I bond bancari non rendono ma i clienti ci cascano sempre

Le misure di trasparenza imposte sulle obbligazioni collocate allo sportello non hanno cambiato di molto la situazione. Gli italiani continuano a sottoscrivere titoli che non remunerano adeguatamente il rischio di questi prodotti, pagando commissioni che in qualche caso superano il 10 per cento. ...

Soldi
7 Marzo Mar 2011 1200 07 marzo 2011 7 Marzo 2011 - 12:00
Messe Frankfurt

Non è cambiato molto da quando la legge sul risparmio (la 262/2005) ha introdotto l’obbligo di prospetto per le obbligazioni bancarie. Gli italiani continuano a essere grandi compratori di bond emessi o comunque venduti dall’istituto di credito presso cui hanno in essere un conto corrente. Quasi sempre contro il loro stesso interesse.

Se al supermercato, di fronte a due detersivi, uno di marca e a buon prezzo e un altro più caro e di qualità inferiore, la casalinga di Voghera non ha dubbi sulla scelta, quando arriva allo sportello le idee si confondono. Immancabilmente, mette nel proprio portafoglio il prodotto d’investimento che rende meno e che è anche meno sicuro, pagando oneri di vario genere, che in qualche caso superano il 10 per cento.

Non è un caso che a guardare la composizione di portafoglio delle famiglie italiane, emerge che le obbligazioni bancarie hanno assunto un peso sempre più rilevante. Giuseppe Lusignani, professore di economia degli intermediari finanziari presso l’Università di Bologna, ha stimato che a fine 2009 rappresentassero il 10,8% delle attività finanziarie delle famiglie (era il 2,1% nel 1995 e l’8,5% nel 2007), mentre in Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna l’incidenza attuale non supera mai l’1,5 per cento. Accade così che le consistenze di obbligazioni bancarie collocate presso la clientela siano stimabili in poco meno di 600 miliardi di euro a fine 2010 (dati Banca d’Italia). Il ritmo di emissioni resta intenso: nel solo 2011, secondo una rielaborazione su dati societari effettuata dal quotidiano la Repubblica, Intesa Sanpaolo dovrà rifinanziare 26 miliardi di bond in scadenza e già collocati presso i risparmiatori, Mps quasi 7 miliardi, Ubi Banca 9,5.

Una valanga di titoli che vengono venduti a dispetto di quello che rendono. La filiale bancaria sembra godere di prerogative di extraterritorialità rispetto al principio base della finanza (rendimento atteso più alto a fronte di maggiori rischi). “Un caso di anomalia comportamentale”, è l’ipotesi formulata da Nadia Linciano, ricercatrice della Consob, nel corso di un convegno che si è tenuto lo scorso novembre a Milano. Le spiegazioni sono molteplici. L’abilità di piazzisti delle reti bancarie e la loro capillarità sul territorio è certamente la spiegazione numero uno. Colossi come Intesa Sanpaolo e Unicredit, che insieme hanno qualcosa come 10mila filiali in Italia, sono capaci di piazzare qualunque prodotto: obbligazioni, polizze e anche derivati alle imprese, come di tanto la cronaca registra.

Un potere che fa leva soprattutto sull’ignoranza delle famiglie «che non sono in grado di cogliere nemmeno le caratteristiche dei titoli più semplici, e di valutarne la convenienza rispetto a forme di investimento alternative», rileva una ricerca Consob. I rendimenti, così come calcolati dai ricercatori dell’autorità di vigilanza sul periodo 2007-2009, risultano in media inferiori a quelli dei titoli di Stato domestici. E «se si tiene conto degli elevati costi impliciti nel prezzo di collocamento, tale ultimo risultato vale anche per le obbligazioni strutturate. 

Il paradosso, o meglio la triste realtà, è che tutto è esplicito, tutto dichiarato nei prospetti informativi di base e nel documento chiamato “condizioni definitive” (vedi infografica). Se si ha la pazienza di leggere il prospetto relativo all’emissione obbligazionaria del Banco Popolare denominata «One coupon con bermudan swapation» (scadenza 28 febbraio 2016), si scopre che «sono previsti oneri impliciti (…) che determinano una immediata e inevitabile riduzione del prezzo di mercato rispetto a quello di collocamento, fin dal momento immediatamente successivo all’emissione». In parole semplici: il cliente si ritrova in tasca un bond che, un secondo dopo avere pagato 100, vale 97. Come se non bastasse, il rendimento netto a scadenza è pari all’1,60%, rispetto ad un rendimento netto del 2,93% di un Btp di pari durata. Il tutto con un costo totale per il cliente pari a 67 euro su 1.000 euro sottoscritti. Ma allo sportello fila tutto liscio, dicono, nessun dubbio, nessuna lamentela: esponenti della divisione marketing del Banco Popolare, contatti da Linkiesta, affermano che «pur in un contesto economico ancora fragile e di preoccupazione da parte dei risparmiatori, abbiamo notato un miglioramento del livello di soddisfazione della nostra clientela».

Cambia la banca, non i comportamenti allo sportello. Per esempio, il valore denaro/lettera dell’obbligazione giugno 2017 emessa da Banca Imi (Intesa Sanpaolo) ma collocata sulle filiali del gruppo Ubi, è di 892,5/902,5, rispetto ai 1000 euro versati in sottoscrizione, pagando commissioni e oneri per 35 euro. Il rendimento di questo titolo non regge il confronto con un Cct di medesima durata: 0,942% (al netto di tasse) rispetto a 2,17% netto del titolo di stato.  Anche la Imi 30 dicembre 2014, che lo scorso dicembre è stata collocata sulle banche del gruppo Intesa Sanpaolo, prevede oneri e commissioni di 22,82 euro per ogni 1.000 euro sottoscritti, e un rendimento effettivo netto del 2,19% contro il 2,37% del Btp paragonabile. Secondo Gianluca Fiorini, che lavora nell’area marketing della banca guidata da Corrado Passera, «il nostro cliente richiede sicurezza negli investimenti e, di frequente, garanzia del capitale. Ciò può mettere, a volte, in secondo piano l’esigenza di un rendimento potenziale dell’investimento, e di conseguenza viene sfruttato meno il fattore orizzonte temporale». La morale spiegata dai banchieri suona così: il cliente accetta liberamente di scambiare meno rendimento con più sicurezza. Un ragionamento che cozza però contro un’evidenza: spesso il rating (cioè il grado di affidabilità del debitore) dell’emittente, così come calcolato dalle tre principali agenzie del settore (Fitch, Moody’s, Standard & Poor’s), non è superiore a quello del Tesoro.

Decisamente meglio della concorrenza fanno le obbligazioni Mps, un fatto che stupisce molti osservatori, viste le difficoltà patrimoniali in cui versa l’istituto guidato da Mussari. Ad esempio, le “step up/step down callable” (obbligazioni con cedole crescenti/decrescenti con facoltà di rimborso anticipato), con scadenza al 24 settembre 2011, non hanno commissioni di collocamento, prevedono cedole tra 4,20% e 4,60%, e sul mercato quotano tra 99,7 e 100. «Sul rendimento abbiamo adottato una policy chiara, che è quella di non incorrere in problematiche di rischio reputazionale qualora la nostra obbligazione non fosse competitiva rispetto all’omologo titolo di Stato. Si tratta di una scelta di forte trasparenza che si conferma anche nell’assenza di commissioni di collocamento», rivendica Eugenio Periti, responsabile del servizio private banking del gruppo Montepaschi. Forse è necessario che un istituto sia in difficoltà o si senta sotto pressione perché offra buoni prodotti ai risparmiatori? Quale che sia la risposta alla domanda, una cosa è certa: a parità di rischio emittente, i rendimenti offerti allo sportello sono significativamente inferiori rispetto a quelli offerti agli investitori istituzionali.

A parità di ogni altra condizione (cultura finanziaria inclusa), una regola potrebbe aiutare a limitare i danni e ottenere qualcosa in più: non comprare mai i bond in fase di collocamento, aspettare almeno un mese e poi, se proprio non si trova di meglio, acquistare sul mercato secondario. Quanto meno si risparmiano le commissioni di collocamento. Tuttavia, anche in questo caso, resta a carico del risparmiatore il rischio di liquidità: ossia la difficoltà o l’impossibilità di vendere prima della scadenza naturale. Salvo accollarsi un costo (implicito in un prezzo di vendita più basso) che potrebbe dare origine a perdite in conto capitale o comunque ridurre il rendimento stimato in partenza.

L’analfabetismo finanziario degli italiani spiega la sostanziale inefficacia degli obblighi di trasparenza imposti nel tempo agli operatori: da un lato, consultare prospetti di decine e decine di pagine è effettivamente complesso e faticoso, dall’altro mancano i concetti base per capirne il contenuto. Sul primo punto, un piccolo passo in avanti dovrebbe essere fatto con l’aggiornamento della “direttiva prospetti” in sede comunitaria. In fase applicativa, potrebbe esserci infatti un intervento della Consob, in direzione di una maggiore semplificazione dei documenti, magari con la previsione di una scheda-sintesi che contenga pochi elementi comprensibili al vasto pubblico. Quanto alla cultura finanziaria, invece, il discorso è più complicato. Le autorità di vigilanza (Bankitalia, Consob, Isvap), stanno predispondendo un portale di educazione finanziaria, che dovrebbe essere disponibile nei prossimi mesi. Ma forse sarebbe necessario un piano di alfabetizzazione di vasta portata. Ma la situazione è allarmante: secondo un’indagine coordinata nel 2007 dagli economisti Luigi Zingales e Tito Boeri, il 52% degli italiani non conosce la differenza tra azioni (che attribuiscono la qualità di “socio” di un’impresa) e obbligazioni (che invece fanno dell’investitore un “creditore”).

Il quadro del fenomeno, comunque, non sarebbe completo se, accanto alla forza persuasiva delle reti commerciali e all’analfabetismo finanziario di massa, non si considerassero altri due fattori, uno istituzionale e l’altro cognitivo. Il primo ci riporta al ruolo dell’autorità di vigilanza. Secondo quanto risulta a Linkiesta, da tempo la Banca d’Italia sta facendo pressione sugli istituti perché non siano troppo dipendenti dai finanziamenti della Banca centrale europea. A fine gennaio, le banche italiane, che rappresentano il 12% degli attivi bancari in Europa, hanno preso in prestito 47 miliardi di euro presso la Bce: solo il 9,8% dei 479 miliardi di finanziamenti erogati da Francoforte. L’input che arriva da Via Nazionale è di non appesantire il canale Bce, «che va tenuto libero per i momenti di emergenza, per esempio nel caso in cui le aste del Tesoro rischiassero di andare deserte», testimonia un banchiere. La giusta preoccupazione per la liquidità delle banche, però, non è accompagnata da una pari attenzione alla qualità dei prodotti con cui la raccolta viene effettuata. 

L’aspetto cognitivo-comportamentale ha invece a che fare con l’irrazionalità insita nell’uomo, che invece le teorie economiche dominanti, sulle quali è costruita tutta la regolamentazione vigente, descrivono come un individuo perfettamente razionale, in grado di calcolare correttamente costi e benefici. E invece il meccanismo psicologico che scatta quando si sceglie fra due titoli è un altro. «È una trappola mentale che ci porta a confondere familiarità per sicurezza», spiega Matteo Motterlini, professore ordinario di Logica e Filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e studioso di finanza comportamentale. Il mercato statunitense costituisce il 47 per cento circa del mercato mondiali di azioni; il Giappone il 26 per cento. Secondo le teorie di portafoglio, le persone dovrebbero diversificare gli investimenti in azioni, rispettando questa suddivisione. In invece, accade che il 93% degli investimenti americani sono in azioni Usa, il 98% di quelli giapponesi in azioni giapponesi.  «La sede madre della Coca-Cola è ad Atlanta e chi detiene il 16% delle azioni della multinazionale Coca-Cola? Gli abitanti di Atlanta. C’è poco da stupirsi quindi che gran parte dei sottoscrittori di obbligazioni Parmalat fossero emiliani – aggiunge Motterlini – Semplicemente le persone investono i loro soldi nelle società che sono loro più familiari. E le società che credono di conoscere meglio sono quelle vicine a loro, di cui, per misteriose ragioni di quartiere, ci si fida di più».

È come se il cervello prendesse una scorciatoia, sostituendo alle variabili da tenere in considerazione (rischio/rendimento e liquidabilità, nel caso delle obbligazioni), una variabile sola, più gestibile. «Ma è una scorciatoia che porterà quasi certamente alla destinazione sbagliata – conclude Motterlini –  e a illudersi di trovarsi esposti a meno rischi di quelli che si stanno correndo realmente. Il caso Parmalat insegna». Le banche sanno che le scorciatoie sono un boomberang, che torna indietro e colpisce i risparmiatori sprovveduti. E sulla fragilità di questi ultimi guadagnano. Ecco perché, insieme al lavoro per migliorare la qualità dell’offerta, imponendo vincoli più o meno efficaci alle banche, il governo e le autorità di vigilanza dovrebbero porsi seriamente il problema di come alfabetizzare un popolo che non sa far di conto sui propri, sudati e sempre più risicati, risparmi. 

 

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