluta e infallibile perfezione del libero mercato. Secondo quelle "teorie" questa crisi (come quella del '29) non potrebbe esistere. Quindi non sono in grado di spiegarla, se non dicendo che dovrebbe esserci ancora più libero mercato.

Ma ovviamente non è così, perchė le cause della crisi sono ben altre (i.e., troppo debito privato, deleveraging, riduzione della domanda aggregata, ecc., a spirale; mentre la crisi del debito sovrano di alcuni stati euro - non a caso solo stati euro - deriva da un self-fulfilling panic causato dall'assenza di una vera banca centrale: v. de Grauwe, Wolf e tanti altri). In una prospettiva comparativa, non esiste nessuna relazione tra crescita, spread, ecc., e maggiori o minori dimensioni del settore pubblico, maggiore o minore facilita di licenziamento ecc. Sbaglio Goria?

E ancora, Goria, lei sa che esiste una correlazione diretta ed evidente tra austerità e recessione (cioè più austerità più recessione. Legga il blog di Martin Wolf sul Financial Times. Dico Financial Times, non Il Manifesto.

ugo cilino's picture
Inviato da: ugo cilino
20 July 2012 - 23:31

Ho vissuto la crisi del 92 lavorando in un trading floor di una grande banca americana. All'epoca la Banca d'Italia sosteneva il mercato con operazioni di acquisto titoli veicolate attraverso le banche italiane ed estere operanti in Italia. In quegli anni difficili, prima dell'Euro, si sono formati il nostro attuale ministro del Tesoro e la attuale responsabile del Debito Pubblico. Abbiamo una squadra molto capace oggi a difendere l'interesse dei cittadini risparmiatori e investitori. Ho incontrato negli anni '90, quando lo spread era sopra 600, i gestori dei più grandi hedge fund. Tutti a vendere dal 93 al 95 e poi tutti a comprare appena hanno intravisto l'Euro nel 1996/1997. Non si può comprendere facilmente da qui quale sia la dinamica di quel network: è un ecosistema sconosciuto in Italia ma potente e capace di innescare movimenti che si autoalimentano. Gli hedge funds partono per primi, con incontri a porte chiuse, newsletter approfondite e per pochi intimi, e poi diffondono in modo volutaente "epidemico" la view di consensus ai cosiddetti real money accounts, i grandi fondi pensione che gestiscono i risparmi internazionali, utilizzando i broker e le investment bank come apmplificatori. Oggi si sta realizzando lo stesso schema, ma siamo in un mercato molto più grande (l'euro) e la posta è gigantesca. Il target è paradossalmente più facile: un gruppo di politici + attenti alle loro esigenze elettorali di singola nazione che all'idea ormai non più di moda dell'europa e una banca centrale senza capacità di stampare moneta. Apparentemente, il trader della strada pensa che comprare il Bund al 1,18% è come avere un'opzione gratis sul futuro marco tedesco, o sull'Euro del Nord... Ma non è così semplice. Se salta tutto non ci saranno lidi sicuri, basti pensare al bilancio della BCE ! Il cosiddetto mercato capisce solo due cose: una banca centrale che stampa moneta o una mutualizzazione sostanziale del debito dell'area Euro. Ma simili soluzioni sono solo immaginarie e impossibili nell'Europa ingessata di oggi. Ecco perché penso che saranno le singole nazioni a "provocare" il cambiamento e non ho alcuna fiducia in soluzioni europee...
L'Italia dovrebbe forzare una ulteriore riallocazione del debito pubblico sugli italiani e poi "trattarlo" seriamente con una trojka interna di gestori dell'economia, in grado di ristabilire l'equilibrio tendenziale. Basterebbe un incipit, perché i mercati, se ci credono, hanno la capacità di rigirarsi molto velocemente e di accompagnare il processo

mike's picture
Inviato da: mike
20 July 2012 - 21:33

Sì, articolo convincente. Del resto, la conclusione dice tutto.

Mercato e Libertà's picture
Inviato da: Mercato e Libertà
20 July 2012 - 19:46

Ottimo articolo.

Purtroppo di fronte ad una crisi strutturale l'Italia si è divisa nel partito del non far niente (Monti e cheerleader assortite) e del fare danni (Berlusconi, Grillo, Di Pietro, Vendola...).

Non abbiamo speranza, perché non abbiamo persone serie su cui contare, e non abbiamo una cultura in grado di concepire soluzioni ai nostri problemi.

Da quel che vedo, però, direi che l'Europa è almeno altrettanto povera di persone capaci. Cinque anni senza fare niente, dopo quindici anni di silenzio mentre si formavano gli squilibri, e queste persone vorrebbero ancora più poteri?

Non hanno già dimostrato di non essere all'altezza?

Ciò che è economicamente necessario è politicamente impossibile: le riforme.

PM

wood's picture
Inviato da: wood
20 July 2012 - 19:41

Riforma delle pensioni, riforma del lavoro e nulla cambiò. Quanto intendete andare avanti con questa frase fatta sulle riforme, ci sono gli speculatori che ci attaccano (gli stessi che hanno causato la crisi e sono stati foraggiati dagli stati) e non avremo scampo, soprattutto i poveracci che hanno perso diritti e redditi. Grazie anche voi giornalisti liberisti, vi credete alla moda ma ancora una volta il vostro upgrade è stato inutile e superato.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
20 July 2012 - 19:17

Ma chi ha creato e promosso gli strumenti che hanno alimentato le bolle finanziarie? gli insegnanti greci ?

Stefano's picture
Inviato da: Stefano
20 July 2012 - 19:05

@Fabrizio Goria: Non ho capito la conclusione. L'alternativa alla moneta unica è da intendersi come altro meccanismo che federi l'Europa pur tornando alle monete nazionali? E' possibile ciò?

@Anonimo: se qualche giornalista avesse posto a Keynes la seguente domanda: "Secondo lei, un paese che ha il rapporto debito/pil al 120% e ha una spesa pubblica fuori controllo in tempo di, seppur, debolissima, crescita, potrebbe aumentare questa spesa in tempo di recessione?" Keynes gli avrebbe sputato in un occhio.

Francesco's picture
Inviato da: Francesco
20 July 2012 - 18:59

Grazie Fabrizio Goria,

sapessi in quanti ci stiamo sgolando perchè si riaffermino - o almeno siano (ri)conosciute - le politiche economiche austriache.
Ma è una faticaccia.
La favola keynesiana e il welfare state si sono ormai radicate talmente tanto (anche in quei politici che si professano liberali) nelle menti delle persone, che sembra di inseguire una chimera.
Personalmente, non demordo!

Fabrizio Goria's picture
Inviato da: Fabrizio Goria
20 July 2012 - 18:52

Caro anonimo,
Anche le politiche keynesiane hanno stufato. Forse, rileggere un po' di economisti austriaci non farebbe male.

FG

astianatte's picture
Inviato da: astianatte
20 July 2012 - 19:02

ma anche gli austriaci, a dir la verità, hanno stufato

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
20 July 2012 - 18:48

Il vecchio ritornello del "pagare il debito con altro debito" ha veramente stufato. Qualche nozione di economia keynesiana e della storia della crisi del '29 non farebbe male ogni tanto...

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
20 July 2012 - 19:16

D'accordo con Goria...e finiamola!

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