E il governo cancella la trasparenza sul nucleare

Domani torna in commissione il decreto nucleare. Il tempo stringe, entro il 23 marzo deve essere approvato, pena la decadenza. La Corte Costituzionale ha imposto correzioni che aumentino il peso delle singole regioni interessate dallo sviluppo di centrali nucleari. Ma già che c’era, il governo pr...

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14 Marzo Mar 2011 1202 14 marzo 2011 14 Marzo 2011 - 12:02

Destino cinico e baro. Proprio questa settimana, la settimana della paura nucleare planetaria, il decreto legislativo sul nucleare entra nel vivo nelle commissioni congiunte di Camera e Senato. Proprio domani è atteso il primo incontro in Parlamento e la pressione è doppia: da un lato un’opinione pubblica e i governanti regionali e comunali sempre meno disponibili a pensare al nucleare in casa propria; dall’altro i tempi sempre più stretti per arrivare alla meta. Già, per il progetto di rinuclearizzazione del nostro Paese ormai è questione di vita o di morte. Il 23 marzo, infatti, scade il termine di un anno che il decreto - entrato in vigore il 23 marzo 2010 quando ancora il ministro competente era Claudio Scajola - poneva tassativamente per le correzioni definitive. L’anno scade, appunto, il prossimo 23 marzo, e il termine per l’approvazione della normativa definitiva è ormai arrivato. 

Il decreto ha per oggetto la “disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell'esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi”. E' insomma la legge fondamentale: quella che deve dire come e dove fare le centrali, come e dove stoccare e smaltire le scorie. Parliamo del cuore della questione. Lo schema approvato un anno fa ha subito diverse critiche e richieste di correzioni. Anzitutto dai ministeri competenti per materia: quello dello sviluppo economico, passato dopo una lunga vacanza sotto la guida di Paolo Romani, e poi dal ministero dell’Ambiente guidato da Stefania Prestigiacomo. Ma altre critiche sono arrivate dalla Corte Costituzionale, che ha chiesto in particolare una maggiore trasparenza in tema di “autorizzazione agli impianti nucleari”, regolati nel testo originario all’articolo 4. Il testo prevedeva per ogni sito un’autorizzazione unica rilasciata dalla conferenza unificata tra stato e regioni, mentre la Corte ha chiesto che la Regione su cui è previsto lo stabilimento dell’impianto fosse sentita e consultata in maniera autonoma, nella forma del parere non vincolante.

Il nuovo decreto, quello in discussione con tempi serrati in questi giorni, recepisce questa istanza proveniente dalla Corte Costituzionale. A leggere con attenzione il documento, tuttavia, non è questa l‘unica modifica apportata al testo rispetto a quello originario. Tra le varie differenze, salta all’occhio quella che ha colpito l’articolo 8 sulla “definizione delle caratteristiche delle aree idonee alla localizzazione degli impianti nucleari”. La norma prevede infatti che il legislatore definisca nel dettaglio uno schema di parametri esplicativi dei criteri tecnici, con particolare riferimento a popolazione e fattori socio-economici, idrologia e risorse idriche, fattori meteorologici, biodiversità, geofisica e geologia, valore paesistico, valore architettonico-storico, accessibilità, sismo-tettonica, distanza da aree abotate e da infrastrutture di trasporto, strategicità dell’area per il sistema energetico, rischi potenziali indotti da attività umane. Questi criteri sono rimasti intatti nelle due versioni di decreto legislativo.

Quello che invece risulta modificato, nella versione che sarà discussa domani alla Camera e deve essere approvata in tempi strettissimi, sono i criteri di pubblicità delle aree idonee. Nella versione iniziale, infatti, si prevedeva che la definizione dei criteri e lo schema definitivo fossero pubblicati sui siti internet di tre ministeri, dell’Agenzia per il nucleare e su almeno cinque quotidiani a diffusione nazionale. Questa pubblicità massima serviva perché gli enti locali interessati potessero formulare le proprie obiezioni. Anche le consultazioni con gli enti locali interessati, e le motivazioni del loro eventuale rifiuto, dovevano essere pubblicate sugli stessi siti internet e gli stessi quotidiani. Nella versione in discussione da domani, quella che è stata richiesta dalla Corte Costituzionale per tutelare una maggiore trasparenza, tutto questo è sparito. Si legge che i commi 2 e 3 che sancivano questi obblighi sono stati semplicemente abrogati.

Sarà pur vero, come dicono fonti vicine al dossier, che il diritto dei cittadini a conoscere questi criteri è già tutelato dall’imposizione di Valutazione Ambientale Strategica sancita dalle norme generali. Tuttavia, non è un bel segnale di rispetto eliminare un obbligo in più, e per di più in zona Cesarini. In fondo, pubblicare un decreto legge su pochi siti istituzionali e su qualche giornale, costa pochi soldi e nessuno sforzo. 

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