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I figli dei poveri restano poveri: quanto è ingiusta l'Italia

Giulio Sapelli Infografica Carlo Manzo e Paolo Stefanini

I livelli di ingiustizia sociale, intesa come mancata redistribuzione del reddito, in Italia sono sopra alla media dei Paesi Ocse. E il nostro Paese è fra quelli in cui il salario del padre è più determinante per il futuro del figlio. Insomma l'ascensore sociale è bloccato. «È difficile a un figlio di operai – come ero io e lo ero molto felicemente – fare alcunché di diverso (oggi, in questo tempo terribile), da ciò che fa il padre; così come è difficile, se non si nasce ricchi, diventarlo, ricco» scrive Giulio Sapelli, docente di economia politica e storia economica all’Università Statale di Milano commentando i dati raccolti da Linkiesta. Infografica e articolo.  

 

23 dicembre 2011 - 13:30

Molte volte penso di essere stato baciato dalla fortuna. E per una volta tanto, sconfessando la mia fedeltà a uno dei miei maestri dell’ analisi sociale, Karl Mannheim, penso che esistano le generazioni. O meglio, che talune volte esse siano esistite. Infatti, al di là dell’irriducibilità della persona a qualsivoglia classificazione e valutazione statistica, un destino comune di ceto o di classe in sé, per dirla con il vecchio e sempre saggio barbuto di nome Karl Marx, (purché non parli di materialismo storico e dialettico e altre diavolerie di genere fuerbachiano), esiste, eccome se esiste!

E questo destino generazionale esiste soprattutto in fasi di ascesa dei cicli capitalistici, come quelli che capitò a me d’incontrare nel periodo dei trenta gloriosi anni del compromesso sociale del secondo dopoguerra del Novecento. Un compromesso che ha funzionato in tutto il mondo con un po’ di politiche keynesiane molto alla buona, un po’ di economia mista molto imperfetta, un po’ di moderazione salariale appena scalfita alla metà degli anni Sessanta e con l’impennarsi degli alti profitti delle corporation e con meno alti tassi di impiego della forza lavoro, con qualche brivido da alta inflazione che aiutava a superare divari di produttività e di cattiva governance imprenditoriale e managerial-famigliare.

Il perché l’equilibrio si ruppe è ancor tutto da comprendere e da interpretare. Certo, i divari di competitività non furono superati virtuosamente in tutto il mondo: ovunque si cercò una via non virtuosa. L’unificazione monetaria senza stato unificante e unificato in Europa, la deflazione reganiana negli Usa, la controrivoluzione resa possibile dal crollo dell’impero sovietico, nei paesi scandinavi con l’assassinio di Olof Palme che consentì l’inizio dell’era dello smantellamento lento e graduale di un welfare da altissime tasse e altissimi profitti da corporation, ma altresì da altissimo benessere e da quasi raggiunta uguaglianza delle possibilità di vita.

Iniziava il dominio del capitale finanziario sull’ economia mondiale. Tutto mutava. Un dominio iniziato per via politica e non economica: nel 1989 la Sec permise che si scambiassero sui cosiddetti mercati non regolati strumenti finanziari che condurranno alla strage degli innocenti: derivati et similia di cui le banche riempiranno i loro marsupi impegnando ad altissimo rischio i denari degli ignari depositanti. La banca diviene un super mercato di vendita di strumenti di distruzione di massa senza porto d’ armi. Da allora tutti i ministri economici del mondo sono collegati con il capitale finanziario in più o meno rilevante misura o evidenza o mancanza di pudore.

Nuvola dopo nuvola, tromba d’ aria dopo tromba d’aria, la rivoluzione bancaria da altissimo rischio, incrementando gli uragani e gli tsunami, ecco che giunse la tempesta neo-liberista da altissimi profitti capitalistici e da altissime rendite finanziarie che ha provocato circa 200 milioni di disoccupati nell’Ocse. Himan Minsky, l’amato amico economista non liberista grande profeta, l’aveva ben detto e descritto, ma ancor prima l’aveva scritto e teorizzato Michal Kalecki, autore di testi che Raffaele Mattioli fortissimamente volle in edizione originale nella sua splendida collezione di testi di storia della teoria economica. Kalecki giustamente pensava che fosse l’investimento a fare il profitto e non, come diceva l’ ultimo Keynes, il profitto a fare l’investimento. E Kalecki, infatti, aveva ragione, perché a questa verità ne aggiungeva un’altra di natura storico-sociale (come sempre si dovrebbe fare in economia…) che faceva e fa la grandezza del suo pensiero economico. Quella per cui i capitalisti non avrebbero mai sopportato a lungo una tendenza al pieno impiego – e al welfare dispiegato – della forza lavoro in tutto il sistema capitalistico, pena l’ impossibilità di porre sotto il loro dominio la classe operaia e le classi medie. Quelle classi, insomma, che non possedevano né mezzi di produzione di rilevante dimensione (vedi le piccole e medie imprese), né le classi intermedie da lavoro improduttivo che si sviluppano nei pori del sistema economico assicurandone la vita con i loro servizi e impedendone la morte per asfissia da costi di controllo e coordinamento ( avvocati, commercialisti, consulenti, ecc…).

Il pieno impiego è consustanzialmente non idoneo all’esistenza di lungo periodo del capitalismo. Oggi lo sappiamo chiaramente. Nella sua storia, infatti, le crisi cicliche sono sempre state crisi da sottoconsumo, da eccessi di disuguaglianza, da distruzione di capitale fisso e da distruzione di capitale umano, ossia di forza di lavoro potenziale. Di qui la disoccupazione strutturale e le guerre che a tutto ciò ponevano crudelissimamente rimedio. Siamo giunti, per alti investimenti a basso gradiente di stock di capitali, ma ad alto risparmio di lavoro e a bassi costi di transazione che ne derivano (tempo e spazio si risparmiano sino ad avere costi tendenti a zero con l’Itc), siamo giunti alla fase attuale, come bene documentano i dati che Linkiesta pubblica contestualmente a questo mio ragionare.

Si tratta solo di seguire i percorsi geografici e storici che gli indici Gini delineano per quanto riguarda disuguaglianza di reddito e di destino umano. L’Italia spicca come il paese tra i meno virtuosi. È difficile a un figlio di operai – come ero io e lo ero molto felicemente – fare alcunché di diverso (oggi, in questo tempo terribile), da ciò che fa il padre; così come è difficile, se non si nasce ricchi, diventarlo, ricco. Anzi: ora gli ascensori funzionano per la maggior parte in discesa e non in salita, come si conviene non a un sistema bloccato, attenzione, come eufemisticamente ci raccontano! Qui si tratta, invece, di sistemi da reazione bianca antipopolare, anti-operaia, financo anti-classi medie.

Non c’ è bisogno di commentare le statistiche presentate qui. Parlano da sé per chiunque sappia un po’ di storia degli anni recenti: dove il neo-liberismo si è affermato più violentemente, ebbene, disuguaglianza, disoccupazione, discesa degli ascensori – i discensori – trionfano. E i testi non mancano, anche se sono poco e fuori dal coro. Basta leggere, dopo aver cercato con diligenza e indipendenza di giudizio. (Cito per tutti Neoliberismo e neopopulismo. Mexico e Argentina a confronto, di Veronica Ronchi, Il Mulino, Bologna, 2009). Ma forse quello che occorre è avere senso di giustizia: sapere che cos’è la vita e capire che cosa sono la povertà, la fatica, la solitudine della disoccupazione. Tutte realtà che non si comprendono solo con l’intelligenza cognitiva, ma soprattutto con quella affettiva e sociale. Un’intelligenza che non possiedono la gran parte dei decisori pubblici e privati e soprattutto dei professori. In primo luogo quando fanno i ministri di uno stato che non è in tutto il mondo, lo stato di tutti, lo stato del “popolo” più (se lo è mai stato…). 

 

Commenti

Posso dare il mio contributo alla discussione segnalando quello che sono a mio giudizio dei punti fissi derivati dalla mia esperienza personale. Concordo con Giovanniello e Noce Moscata; determinante nel livello di istruzione dei figli è sia la condizione economica dei padri ma anche qualcosa di più sottile come ad esempio il loro ambito lavorativo; un operaio di una grande azienda ad esempio avrà molte più possibilità di capire l'importanza dell'istruzione semplicemente venendo a contatto o collaborando con persone istruite attorno a sè; lo stesso operaio che magari viene da un ambiente contadino ( la norma in un Italia di qualche anno fa') inserito in un ambiente di piccolissima impresa ( la norma anche oggi) artigianale non avrà le stesse possibilità; il primo passo per istruirsi non è aprire un libro ma capirne l'importanza. Sembra banale ma non lo è. Confesso che da ragazzo nella mia famiglia pensare di studiare fino a 26 - 27 anni era considerata quasi una perdita di tempo ,un voler diventare quel che non si è; istruirsi semplicemente non era un obiettivo prioritario, lo era invece lavorare il prima possibile.
Solo dopo aver affrontato gli studi superiori ed ora lavorando in un ambiente lavorativo ampio ne posso apprezzare la necessità e la bellezza.
Ed è qui che la scuola dovrebbe incidere; ricordo bene certi miei compagni che sono passati "intonsi" attraverso anni di studi credo non capendo mai l'importanza di quel che facevano.

@ Enrico 
Intanto le rispondo alle domande sui grafici. Per il resto dovrà attendere il professor Sapelli. GRAFICO UNO. È tratto dallo studio Ocse «A FAMILY AFFAIR: INTERGENERATIONAL SOCIAL MOBILITY ACROSS OECD COUNTRIES» e la “stima da vari studi” si riferisce a questo: «The height of each bar measures the extent to which sons’ earnings levels reflect those of their fathers. The estimates are the best point estimate of the intergenerational earnings elasticity resulting from an extensive meta-analysis carried out by Corak (2006) and supplemented with additional countries from d’Addio (2007). The choice of empirical estimates in this meta-analysis is motivated by the fact that they are based on studies that are similar in their estimation technique, sample and variable definitions. The higher the value, the greater is the persistence of earnings across generations, thus the lower is the intergenerational earnings mobility. Source: D’Addio (2007)».
GRAFICO DUE. È sempre tratto dallo studio Ocse «A FAMILY AFFAIR: INTERGENERATIONAL SOCIAL MOBILITY ACROSS OECD COUNTRIES» e, per quanto riguarda “la persistenza del livello del salario tra generazioni”: «Wage persistence is measured as the distance or gap between the estimated wage of an individual whose father had achieved tertiary education and the wage of an individual whose father had achieved below upper secondary education. A larger number implies a larger gap, thus stronger persistence in wages or a lower degree of mobility across generations. The summary measure corrected for distributional differences corresponds to summary measure of wage persistence, multiplied by the ratio of the standard deviation of fathers’ education to the standard deviation of sons’ or daughters’ gross hourly wage». La “inequality” è invece misurata attraverso «the Gini coefficient of disposable household income adjusted for household size». «The correletion coefficient is 0.56. Denotes significant at 5%. For details see Causa et al. (2009) and Causa and Johansson (2009). Source: OECD calculations based on the 2005 EU-SILC Database and OECD 2008, Growing Unequal?.»
Non esiti a richiederci ulteriori chiarimenti,
Paolo Stefanini

Il motivo unico per cui i figli di operai rimangono operai e' da ricercare esclusivamente nell'approccio psicologico. Se partiamo dal concetto che produrre soldi e' una abilita' l'impatto di quello che crediamo, del focus che mettiamo, dell'ambiente motivante o meno incide per oltre l'80%.
Le strategie solo per il 20%. Nel libro 'i soldi fanno la felicita'' edito da Sperling c'è un ampia riflessione si questo punto.
Le informazioni e le strategie riguardo la ricchezza sono disponibili anche in rete solo che molte persone non le usano o non credono di potercela fare.
Manca la cultura finanziaria non tipica di un paese come il nostro. Nel mio sito e nei miei blog trovate spunti per queste info.
www.alfiobardolla.com

Io mi arrovello a capire il perchè di questo fenomno sotto gli occhi di tutti ed in particolare degli insegnanti.
La scuola pubblica ha dei grossi problemi ma non riese ad far invertire la marcia neanche quando offre supporto a studenti deboli. Se uno studente arriva dalle elementari con qualche carenza in prima istanza i genitori non ci credono. Come? E' stato promosso con la media dell'otto. E qui salta fuori il sistema di valutazione sballato che mischia tutte le materie come se fossero tutte uguali. Un 6 in matematica ed Italiano e un 10 in educazione fisica e musicale fanno 8 di media? Ebbene si.In una scuola media coraggiosa si è deciso di scorporare Italiano e matematica ed è arrivata una reprimenda del Ministro.
Si organizzzano i corsi di recupero ma gli studenti non li frequentano perchè la sera è dedicata agli svaghi a pagamento che non si toccano. Naturalmente ciò gli impedisce di fare i compiti e studiare.
Questo capita molto spesso con genitori poco istruiti che non danno molta importanza alla scuola come, invece, succedeva con i nostri genitori analfabeti.
Chi di noi è capitato con un buon maestro\a è riuscito a diplomarsi e laurearsi anche in famiglie modeste.
Oggi chi "ha una famiglia" alle spalle va nei licei non perchè le altre scuole non siano valide ma perchè sono frequentate dai peggiori che ci vanno al solo scopo di stare in parcheggio per qualche anno.
Quindi gli studenti dei licei vanno avanti, più o meno, e gli altri si trasformano in NEET senz'arte nè parte. La scuola va ripensata nel suo complesso perchè allo stato attuale è molto carente e molti la sentono come inutile, purtroppo.

Salve.
Volevo rivolgere alcune domande al prof Sapelli. Mi rendo conto che la risposta non può essere breve...però provo ad inoltrarle lo stesso, per brevità le presenterò sotto forma di lista:
-mi interesserebbe conoscere i riferimenti agli studi da cui ha tratto la prima classifica, quella sull' influenza del reddito del genitore sul reddito dei figli?
-Idem per la componente analoga del secondo grafico, perché ad occhio mi sembra diversa
- esattamente cosa si intende per "neo-liberismo" e come questo si sia affermato nel nostro paese? E potrebbe spiegare meglio il legame tra esso, la diseguaglianza, la scarsa mobilità sociale, la disoccupazione e, aggiungerei, anche la povertà? Perché in alcuni paesi la diseguaglianza è aumentata di più ed in altri (ad esempio la Turchia) essa è addirittura diminuita?
La ringrazio per l' eventuale attenzione, e mi scuso per la forma un po' brusca..

In Italia più che altro pesa la propensione alla raccomandazione, per cui quando una azienda è grande anche se privata, è necessariamente piena di raccomandati incapaci, contro i quali l'unica difesa è confinarli in funzioni dove non possano far danni.

Può essere che gli esempi televisivi (calciatori, veline, etc.) abbiano giocato un ruolo negativo nelle aspirazioni dei giovani; tuttavia non mi sembra che sia stata perseguita in Italia una politica liberista, in questi ultimi vent'anni. Inoltre, come dimenticare i formidabili interessi protezionisti e corporativi messi in atto a destra e sinistra? C'è una partitocrazia che nelle amministrazioni persegue il trionfo dell'appartenenza e della mediocrità, in disprezzo del merito e della diligenza nel lavoro; nei servizi pubblici troviamo battaglioni di familiari o protetti di politici, militanti e segretari di sezione; negli enti previdenziali innumerevoli parenti di sindacalisti; perfino in alcuni contratti si trovano scandalose corsie preferenziali per l'assunzione dei figli di coloro che vanno in pensione. Si aggiungano la scuola che spesso non prepara adeguatamente, lo sperpero di risorse, l'inamovibilità di professori ed amministratori inetti... Direi che il disprezzo del merito sia uno dei più potenti fattori di blocco della mobilità, un disprezzo che abbonda a destra e a sinistra, nei partiti e nei sindacati.

Professor Sapelli. le conclusioni che lei tra sono molto forti, vorrei permettermi un paio di osservazioni. Prima di tutto l'analisi sul solo coefficiente di Gini è molto limitativa, in quanto non esprime tutte le possibili variazioni all'interno della distribuzione del reddito. Sarebbe stato utile l'analisi della variazione dei differenziali dei salari tra il decimo e il novantesimo percentile, oltre che tra il cinquantesimo e il novantesimo. In questa maniera avremmo avuto un'idea più chiara su come si siano evolute le differenze salariali tra più poveri e più ricchi, e tra classe media e più ricchi. Altro appunto, da uno studio più approfondito intitolato "more equal but less mobile? education financing and intergenrational mobility in Italy and in the US" si evince che il divario intergenerazionale negli Stati Uniti è maggiore rispetto all'Italia, il che significa che negli USA è meno probabile per i poveri rimanere poveri, cosa che da questi grafici non sembra, appunto per la limitatezza della descrizione del coefficiente di Gini. Infine un'altra osservazione, è duro il termino "povero" solo in base alla distribuzione dei redditi. Immaginiamo che la popolazione sia composta da tre persone, uno guadagna 10.000€ al mese, uno 100.000€ ed l'ultimo 1.000.0000€. Come si può notare la distribuzione è fortemente diseguale, ma dubito che l'ultimo si possa considerare povero. Questo semplice esempio è per dire che povertà e disuguaglianza sono spesso termini confusi ma con significati diversi, quindi bisognerebbe prestare maggiore attenzione. Infine, parlare di politiche liberiste in Italia mi fa venire un tuffo al cuore, in quanto sono più di 20 anni che non ne vedo. Un Paese il cui PIL è gestito per circa il 50% dallo stato si può definire liberista? Notare che anche altri paesi hanno un livello di tassazione e peso statale, ma hanno posizioni diverse rispetto alla nostra nei grafici, il che lascia presagire che ci sono parecchie variabili omesse e non si può parlare di colpe "liberiste" e che ancora una volta il coefficiente di Gini è troppo limitativo per trarre le conclusioni espresse nel post. Cordiali saluti e auguro a tutti buone feste.

Liberismo o non liberismo, qualche decennio fa anche nelle scuole delle zone più povere d' Italia c' erano insegnanti preparati (e pagati decentemente) e studenti motivati. I capaci e meritevoli privi di mezzi, come li chiama la Costituzione in tono deamicisiano, facevano più fatica a raggiungere i gradi più alti degli studi, ma se ci riuscivano avevano tutte le strade aperte. Ora raggiungono la laurea, ma non serve a molto, soprattutto se non hanno imparato molto.

Gli infimo borghesi, come li chiamava Pasolini, le classi sociali definitivamente corrotte dal berlusconismo televisivo, sognano che i figli diventino calciatori o veline e forse nemmeno sbagliano visto il reddito di un neo-laureato, ma le classi più ricche e istruite si preoccupano molto di più che i figli imparino qualcosa nella scuola un po' debosciata di oggi. Questo è il principale vantaggio dei figli di papà, oltre a poter lavorare magari nell' azienda di famiglia o da un amico. Per fortuna esistono ancora scuole pubbliche di valore, in UK chi non ha la famiglia che può permettersi una scuola privata ha già perso in partenza.

E' fenomeno analogo a quello per cui ora ad esser magri sono i ricchi, più dei poveri. I figli dei ricchi studiano di più e meglio.

Cosa ci si può aspettare dopo 20 anni di politiche neoliberiste e di privatizzazione? Dopo 20 anni di distruzione dei diritti acquisiti e distruzione del sindacato?

L' affermazione riguardante le colpe del liberismo non mi pare supportata dalle classifiche e dai dati qui riportati.
Basta andare sul home della Heritage per vedere che ci sono paesi ai primi posti nella classifica della libertà economica che hanno una bassa disuguaglianza e una alta mobilità sociale. Canada Australia e Danimarca, paesi considerati economicamente più liberi degli Stati Uniti, sono tre esempi indicativi.

Buongiorno

analizzando i grafici non mi sembra che si possa affermare che

"dove il neo-liberismo si è affermato più violentemente, ebbene, disuguaglianza, disoccupazione, discesa degli ascensori – i discensori – trionfano"

Ad esempio la disoccupazione oggi cresce per la crisi, ma in passato era più elevata nei paesi europei dove le riforme in chiave liberale nel mercato del lavoro non erano state compiute (USA VS Europe). Non mi sembra che si possa sostenere che i paesi nord-europei siano caratterizzati da mercati meno competitivi di quelli sud europei come Italia e Spagna. Il grafico 1 mi sembra suggerire che un ruolo importante per spiegare il fenomeno in questione sia giocato dalle politiche di welfare e dalla qualità di settori quali l'istruzione.

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