La Consob ha firmato il tramonto di Ligresti

La decisione della Consob che ha imposto l’Opa sulle società di Ligresti è stata voluta dai vertici della Commissione, mentre i tecnici avrebbero avallato una scelta di mediazione. La linea del rigore promossa da Vegas, nuovo capo della Consob legato a Giulio Tremonti, spinge ora il gruppo che fa...

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5 Marzo Mar 2011 1941 05 marzo 2011 5 Marzo 2011 - 19:41
Messe Frankfurt

Bisognerebbe saper lasciare (bene) le cose prima che siano le cose a lasciare noi, e Salvatore Ligresti, fondatore e patriarca di un gruppo che tramite società lussemburghesi controlla la holding Premafin e le compagnie Fondiaria Sai e Milano Assicurazioni, non pare volersi rassegnare a questa piccola verità che un vecchio banchiere milanese amava ripetere.

Da quando ne hanno preso il controllo nel 2002 – tramite un furbo quanto costoso uso di contratti derivati finalizzato a eludere l’obbligo di Opa – i Ligresti sono riusciti a portare la Fondiaria (nel frattempo fusa con la Sai, che già gestivano) quasi sul ciglio del burrone. Da compagnia, probabilmente non brillantissima ma tuttavia capace di assicurare una redditività sicura, grazie anche a un patrimonio immobiliare di assoluto pregio, la Fondiaria si è ridotta a dover varare un aumento di capitale da 460 milioni di euro. Ha perso quasi 400 milioni nel 2009 e altri 430 nei primi nove mesi del 2010. Quando fra qualche settimana arriveranno i conti dell’intero anno, difficilmente ci saranno grosse sorprese in positivo. Anzi, il timore dell’intera comunità finanziaria, banchieri e gestori, analisti e trader, è che anche quest’anno sarà necessario svalutare le partecipazioni.

Ma la roba è la roba e l'immobiliarista di Paternò non è disponibile a vendere. La figlia Jonella Ligresti, presidente di Fondiaria Sai, pare abbia provato a convircerlo, ma tutto quello che è riuscita a cucinare è stato il solito pasticcio all’italiana. La soluzione ideata per uscire dalla crisi finanziaria era infatti da un lato una rinegoziazione del debito con le banche (322 milioni) e dall’altro varare un aumento di capitale Premafin da 225 milioni. Più della metà dei quali garantiti dalla compagnia francese Groupama a fronte di una quota post-aumento del 17 per cento. L’operazione è accompagnata da patti di sindacato fra i Ligresti e i francesi e obblighi così incisivi sulle scelte di gestione da configurare un cambiamento sostanziale del controllo sia della Premafin sia delle società a valle, e in particolare della Fondiaria Sai. E dunque, in teoria, l’obbligo di Opa, a norma di Testo unico della finanza. Per mesi i francesi e i consulenti dei Ligresti hanno cercato di convincere la Consob che le cose non stessero così, e che non c’è nessun cambio di controllo. Sembrava fatta. E invece ieri la commissione guidata da Giuseppe Vegas, neo-presidente succeduto a Lamberto Cardia, ha risposto picche. Serve l’Opa sia su Premafin sia su Fondiaria Sai. Con grande sorpresa di tutti a Milano: nessuno si aspettava che Giuseppe Vegas, neo presidente della Consob, esordisse con una decisione che fa giustizia del vecchio tran tran. 

L’accordo tra Groupama e i Ligresti è «un accordo interamente nuovo» e il suo impatto sugli assetti di controllo di Premafin «è significativo». Groupama, si legge nelle motivazioni della decisione diffuse ieri dalla società francese, «potrebbe diventare, ad esito dell’operazione, il socio di maggioranza relativa di Premafin». E l’influenza transalpina è rafforzata dalla presenza di Vincent Bollorè, titolare di una partecipazione superiore al 5% di Premafin e finanziere dai molteplici interessi in in Italia (Mediobanca in primis),  legato a Groupama «da significativi rapporti societari».

Al di là delle motivazioni, buone per eventualmente per un ricorso al Tar o per costruire una nuova architettura del patto che sia accettabile dal punto di vista formale, la Consob di Vegas è andata al cuore del problema: gli accordi determinano un cambio del controllo e dunque i vantaggi che vanno all'azionista di controllo attuale (i Ligresti) devono anche essere riconosciuti a tutti gli altri (i soci di minoranza di Premafin e di Fondiaria). Una conclusione, quella fatta dai commissari e avallata da Vegas, che supera anche le indicazioni ricevuto dagli uffici interni della Consob, la divisione emittenti, retta ad interim dal dirigente Vincenzo Maccarone, e l’ufficio Opa e assetti proprietari guidato da Maria Mazzarella. Secondo quanto Linkiesta ha potuto ricostruire presso diverse fonti autorevoli, le strutture interne di Consob avevano infatti avallato una soluzione a metà: Opa sì, ma solo su Premafin. Che era poi quando andava circolando da giorni, anche sulla stampa.

Tuttavia, la soluzione proposta dai tecnici dell’autorità di Borsa aveva in sé un che di paradossale: perché mai i francesi entrano in Premafin, se non per il 40% che questa detiene in Fondiaria? Un paradosso che non è sfuggito né a Vegas né agli altri commissari. Da qui l’obbligo di Opa anche sulla Fondiaria Sai: le clausole stabilite nel patto, ha spiegato la Consob, sembrano in grado «di determinare un significativo impatto sulla gestione ordinaria di Premafin», e quindi a cascata anche sulla compagnia assicurativa.

A questo punto si ritorna al punto da cui eravamo partiti. Servono soldi, Ligresti non li ha, e dunque non ha altra scelta che vendere Fondiaria. Ai francesi di Groupama se questi hanno voglia e soldi di impegnarsi in una costosa doppia Opa (ma non pare sia così). Francesi e Ligresti possono anche ingaggiare l’incerta via del contenzioso amministrativo con ricorso al Tar: ma il tempo passa e Fondiaria non può attendere troppo. Ligresti potrebbe anche decidere di temporeggiare e vendere solo Milano Assicurazioni (controllata di Fondiaria, sulla quale non è scattata però l’Opa a cascata perché troppo piccola rispetto alla controllante). Ma così il problema sarebbe solo rinviato. La scelta più logica da fare sarebbe di passare la mano e chiudere i conti aperti con il sistema bancario. A meno che le banche, a cominciare dal “creditore di riferimento” Unicredit fino a Intesa Sanpaolo, non decidano di concedere un’altra sponda di salvataggio a un azionista che, a quasi dieci anni dall’esordio, ha distrutto valore.

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