L’ideologo Campi lascia Fini prima del Congresso

Il direttore di Farefuturo non sarà all’appuntamento milanese del fine settimana di Futuro e Libertà. «Non sono un uomo per tutte le stagioni. Siamo passati dalla critica a Berlusconi all’invettiva, e mentre sulla critica lo abbiamo messo in difficoltà, con l’insulto sposiamo tesi su cui la sinis...

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7 Febbraio Feb 2011 1649 07 febbraio 2011 7 Febbraio 2011 - 16:49

La separazione si è consumata silenziosamente. L’ideologo del nuovo corso finiano, Alessandro Campi, non sarà a Milano alla costituente futurista del prossimo fine settimana. Un addio, non un arrivederci. Perché «non si può essere ideologi buoni per tutte le stagioni». E il direttore di Farefuturo, l’ispiratore della new wave finiana post An, in questa stagione non si riconosce più. A Gianfranco Fini ha espresso una critica severa sulla sua svolta terzopolista: «Siamo passati dalla critica a Berlusconi all’invettiva, e mentre sulla critica lo abbiamo messo in difficoltà, con l’insulto sposiamo tesi su cui la sinistra perde da quindici anni. E per di più ci confondiamo in un coro che non ha voci autonome». Troppi ammiccamenti a sinistra, troppa tattica, sia pur comprensibile dopo il voto del 14 dicembre, troppo Saviano e poco progetto, sull’economia, sulle riforme, poca idea di società. E così per Campi si è passati da una fase di costruzione di un altro centrodestra – moderato, non populista, incentrato su legalità e diritti – a una nebulosa fatta di «aperture a sinistra in chiave tattica, di rautismo di ritorno, il tutto alternato a un linguaggio cattolico moderato». In fondo, è stato come liberarsi da un imbarazzo reciproco se nell’inner circle del presidente della Camera trapela una certa insofferenza verso «quegli intellettuali, alla Campi, troppo disponibili al compromesso sia pur mascherato da tesi politologiche».

E non è un caso che Fini, nel preparare la svolta terzopolista al congresso di Milano che inizia venerdì, ha cambiato l’avanguardia intellettuale. Via Farefuturo, tornano i “Fascisti libertari”, per dirla col titolo dell’ultimo libro di Luciano Lanna: destra antiautoritaria, un po’ anarchica, un po’ anticapitalista, Pound e Pasolini, Flaiano e De André. Insomma un melting pot sinonimo di antiberlusconismo puro. Proprio il direttore del Secolo Luciano Lanna nel suo volume, uscito un paio di giorni fa, ha riletto tutte le svolte di Fini in questa chiave. A lui, a Filippo Rossi, che anima i siti di Farefuturo e Caffeina e a Flavia Perina sarà affidato il compito di animare il nuovo corso finiano. Mentre Umberto Croppi è l’intellettuale che sostituirà Campi nel ruolo di ideologo di riferimento: ex rautiano, è tornato con Fini dopo un lungo sodalizio con Alemanno di cui è stato assessore alla Cultura prima dell’ultimo rimpasto. È il vero teorico della destra che trova punti di contatto con la sinistra. 

Perché Gianfranco Fini è, innanzitutto, un tattico. Gelido giocatore più che intellettuale appassionato, sa che sta preparando uno strappo difficile da far digerire. La parola d’ordine di «un nuovo centrodestra» potrebbe rimanere su carta se il quadro dovesse precipitare. In caso di elezioni anticipate andrebbe per la prima volta nella sua vita (e in quella della destra italiana post ’92) contro il Cavaliere, e con uno spartito antiberlusconiano. Col terzo polo, oppure con la santa alleanza insieme al Pd, come vorrebbero i falchi che in Fli sono in maggioranza. Ecco che a Milano Fini deve far digerire ciò che molti dei suoi nemmeno immaginavano: Ronchi che chiama «comunisti» quelli del Pd neanche fosse Berlusconi, le colombe alla Viespoli che sperano ancora in un centrodestra magari senza Berlusconi, ma pur sempre centrodestra; vecchi camerati come Donato Lamorte pronti a lasciare la politica in caso di alleanza con la sinistra. Chissà cosa diranno vedendo ai fornelli della kermesse il dalemiano Gianfranco Vissani. 

Pronta la svolta. E poiché di ogni viaggio la cosa più difficile è il primo passo, Fini vuole farlo da solo coi suoi. Per questo non saranno presenti le delegazioni di Casini e Rutelli e a presiedere il congresso ci sarà Salvatore Tatarella, fratello di Pinuccio. Il messaggio è che non c’è “cedimento” a sinistra, anche se picchierà durissimo su Berlusconi. Che ormai i ponti con questa maggioranza non ci sono più, che il Pdl è un avversario alle urne. Pronto pure lo statuto. All’articolo 1 un riferimento al Ppe, citato qualche articolo della Costituzione, il Fli è definito il «partito del patriottismo repubblicano». Su questo impianto di valori Fli sarà il partito di Fini. Leggero, con una direzione larga e una segreteria politica ampia e rappresentativa. All’organizzazione Roberto Menia. Dentro, appunto, Perina e Croppi. Nessun “coordinatore”: Adolfo Urso sarà retrocesso al ruolo di “portavoce” della segreteria. È l’ora dei falchi. Il primo è Gianfranco Fini.

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