Se ne sono andati

Una doppia Francia ricordata attraverso due vite e due caratteri del cinema, l’attrice Maria Schneider e lo scenografo Jean-Dominique de La Rochefoucauld; un’antica scena di libertà e di vita di corte. E un’America orientalista che parlava arabo e che potrebbe capire parecchio dell’Egitto di ques...

Avigdor
13 Febbraio Feb 2011 1230 13 febbraio 2011 13 Febbraio 2011 - 12:30
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Maria Schneider

Jean-Dominique de La Rochefoucauld

Tutti e due francesi di Parigi, a Parigi sono morti. Lei, attrice di cinema, il 3 febbraio: aveva quasi 59 anni. Lui, scenografo e regista televisivo, un giorno prima, il 2 febbraio, a 79.

I vent’anni che li distanziavano non sono solo un breve spazio generazionale, se si considera chi e cosa questi due diversissimi artisti parigini hanno messo in scena e simboleggiato con le loro vite e i loro ruoli. A colpo d’occhio su come erano fatti, e a colpi di memoria, rappresentano un lasso di tempo storico molto più profondo, e un raddoppio di carattere nazionale che, da oltre due secoli, la Francia giostra come un privilegio concordato con se stessa, da esporre unico al mondo.
Ai milioni di turisti che a Parigi e nei suoi dintorni scorrazzano (da Place de la Bastille ai luoghi della Comune a Versailles…) quel Paese dice, con pietre, clima da grande Storia e scritte, che lì è esplosa – irreversibile – la libertà per tutti, e che sempre lì la massima educazione (di corte), dentro una lingua e dei modi fra i più consoni, si è formata come un esempio non taroccabile.
In parole povere, il set della storia francese, e la sua immagine souvenir, continuano a offrirsi, insieme, come liberazione incensurabile e anche scatenata (rivoluzione di folla e di singoli), e come douceur de vivre speciale perché felpata da secoli di perfezionamento. Maria Schneider (27 marzo 1952 – 3 febbraio 2011) e Jean-Dominique de La Rochefoucauld (30 giugno 1931 – 2 febbraio 2011) hanno quasi incrociato (un giorno di scarto), la loro morte, come due stemmi di quell’immagine. Maria, una specie di sans-culotte aggiornata agli anni Settanta del Novecento e ai resti di un esistenzialismo in fuga, è stata sfortunata nel padre e poi segnata a vita soprattutto in due parti e per due partner – Marlon Brando e Jack Nicholson – che il cinema (grande cinema, Bertolucci e Antonioni) le ha fatto scivolare addosso come spesso succede nel cinema e nella vita, e cioè per caso.
Il caso le ha decretato fra i piedi un padre che non l’aveva riconosciuta, l’imbrillantinato attore di genere Daniel Gélin (il cognome Schneider era quello della madre, ex mannequin e romena d’origine). Di fronte a quei due compagni di set, americani e mostruosi nella loro bravura e nel loro pedigree, lei ha giocato molto naturalmente il ruolo di un’orfana (di un po’di tutto, famiglia, ideali, vita) che «si lascia fare» e che poi spara, o di una ragazza tutta casuale ma protettiva, capace di amare a sprazzi di letto, di alberghi e di telefonate, ma sostanzialmente senza futuro.
Tanto questa ragazza («la ragazza» in Professione reporter di Antonioni, con Nicholson protagonista) quanto Jeanne (la parte, da quasi ventenne, in Ultimo tango a Parigi, di Bertolucci, con Marlon Brando a fianco e addosso) sono due prove riuscite di sensualità dispersa, già navigata, ma che nel vuoto vive e che dal vuoto potrebbe aspettarsi qualcosa. I vuoti di quei due film sono Parigi, l’Africa francofona in guerra, e tappe spagnole splendide e provinciali. In questi luoghi Maria Schneider ha recitato da comunarda sconfitta o come una di quelle spettinate popolane di Parigi che, fino al giorno prima di salire sulla ghigliottina, appassionavano giorno e notte Danton. Un carattere nazionale di lotta e di sfaldamento in una brava attrice del lungo Sessantotto.
La Rochefoucauld (una fisionomia sofisticata, longitudinale e ironica) ha avuto invece il peso e la leggerezza di un nome fra i più patrizi di Francia, e l’arte molto democratica e adattabile (scenografia e cinema in tv) di far vedere a tutti che cosa significasse pensare e muoversi «nel passato». Come categoria di vita ed emozione del pensiero, non solo francese.
I soggetti del suo primo periodo da scenografo (quasi tutti con Roberto Rossellini regista, l’ultimo Rossellini appassionato della Storia in costume) sono stati il Re Sole, gli Apostoli, Socrate, Pascal, Agostino d’Ippona, e anche Leonardo da Vinci (diretto da Renato Castellani). Una successione di giganti e di titoli. Uno in particolare, un capolavoro, ha marchiato Jean-Dominique scenografo nella memoria generale: quel La Prise de pouvoir par Louis XIV (1966) dove Rossellini mostra come a volte, nella Storia, un certo ritmo organizzato nei fatti e nella loro successione, determini una fila di novità stabili. In quel caso, uno Stato ricreato (la monarchia assoluta), una reggia da far venir fuori nel vuoto di un parco (Versailles), una classe di cortigiani (variata e pensante), un’educazione e delle maniere esemplari. Il film, le sue scene, i suoi dialoghi, sono il trionfo di quel ritmo e una sintesi sociologica trascinante. Jean-Dominique ha dato il quadro, divertendosi nel suo passato, ma con un’accorgimento: l’assenza di sontuosità (tipo cartolina dell’antico regime), dato che quel modello era ancora da costruire. E che quelle scene dovevano essere accessibili, tre secoli dopo, all’immaginazione di milioni di spettatori postrivoluzionari. D’altronde era stato proprio un altro La Rochefoucauld (esattamente un La Rochefocauld-Liancourt, a Versailles, il 14 luglio 1789) a tracciare, in poche parole, al re Luigi XVI, la scena di quello che era appena successo a Parigi: «Sire, non è una rivolta, è la rivoluzione».

 

Richard Parker

Diplomatico americano (3 luglio 1923 – 7 gennaio 2011), conoscitore della lingua e della cultura araba, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Algeria, Libano e Marocco. Aveva 87 anni, è morto in una casa di riposo di Washington D.C.

Già durante l’ultima guerra, ma soprattutto dopo il 1945, gli Stati Uniti prima potenza mondiale hanno avuto il culto di elencare, con una serie di definizioni gerarchiche, le mansioni o le specialità di chi li rappresentava nel mondo, in scala d’importanza ma anche di cognizione di causa (di un Paese, di una crisi, di un negoziato). Anche oggi, agli ambasciatori possono affiancarsi gli ambasciatori viaggianti, e poi gli inviati particolari del Presidente, e gli esperti sputati fuori dalle facoltà di Scienze politiche o di Storia delle università delle due coste. Cosi, in disordine, può venire in mente il nome celebre dell’ambasciatore Harriman (buono psicologo dell’Urss, dai tempi di Stalin), o del generale Bedell Smith (protagonista della Conferenza di Pace per l’Indocina nel 1954), o la collana più recente di mediatori nel cul de sac mediorentale: dal dimenticato Philip Habib, all’attivo quanto disarmato generale Anthony Zinni, ai pazientissimi tessitori Ross e Kimche. A molti di loro, una parte del mondo diffidente ha chiesto, a volte forte come uno schiaffo in faccia, se per caso voluto non fossero anche dei quiet americans, cioè delle spie, degli agenti Cia, dei cospiratori attivi e non letterari. Richard Parker (uno dei migliori ambasciatori-emissari americani nei mondi arabi dell’ultimo mezzo secolo) è stato schiaffeggiato da quel sospetto almeno due volte accertate, al Cairo e a Rabat. Apertamente da Gamal Abd el-Nasser, nei tardi anni Cinquanta, quando il raìs non allineato era in realtà sovietizzante, e quando Parker abitava la sua ambasciata come consigliere-esperto. Nasser voleva espellerlo (solo una minaccia), e, anni dopo, la minicrisi veniva cosi spiegata dallo stesso Parker: «Gli egiziani mi hanno poi spiegato come avessero pensato che il mio agire non fosse propriamente diplomatico. Non sono sicuro di cosa volessero dire, ma l’ho assunto come un sottinteso complimento». Quanto ad Hassan II, il re del Marocco sempre fortunato nello sfuggire a sparsi ma sanguinosi attentati, non sembrava, ogni tanto, del tutto convinto che l’ambasciatore americano (Parker svolse a Rabat il suo ultimo incarico, fino al 1978) non sapesse in anticipo che volevano fargli la pelle, o che addirittura non fosse malinconico per questo. Ma Parker ha anche contraddetto il pregiudizio, soprattutto anglo-francese, sulle deficitarie capacità “orientaliste” degli inviati americani di vario genere. A Londra e Parigi si rimarcava spesso come i loro imperi, a differenza dell’America, avessero anche sparso consoli, ufficiali, ambasciatori, agenti, spie, intellettuali, avventurieri, che imparavano alla perfezione quelle lingue, che diventavano archeologi o islamisti, che studiavano tutta quella storia, o che provavano a diventare psicologi o eroi (un po’ ambivalenti) di quella civiltà. Parker, da americano non tranquillo (cioè non beato in una potente autosufficienza), ha fatto parte anche lui di questa truppa di esploratori, subito dopo la guerra. Liberato dai russi dal lager polacco dove era prigioniero dei tedeschi dopo l’offensiva delle Ardenne, il rientro lungo l’asse Odessa-Istanbul-Port Said, e in particolare la “maestà di Istanbul”, lo avvolsero senza remissione (successivamente, da fotografo amatoriale ma di grande qualità, impressionò quelle sensazioni in migliaia di fotografie in bianco e nero di monumenti islamici). Nel 1949, assunto al Foreign Service del Dipartimento di Stato, era già un arabista specializzato. Sembra che il suo parlare arabo fosse native fluent, ed è certo che soprattutto i presidenti Ford e Carter lo consultassero come primo respected adviser on Middle Eastern politics. Uno così, in questi giorni, verrebbe spedito da Washington al Cairo. Forse senza paura di venire schiaffeggiato con domande indiscrete…  

Il quadro di questa settimana: «Scarlet scarf on studio chair» di Avigdor Arikha, 1989, olio su tela

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