I Cocos, ultima follia finanziaria, piacciono all’Italia

Un nuovo report di Ubs mette in guardia dai rischi sistemici legati all’uso dei Contingent convertible bond, ossia obbligazioni trasformabili in azioni. Nel 2009 la Banca dei regolamenti internazionali li aveva definiti prodotti «troppo imprevedibili per essere incoraggiati dalle authority di vig...

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8 Marzo Mar 2011 1545 08 marzo 2011 8 Marzo 2011 - 15:45
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Messe Frankfurt

I Cocos continuano a far discutere il mondo finanziario. Dopo le accuse del numero uno di Ubs, Oswald Grübel, un nuovo report della banca elvetica mette in guardia dai rischi sistemici legati all’uso di questi strumenti. I Contingent convertible bond, ossia obbligazioni trasformabili in azioni una volta sforati i limiti patrimoniali di Basilea III, potenzialmente «potrebbero creare un effetto domino capace di mettere a dura prova la resistenza delle banche che li hanno utilizzati». E pensare che già nel dicembre 2009 la Banca dei regolamenti internazionali aveva definito i Cocos prodotti «troppo imprevedibili per essere incoraggiati dalle authority di vigilanza».  

I nuovi strumenti di finanziamento e salvataggio degli istituti di credito stanno per invadere i mercati. Secondo Standard & Poor’s nei prossimi dieci anni saranno collocati Coco bond per circa mille miliardi di euro. I primi a utilizzarli sono stati gli inglesi del Lloyds, che hanno in portafoglio circa 8,7 miliardi di euro di enhanced capital notes, cioè Cocos. Se il capitale di vigilanza, il Tier 1, scende sotto quota 5% questi vengono immediatamente convertiti in azioni ordinarie. Per Alastair Ryan e John-Paul Crutchley, gli analisti di Ubs che hanno curato il report (ripreso anche da Alphaville, il blog finanziario del Financial Times), gli squilibri iniziano proprio in questo istante. «Qualora la conversione fosse considerata imminente, a causa di un significativo peggioramento della società o dell’outlook del Regno Unito, crediamo che i possessori di questi titoli probabilmente potrebbero scegliere di coprire il rischio vendendo le azioni allo scoperto». In altre parole, se la banca naviga in cattive acque, gli investitori potrebbero cominciare a utilizzare posizioni ribassiste sulla stessa. Ma c’è di più.

In questo scenario di pressione, il ruolo dei sottoscrittori dei Cocos targati Lloyds rimane pressoché invariato, ma se il Tier 1 precipita sotto il 5% scatta la conversione. Oltre alla fuga degli investitori tradizionali, potrebbe esserci quella di chi ha comprato i Cocos, che nel frattempo sono diventati azioni. «Difficilmente un investitore istituzionale decide di mantenere posizioni così a rischio», fa notare Ubs. La prima conseguenza potrebbe essere un ulteriore aggravamento della situazione della banca. L’emorragia di capitale sarebbe nel brevissimo termine ripianata tramite questi strumenti ibridi, ma i nuovi azionisti avrebbero un incentivo a lasciar la barca prima che affondi, tramite la vendita allo scoperto. Operazione, quest’ultima, resa ancora più facile dalla natura dei titoli ora in mano a chi ha comprato i Cocos. E dato che a questi possono accedere solamente investitori istituzionali, cioè hedge fund, fondi pensione, banche d’affari, l’aggressività nel chiudere le posizioni a rischio non dovrebbe mancare.

E l’Italia? Come anticipato dal Financial Times nello scorso luglio, UniCredit è stata la prima fra gli istituti di credito a usare questi strumenti. Un bond ibrido, capace di impattare sul Tier 1, con con tasso fisso del 9,375 per cento. Valore dell’operazione? Circa 500 milioni di euro. Poco rispetto a quanto fatto da Intesa Sanpaolo, fautrice di un’azione analoga in settembre per un controvalore di un miliardo di euro. Nonostante ciò, anche per il nostro sistema il mercato dei Cocos è destinato a salire nei prossimi anni. Barclays ha calcolato che da qui al 2013 saranno emesse obbligazioni ibride pari a 23,7 miliardi di euro per le prime quattro banche italiane (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Ubi).

Sebbene i rischi legati ai Cocos siano elevati, almeno secondo istituzioni come la Banca dei regolamenti internazionali, c’è già chi ha deciso di scommetterci. Il primo è stato Algebris, l’hedge fund di Davide Serra, che ha creato un fondo basato su questi prodotti. Del resto Serra ha spiegato che «i Coco bond sono oggi la nostra più forte convinzione d’investimento a basso rischio e riteniamo che esista una storica opportunità per catturare reddito cedolare straordinario da questi strumenti». Anche per questo Algebris è stato l’advisor di Duemme Sgr, la società di gestione del risparmio di Banca Esperia, che ieri ha lanciato il proprio fondo sui Cocos. Per una volta l’Italia si conferma all’avanguardia della finanza. L’impressione è che, dati i rischi, non ci sia tanto da gioire.

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