Perché l’industria dell’informazione rischia l’asfissia finanziaria

La grande crisi segna una grave sconfitta anche per l’industria dell’informazione, condizionata dalla Scuola di Chicago, non meno che per i ceti di governo, quelli di sinistra compresi. Ma neppure dalla rete è venuta un’informazione migliore, perché i blog, senza industria, sono muti. L’indipende...

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3 Febbraio Feb 2011 1653 03 febbraio 2011 3 Febbraio 2011 - 16:53
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Qual è il rapporto tra industria dell’informazione ed economia ai tempi di internet? Poiché la rete è nuova ma la questione è vecchia, comincerò da una curiosità che mi colpì l’ultima volta che visitai gli Uffizi, nell’autunno del 2008, la stagione dei processi televisivi ai banchieri: nell’Adorazione dei Magi Sandro Botticelli attribuisce ai re venuti dall’Oriente i volti dei Medici; glielo aveva chiesto il committente, tale Giovanni di Zanobi del Lama, un banchiere di dubbia moralità cortigiano dei signori di Firenze, banchieri anch’essi. Già allora, dunque, i potenti del denaro avvertivano il bisogno di essere ben raccontati attraverso il mezzo più universale del tempo, la pittura sacra. Nel 1475 Botticelli accreditava la figura sociale dei Medici nel solco condiviso della narrazione religiosa senza porsi il problema della verità del messaggio: gli bastava la ricerca formale, straordinaria nel caso specifico.

Cinque secoli dopo, gli epigoni dei Medici e del furbo Zanobi hanno ripetuto l’operazione. Alla fine del Novecento i banchieri internazionali hanno riconquistato la signoria delle metropoli – di New York, di Londra, ma anche di Milano – che avevano perso negli anni Trenta con le grandi riforme rooseveltiane e, in Italia, con le lungimiranti scelte di Beneduce e di Mussolini sull’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) e la legge bancaria. I Master of the Universe sono stati celebrati dall’industria dell’informazione con la stessa, acritica simpatia mostrata dalla pittura sacra del Quattrocento per i Medici, ma con una triste peculiarità: mentre l’arte non ambiva all’autonomia dalla committenza e dalla cultura dominante, i mass media moderni si propongono addirittura come quarto potere, che usa linguaggi e tecniche in perenne evoluzione ma mai dismette un’esibita alterità rispetto alle baronie politiche ed economiche.

La religione del PIL

La grande crisi, divampata nell’estate del 2007 e tuttora aperta, ha fatto certo emergere alcuni, clamorosi fallimenti del mercato, ma ha infine segnato una conturbante sconfitta per l’industria dell’informazione, che nulla di quanto era in gestazione aveva realmente percepito. Naturalmente, non manca mai chi rilevi come The Economist abbia avvertito della bolla immobiliare in America e quanto gli ora citatissimi Nouriel Roubini e Paul Krugman abbiano scritto sugli squilibri globali. Ma si è sempre trattato di interventi sporadici e isolati, insufficienti a contraddistinguere l’informazione nel suo complesso. Dopo l’attentato alle Torri gemelle, giornali e tv avevano immediatamente martellato sul pericolo di una recessione, poi evitata. Sul potenziale di devastazione che si andava accumulando nelle viscere dell’economia del debito, invece, non c’è stato alcun martellamento. Va detto: non sarebbe stato facile farlo.

Il male veniva da lontano e sembrava un bene. Come si può leggere nel Supercapitalism di Robert Reich, ma anche nel recentissimo Manifesto per la felicità di Stefano Bartolini, le famiglie si sono molto indebitate perché, per alcuni decenni, i salari reali del dipendente maschio adulto hanno ristagnato a vantaggio dei profitti, mentre l’indebolimento della vita di relazione, provocato dall’aumento del tempo di lavoro dei padri e delle madri e dalla crescente atomizzazione della metropoli, comportava comunque un incremento dei consumi individuali. Nel mondo anglosassone, il fenomeno è stato più massiccio, ma anche in Italia ha preso piede, sia pure partendo da uno stock di debito inferiore e da una comunità meno disgregata.

Le imprese, specialmente quelle grandi, si sono a loro volta indebitate per aumentare il rendimento del capitale a breve termine più che per investire nella base produttiva, incuranti dell’impoverimento relativo del sistema industriale nei confronti dei Paesi emergenti e dei rischi propri delle elevate esposizioni. Ma anche le operazioni finanziarie e i consumi compulsivi e tristi generano Pil. Basti dare un’occhiata alle serie storiche del Bureau of Economic Analysis degli Stati Uniti sulla crescita per settori di attività.
Nell’illusione che a tutti ne venisse un qualche vantaggio, la crescita era diventata nella percezione della politica e della cultura l’a priori dell’economia. Per relativizzarne il valore, ci sarebbe voluta la forza eretica di contestare la religione del Pil. Ma il sedicente quarto potere non è stato il nuovo Lutero capace di imporre il libero esame del capitalismo finanziario e delle sue ricadute sul lavoro, la famiglia, i valori. Perché?

L’istruttoria risparmiata

Sebbene il giornalismo d’inchiesta vada declinando da anni e abbia la tendenza a inseguire le deviazioni scandalose piuttosto che a indagare la scandalosa normalità, le grandi redazioni avevano, e tuttora hanno, i mezzi per capire: collegamenti con centri studi e università, giornalisti specializzati, la conoscenza delle lingue, una mole di dati sull’economia e sulle imprese nemmeno pensabile trent’anni fa. Chi legga Capitalismo scatenato di Andrew Glyn o i rapporti di Mediobanca sulle principali società resta colpito da quanto siano eloquenti le statistiche se trovano un cervello che le faccia parlare.
Quando prende la parola chi comanda, le vecchie regole del mestiere consigliano un supplemento di istruttoria a partire da quanto si può sapere subito. Se al microfono va il presidente degli Stati Uniti, è bene dare un’occhiata al “Flow of Funds Account of the United States” della Federal Reserve che dà conto ogni tre mesi dello stato patrimoniale della “Corporate America”. Perché questo supplemento d’istruttoria è stato risparmiato?

Una prima risposta, la più facile, è che il quarto potere non sia tanto “quarto”. Nonostante la sua sostanza economica, non appare più indipendente del Botticelli imprenditore di se stesso. E certo non sarà lo sfoglio dei giornali, arricchito di numeri non padroneggiati e opinioni prefabbricate, non il fiume di chiacchiere rissose in tv a elevare il linguaggio mediatico al rango dell’invenzione formale capace di giustificare comunque un’attività come, invece, poteva accadere al medium pittorico nella Firenze dell’Umanesimo.
Fino a prima del 2007, avremmo trovato che la sconfitta dell’informazione dipendeva in più o meno larga misura dall’intreccio proprietario di giornali e tv con le grandi imprese, le banche, le assicurazioni o con il potere politico. La lezione della grande crisi (assai più imbarazzante delle querelles giornalistiche sui conflitti d’interesse di Silvio Berlusconi, mai abbastanza denunciati, o sulla transizione infinita dei postcomunisti, mai abbastanza incalzati) ci porta a dire che il problema, ormai, è ben altro. Ma, per non cadere nel “benaltrismo”, comoda fuga dalle risposte scomode, qualcosa sulle proprietà di giornali e televisioni si deve dire. Magari, con motivato scetticismo.

Rcs, Sole 24 Ore e private equity

La questione dell’indipendenza dei giornali dal potere sia politico sia economico è stata il nodo dell’editoria italiana, lungo l’intero arco del Novecento. Lo testimoniano gli scritti di Luigi Einaudi, prima firma del Corriere della Sera albertiniano e teorico della stampa d’informazione; i programmi originari de L’espresso e de la Repubblica scalfariana; la storia de il Giornale di Indro Montanelli, che, non guadagnando abbastanza, al dunque dovette rinunciare al suo fondatore e mettersi l’elmetto del padrone. Ma la figura dell’editore puro, perfino ovvia in paesi come la Germania, in Italia non ha resistito. E non sempre per l’intervento feroce della politica. Fu certo la dittatura fascista a sostituire con industriali fatalmente governativi le gerenze dei direttori nelle società in accomandita proprietarie delle grandi testate d’informazione del primo Novecento. Ma nessuno obbligò i Crespi e i Rusconi a passare la mano, i Perrone a ritirarsi a Genova, Caracciolo e Scalfari a monetizzare il loro grande successo. E i Rizzoli e i Mondadori, sia pure in modo diverso, persero le loro aziende per aver fatto investimenti troppo onerosi o sfortunati.


Ebbene, la mancanza di editori puri, capaci di leggere l’Italia senza il velo di altri, prevalenti interessi, determina un handicap. La subordinazione dei giornali al grande capitale finanziario rappresenta una costrizione ancora più seria, e forse spiega perché la stampa nazionale abbia scoperto l’Italia dei distretti industriali con quarant’anni di ritardo su Giacomo Becattini e perché Il Sole 24 Ore stesso, su quell’Italia e sulle partite Iva, abbia sì costruito la fortuna della sua informazione giuridico-amministrativa, facendone addirittura un genere giornalistico, ma senza fondare su questi suoi lettori una politica coerente e costante nel tempo. Si potrebbe ricordare come il mito dell’editore puro sia alimentato soprattutto dalla cultura politica liberale e azionista, mentre le culture politiche di cattolici, socialisti e comunisti assegnino una funzione militante ed educativa all’informazione. E magari osservare che parecchi editori impuri sono industriali liberali e repubblicani. Ma alla fine della storia i giochi sembrano fatti.
Tutti i gruppi editoriali hanno proprietà marmoree, che potrebbero mutare soltanto con l’insorgere di difficoltà altrimenti insuperabili nei gruppi di controllo o con l’avvento, dentro questi gruppi, di nuove generazioni non più interessate al dividendo politico tuttora assicurato da giornali e tv. Solo due società hanno un azionariato che, sulla carta, si presterebbe a una riforma: Rcs MediaGroup e il Gruppo editoriale 24 Ore.


Non starò a ripetere in dettaglio la proposta che avanzai tre anni fa ne Il baco del Corriere: traghettare la proprietà di questi gruppi, più o meno ai prezzi correnti, verso una public company blindata contro le scalate ostili sul modello dell’inglese Reuters, così da costruire una proprietà pura in mancanza dell’editore puro di ceppo familiare. Precisai che quell’idea, della quale avevo verificato l’astratta fattibilità con Vincenzo Maranghi, ormai fuori da Mediobanca e dunque non più direttamente coinvolto nelle vicende del Corriere della Sera, apparteneva al regno del possibile ma non del probabile. Nel 2010 cancellerei il possibile, ma solo dopo aver aggiunto che la tecnica del private equity potrebbe aiutare nell’opera di passaggio quanti dicono di aver fatto un investimento economico basato sulla capacità di attrarre competenze e non una spesa per acquisire potere personale: trasformerebbe, infatti, le azioni intestate a tanti soci capaci di veti più che di leadership (Rcs MediaGroup) o a quel parlamento di imprenditori che è la Confindustria (Gruppo editoriale 24 Ore), in quote di una proprietà concentrata, focalizzata su un sano rendimento e dunque vitalmente interessata a gestioni forti e libere di innovare l’offerta informativa interpretando il proprio pubblico.
In ogni caso, pur dicendo tutto questo, consiglierei una misura di prudenza ai neofiti dell’editore puro a prescindere, specialmente se orientati a sinistra. Nessun sacro testo stabilisce quale sia il livello di interessi extra editoriali che rende impuro un editore. Certo, al netto della politica nella quale è entrato nel 1993-94 e dalla quale potrebbe in teoria uscire, Silvio Berlusconi sarebbe meno impuro di Carlo De Benedetti. Mediaset, Endemol e Mondadori pesano per i due terzi nel valore corrente del gruppo Fininvest; il Gruppo editoriale L’espresso per un terzo in quello del gruppo Cir. Ma è soprattutto la storia della Rai a suggerire cautela e scetticismo in generale, e un esame di coscienza ai neofiti di cui sopra.

L’equivoco della Rai

In un sistema dell’informazione qual è quello italiano, il servizio pubblico radiotelevisivo potrebbe portare il segno di contraddizione di un editore libero dai condizionamenti dell’economia. Sarebbe un contributo non irrilevante al pluralismo dei modelli d’impresa e degli assetti proprietari, un lievito per la concorrenza e la libertà. Sfortunatamente, la Rai non è la Bbc e il suo contributo viene compromesso sia dall’incidenza della pubblicità nella composizione dei ricavi, senza eguali nelle altre tv pubbliche europee, sia dall’invadenza dei partiti, in special modo di quelli provvisoriamente al governo con l’aggravante della sudditanza agli interessi di Mediaset quando a Palazzo Chigi prende ufficio l’azionista di controllo del Biscione.
La soluzione ideale sarebbe la separazione societaria tra una Rai servizio pubblico, finanziata dal canone e protetta da statuti analoghi a quelli della Banca d’Italia o della Bbc, e una Rai tv commerciale, che possa agire sul mercato della pubblicità con le stesse regole dei concorrenti. Ove il Parlamento lo ritenesse, questa seconda Rai potrebbe venire ceduta in modi trasparenti a soggetti privati italiani o esteri, ma non collegati o collegabili a Mediaset o a Telecom Italia per evidenti ragioni antitrust, oppure se ne potrebbe diffondere il capitale in borsa, con vincoli antiscalata o senza. Ma la Rai va bene così com’è ai poteri costituiti.

A Mediaset anzitutto, felice di poter raccogliere più spot del concorrente. Ma anche agli editori, che non intendono aprire il capitale delle proprie aziende per reperire le risorse necessarie a comprare una Rai commerciale e, al tempo stesso, temono di perdere peso e inserzioni nel caso questa andasse ad altri. Per non parlare dei partiti: di destra, di centro e di sinistra. All’atto pratico, nonostante le esortazioni dell’Autorità antitrust di Giuseppe Tesauro, qualche isolata predica giornalistica, le timide aperture di Massimo D’Alema e Giuliano Amato, da uomini di governo, e quelle più esplicite di Romano Prodi, da candidato premier, la riforma della RAI non è neppure stata tentata. Il mondo politico preferisce ritagliarsi le sue sfere d’influenza in questa Rai, e sistemarvi le proprie clientele, rispetto al rimescolamento delle carte che potrebbe venire dalla soluzione degli equivoci del servizio pubblico. Che poi la Rai stia andando alla deriva, esclusa dalle nuove sfide tecnologiche e di mercato per l’insipienza della guida scelta dal concorrente-padrone, poco importa a un editore, il Parlamento, che non sa e non vuole guardare al di là del proprio naso.

Google, insidia e soluzione

Detto ciò, al fine di evitare l’accusa di “benaltrismo”, va aggiunto che nemmeno i giornali degli editori purissimi, la Cnn o la Bbc hanno colto l’insidia epocale dell’economia del debito. Anch’essi hanno bucato la notizia più grande. Evidentemente perché l’intreccio con la tecno-finanza e la politica reaganiano-thatcheriana coinvolgeva i media sul piano profondo della cultura. Il concetto gramsciano di egemonia vale per la politica del Pci togliattiano verso scrittori, artisti, attori e registi cinematografici, ma vale ancor più per l’influenza internazionale della Scuola di Chicago, che ha infine condizionato anche la sinistra di governo, dal New Labour inglese ai democratici clintoniani, dai socialdemocratici di Schröder ai postcomunisti italiani.

L’industria dell’informazione si è finanziarizzata come tutte le altre attività economiche. Negli Stati Uniti i fondi di private equity hanno acquistato alcuni giornali regionali, ritenendoli imprese mature e tuttavia generatrici di cassa, dunque potenziali portatrici di debito. In Italia, l’editoria liberale può resistere alla resistibile ascesa di uno Stefano Ricucci, ma non contestare se stessa tornando a Einaudi e uscire dal mainstream usando capitali propri invece del debito, investendo sul lungo termine anziché spremere dividendi senza un disegno.
La globalizzazione aumenta in misura esponenziale la quantità di notizie e di fonti disponibili, ma al tempo stesso delocalizza la produzione di informazioni fuori dalle redazioni. C’è meno bisogno di reporter e più di analisti. Cambiano anche le cattive abitudini: dall’inviato pigro, che spaccia per reportage le sue casuali impressioni e il sentito dire del tassista, si passa al redattore superficiale, che prende per oro colato la moneta fasulla del World Economic Forum e delle sue statistiche. Del resto, come le buone istituzioni servono ma non bastano ad assicurare buone politiche, così il pluralismo dei modelli aziendali e delle proprietà aiuta ma non evita il “buco del secolo”.


La grande crisi mostra dunque all’industria dell’informazione tradizionale il suo limite più serio e intimo: non saper cogliere i tempi, non riuscire a intercettare tempestivamente i rischi della società. Ma il ritorno allo sviluppo vi aggiungerà una sfida che potrebbe essere mortale. L’onerosa industria dell’informazione sta subendo le insidie convergenti dell’economia low cost, che ha il suo centro propulsore nella rete, e del rallentamento strutturale della crescita nei paesi sviluppati, ma troppo indebitati. Le fonti di ricavo degli editori, le vendite e gli abbonamenti, vengono erose dall’offerta gratuita dei contenuti dei giornali non pagati dai motori di ricerca. L’offerta pubblicitaria di stampa e tv appare improvvisamente invecchiata davanti al programma Ad-Words che consente tanto alla multinazionale quanto al micro inserzionista, escluso dai media tradizionali, di avere uno spazio adatto con una spesa legata all’effettivo consumo dell’annuncio da parte del potenziale cliente. Ma – e questo è il punto – nemmeno da internet e dai suoi demiurghi, i motori di ricerca e i social networks, è venuta un’informazione migliore di quella reperibile all’edicola.


Internet aiuta i samizdat a scavalcare le censure di regime tanto quanto consente ai deliri di al Qaida di raggiungere le democrazie. È, questa, una rivoluzione. Ma né la rete, edicola virtuale e infinita, né i motori di ricerca, suoi acritici ordinatori, sono riusciti a far squillare l’allarme sulla grande crisi. Perché? Un simile allarme non dipendeva dalla capacità di scoprire segreti o di far filtrare il proibito, ma dalla forza intellettuale di capire i movimenti profondi e pubblici del mondo e dalla potenza organizzativa necessaria a trasformare un’analisi eterodossa in nuovo senso comune. Qualche blogger avrà certamente previsto tutto, meglio di qualsiasi giornalista. Ma senza l’organizzazione industriale dell’informazione, quel blogger non è riuscito a esercitare l’influenza che pure avrebbe meritato.
Una redazione a stipendio, possibilmente buono per attirare le intelligenze migliori, e passabilmente libera, per non lasciare i talenti impigliati nella trama degli interessi e dei pregiudizi, ci vuole sia per quanto si manda in edicola sia per quanto si manda in rete. L’industria tradizionale dell’informazione ha fallito al banco di prova della grande crisi, ma senza l’informazione organizzata – magari in modo nuovo, certo eliminando i conflitti d’interesse laddove esistano – non si raggiunge nemmeno lo scopo minimo di capire e raccontare con l’enfasi necessaria il secondo tempo della partita.


Ma chi paga? A politiche costanti, l’industria dell’informazione rischia l’asfissia finanziaria nel medio termine, quale che sia la piattaforma di diffusione: carta, onde radio, cavo o web. Poiché è sulla rete, e in particolare nei motori di ricerca, che sta crescendo il nuovo fatturato, la soluzione ideale sembra stare in una più equilibrata distribuzione di questi ricavi tra produttori di contenuti (giornali, televisioni, cinema, ma non solo), aggregatori di contenuti (i motori di ricerca, ma non solo) e fornitori di connettività (telecomunicazioni) anziché nell’attuale concentrazione dei nuovi ricavi in capo ai motori di ricerca, cioè a Google e un po’ a Yahoo, e indirettamente alle telecomunicazioni. È possibile che ciò avvenga attraverso accordi tra le parti oppure che, in qualche modo, intervengano i governi. A quel punto, dall’essere parte del problema, Google potrebbe diventare parte della soluzione: da vampiro del lavoro dei media per il proprio esclusivo profitto a canalizzatore consociativo di una remunerazione di quel lavoro che, diversamente, i media faticherebbero a ottenere sul web. Ma se questa è la posta in gioco, bisogna essere consapevoli di quale debba essere la profondità del ripensamento.


Che cosa ci dice oggi la parola concorrenza, se gli editori tendono a formare cartelli nazionali e sopranazionali per fronteggiare Google? È meglio un accordo con il gigante di Mountain View, che può limitare le chances degli editori in erba, o uno scontro frontale, con gli editori che fanno da sé e consolidano così un cartello nel quale pochi saranno i padroni e molti i servi? Che cosa comporterebbe l’intervento regolatore dei governi – oggi non auspicato ma invocabile al dunque, General Motors docet – dopo tanti osanna alla deregulation? Che cosa vuol dire monopolio quando a tutti Google fornisce gratuitamente un servizio di informazione e su questo si applica la pubblicità in modo nuovo e gradito dagli inserzionisti, salvo non pagare contenuti che costano a chi li produce sfidando chi protesta a crearsi una propria infrastruttura? Monopolio del genio?
La strada è in salita. E sarebbe paradossale se i demiurghi della rete, simbolo di felice anarchia, abolendo nei fatti il diritto d’autore finissero con l’indebolire senza rimedio l’industria dell’informazione e il suo pluralismo, pilastri della libertà formalizzata. I nipotini di Milton Friedman potrebbero consolarsi considerando il predominio di Google un risultato del mercato, e perciò stesso non discutibile. La sinistra della rete potrebbe consolarsi ritrovando nella free economy la realizzazione su scala mondiale, a cura di un quasi monopolio quotato al Nasdaq, del «non si paga-non si paga» di Lotta continua (per i nati dopo il 1980: movimento politico estremista di sinistra italiano). Ma sarebbero ben magre consolazioni. L’industria dell’informazione è abbastanza vecchia per aver dilapidato nel tempo il suo patrimonio di credibilità. Ma l’istinto di conservazione può fare miracoli. Per cominciare, il miracolo di sottoporre a revisione quei trent’anni di sudditanza ai mercati finanziari e alla loro ideologia che le ha fatto prendere il “buco del secolo”. 

*Articolo pubblicato sulla rivista Italianieuropei n.1/2010

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