«Emergenza immigrazione? Sì, per Egitto e Tunisia»

Mentre in Italia si parla allarmisticamente di grandi ondate migratorie dalla Libia «i fatti per ora dicono cose molto diverse». Ferruccio Pastore, esperto di fenomeni migratori e membro del Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’immigrazione (Fieri), restituisce a Linkiesta un quadro m...

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25 Febbraio Feb 2011 1311 25 febbraio 2011 25 Febbraio 2011 - 13:11

Professore, arriveranno migliaia di profughi dalla Libia?
Il governo Berlusconi si sta distinguendo per una gestione della crisi basata solo sull’allarme. Destinatari di questa politica sono l’opinione pubblica italiana e l’Unione europea. Si sta cercando di non far guardare né al presente (quello che sta succedendo a Tripoli) né al passato (errori strategici madornali), ma a un futuro solo ipotetico di grande invasione. Uno spettro, uno spauracchio. Con una triplice minaccia: migratoria, politica (terrorismo islamico) ed energetica.

Ma questa paura è fondata o no?
Non dico che sia completamente tarocca, è ovvio. Cioè che si tratti unicamente di puro marketing politico. Ma i fatti per ora dicono cose molto diverse. Non stanno arrivando barconi stracarichi a Lampedusa. Invece migliaia o forse milioni di persone fuggono verso la Tunisia e l’Egitto. Scappano, insomma, i tanti tunisini ed egiziani che erano in Libia per lavoro. E sono i loro Paesi di origine (peraltro anch’essi in un periodo di forte destabilizzazione) che hanno dovuto fronteggiare il vero allarme. Per cui Italia e Ue, se volessero fare una politica sensata, dovrebbero pensare ad aiuti per il Cairo e Tunisi, per evitare che lì si crei il vero caos.

Ma in Italia si dice che la Libia fa da tappo all’immigrazione dall’area subsahariana e dal Corno d’Africa…
La grande massa di queste persone presenti in Libia, a differenza di quanto il governo italiano e Gheddafi hanno cercato di far credere negli ultimi anni, non è gente in transito. La Libia è uno dei Paesi con più alto tasso d’immigrazione. È uno Stato grande in termini di territorio e di energia, ma piccolo come demografia (appena 6 milioni di abitanti). E quindi ha uno storico bisogno di manodopera straniera, la cui provenienza è cambiata a seconda delle ondivaghe politiche del raìs. Inizialmente veniva principalmente dai vicini nordafricani. Poi, dopo la rottura con la Lega Araba per il mancato appoggio ai tempi dell’embargo, dall’Africa subsahariana, con tutta la fase della retorica panafricanista, più tardi rinnegata, scaricando contro i neri le colpe di tutti i problemi, con una retorica molto aggressiva che batteva soprattutto sul contagio dell’aids. Gheddafi è riuscito persino a farsi pagare dall’Italia molti charter per farli rimpatriare nei loro Paesi di origine.

Ma quanti sono questi immigrati in Libia?
È mai stato a Tripoli? Quel posto, le assicuro, non dà l’impressione di avere un buon ufficio demografico. Non ci sono statistiche ufficiali, né registri. Si sa che gli immigrati sono strutturalmente indispensabili per il funzionamento dell’attività estrattiva del petrolio e del gas e per i grandi lavori infrastrutturali messi in opera negli ultimi anni. Le stime arrivano a un milione e mezzo o due milioni. Ma si tratta di un fenomeno stanziale. Non si può credere che ora questi due milioni siano pronti a fare tutti insieme il balzo verso l’Italia, come si è visto sui giornali anche per bocca di persone di solito sensate…

Perché no?
Intanto per una questione meramente logistica. L’esodo biblico (a parte che con Mosè pare non fossero in più di qualche centinaia, già a quei tempi si andava di iperboli…) richiederebbe mezzi che non sembrano disponibili. Le barche che arrivano adesso portano di solito una media di 20 persone. Alcuni grandi pescherecci sono arrivati a superare le 200. Ma per portare migliaia o milioni di persone ci vorrebbero intere flotte. È vero che la Libia ha una marina militare e una commerciale e potrebbero esserci casi come il Vlora, la nave che attraccò a Bari nel 1991 stracarica di ventimila albanesi. Ma sono eventi difficilmente replicabili, perché unità navali del genere sono più facili da monitorare.

Ma oltre a chi arriva dall’Africa subsahariana non potrebbero fuggire anche i libici stavolta, a causa della guerra?
La Libia non ha una tradizione di emigrazione, perché è passata dalla povertà estrema a una ricchezza significativa, seppur mal distribuita. Come in Arabia Saudita i pastori sono diventati petrolieri. Ora, però, se prevarrà la rivolta, i sostenitori del regime potrebbero vedersela molto brutta ed essere costretti alla fuga. Per gli alti papaveri la destinazione più naturale è qualche regime compiacente nell’Africa subsahariana. Le medie leve potrebbero dover fuggire con mezzi più di fortuna e cercare la via italiana. Ma si parla di numeri ridotti. Qualche migliaio di persone. Non preoccupanti dal punto di vista demografico. Semmai sconvenienti da quello politico diplomatico perché ci troveremmo a dover dare asilo politico a chi ha difeso fino all’ultimo un regime sanguinario.

Ma non c’è invece il rischio che una instabilità protratta, una lunga guerra civile crei un esodo più consistente?
Certo la iraqizzazione o afganistizzazione del conflitto avrebbe i suoi riflessi. Da noi non se ne è quasi parlato perché il fenomeno era lontano e filtrato dalla Turchia, ma il grosso dell’esodo da quei Paesi (dall’Iraq soprattutto in Siria e Giordania) si è verificato dopo la fine dei conflitti armati veri e propri; nei lunghi anni di caos. La Libia però è un Paese molto vasto e molto poco densamente abitato, che offre vie di fughe entro i confini. Così come, nel caso finora teorico di una spartizione territoriale tra Cirenaica e Tripolitania, il grosso dei movimenti sarebbe probabilmente interno. Una redistribuzione nelle terre d’origine.

E gli immigrati che fine farebbero?
La loro è la situazione più preoccupante a prescindere. Parlo soprattutto di quelli di provenienza subsahariana. Purtroppo le voci di mercenari provenienti dai loro Paesi d’origine, potrebbe aumentare lo stigma e il razzismo nei loro confronti. Rischiano di essere degli ottimi capri espiatori.

Ma non è preoccupante l’instabilità di un eventuale dopo Gheddafi?
Non riesco davvero a capire questa prudenza ai limiti della connivenza che sta circolando in Italia. Davvero pensate che un uomo che è sempre stato doppio e pronto a umiliare l’Occidente (ricordate l’accoglienza da eroe ad Abdelbaset Ali Mohamed al-Megrahi, il libico responsabile della strage di Lockerbie?) potrebbe garantirci di più? Sia per quanto riguarda il controllo dell’immigrazione che come argine all’islamismo? Io vedo decine di lanci su Twitter dalla Libia. Questo contropotere è un problema anche per quegli islamisti che volessero provare a egemonizzare queste rivolte. Credete che chi non ne poteva più di Gheddafi o di Mubarak ci stia a farsi rimettere dopodomani il bavaglio dagli imam fondamentalisti? Io no.

Per approfondire i rapporti italo-libici sul tema immigrazione potete consultare (in inglese) un paper del professor Ferruccio Pastore e di Emanuela Paoletti presentato recentemente all’International Migration Institute dell’Università di Oxford, dal titolo «Sharing the dirty job on the southern front? Italian–Libyan relations on migration and their impact on the European Union».
 

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