Confessioni di un nuclearista non pentito

«Ebbene sì. Sono favorevole all’energia nucleare. Fino a pochi mesi fa, quando rivelavo questa mia opinione a molti dei miei conoscenti (per lo più di sinistra) mi sentivo osservato con una curiosità mista a diffidenza». Enrico Pedemonte inizia così il suo racconto che parte dagli anni Ottanta, q...

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19 Marzo Mar 2011 0840 19 marzo 2011 19 Marzo 2011 - 08:40
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«Ebbene sì. Sono favorevole all’energia nucleare». Fino a pochi mesi fa, quando rivelavo questa mia opinione a molti dei miei conoscenti (per lo più di sinistra) mi sentivo osservato con una curiosità mista a diffidenza. In alcuni di loro vedevo addirittura un’ombra di compassione: «E Chernobyl?», mi chiedevano, e io percepivo nei loro occhi una punta di orrore, come se fossi uno strano animale che aveva stretto il patto con il diavolo.

Di fronte a questa domanda ho evitato per anni di impegnarmi in una discussione. Preferivo svicolare. Lo faccio sempre quando mi rendo conto che in un confronto l’aspetto emozionale prevale su quello razionale. E in Italia il nucleare suscita passioni emotive come forse nessun’altra controversia. Per qualche ragione l’antinuclearismo è diventato una bandiera di larga parte della sinistra, un fenomeno curioso che non si è manifestato in alcun altro Paese del mondo (esclusa forse la Germania). Che cosa c’entri il nucleare con la sinistra non l’ho mai capito. In Gran Bretagna sono favorevoli al nucleare i laburisti di Tony Blair e Ed Milliband, in Francia i socialisti fin dai tempi di François Mitterrand, negli Stati Uniti i democratici di Bill Clinton e Barack Obama. Sarebbe necessaria una lunga analisi storica per spiegare per quale ragione il radicalismo sessantottino abbia permeato la cultura della sinistra raccogliendo per strada la bandiera dell’antinuclearismo. Ma siccome per vent’anni il nucleare non è stato all’ordine del giorno del dibattito politico italiano, io ho generalmente evitato di parlarne. Le emozioni non si discutono. Ma qualche volta anch’io mi lasciavo coinvolgere in qualche discussione, e questa aveva quasi sempre uno schema fisso.

Il dialogo partiva inesorabilmente da Chernobyl: «Se è accaduto in Ucraina, perché non potrebbe ripetersi da noi?». Io replicavo che l’incidente di Chernobyl era il frutto di una società in disfacimento (quella sovietica) e che quell’impianto era di una tecnologia vetusta, non aveva il robusto contenitore di cemento armato previsto in Occidente ma era circondato solo da un edificio civile. Inoltre era gestito da persone incapaci, raccomandate dalle burocrazie di un partito morente. Al contrario le centrali nuove prevedono due contenitori di cemento e acciaio che possono resistere all’impatto di un aereo da carico in picchiata sul reattore, e così via. Mi rendevo conto che quelle argomentazioni non risultavano convincenti. Il dramma di Chernobyl si era comunque verificato e aveva lasciato una ferita indelebile nell’immaginario collettivo, anche nel mio. Ricordo che nel 1986 anch’io andavo a cercare prodotti scaduti nei negozi per evitare di dare ai miei figli cibi freschi, e quindi potenzialmente contaminati dalla nube che trasvolava minacciosamente l’Europa.

A quel punto, per combattere l’emozione dei miei interlocutori, provavo la strada più difficile, sapendo fin dall’inizio che si trattava di un tentativo vano. L’incidente di Chernobyl, ammettevo con convinzione, era certamente stato una tragedia mondiale. Ma erano davvero sicuri di essere a conoscenza delle reali dimensioni di quella catastrofe? Era una strada in salita. Sapevo che era impossibile bucare quel muro di diffidenza, ma ugualmente provavo a citare i due documenti ufficiali che certificano i reali effetti di Chernobyl a breve e lunga scadenza: un Rapporto Onu del 2005 e un Rapporto Oms del 2006. Così raccontavo ai miei increduli interlocutori che i due rapporti, siglati da centinaia di scienziati di numerose agenzie internazionali indipendenti, certificavano che le vittime accertate di Chernobyl erano state circa 65. L’impatto più rilevante dell’incidente è costituito da circa 6.000 tumori alla tiroide, con una mortalità assai bassa (compresa nei 65 decessi). In tutte le regioni contaminate non è stato rilevato né alcun aumento delle leucemie, né alcuna mutazione genetica, né aumenti del numero dei bambini malformati. Gli scienziati valutano (secondo i loro calcoli probabilistici) che negli ottant’anni dopo l’incidente (quindi tra il 1986 e il 2066) ci saranno circa 30 mila “morti precoci” nei territori colpiti dalle radiazioni, ma sarà impossibile osservare oscillazioni statistiche, perché si tratta di variazioni troppo piccole. L’altro grave effetto della tragedia è stato l’evacuazione di molte decine di migliaia di cittadini e la creazione di un’area off limits: un enorme stress per le popolazioni locali. 

A questo punto, di fronte alla totale incredulità dei miei interlocutori, cercavo di spingermi oltre citando altri dati comparativi: «Secondo l’Ocse (Environmental Outlook, 2008. Pagina 257) le polveri sottili in larga misura prodotte dai combustibili fossili provocano ogni anno 960 mila “morti precoci” nel mondo, con quasi 10 milioni di anni di vita perduti». E per provocare aggiungevo: «Pensate a quanti sono 960 mila morti all’anno. È come se ogni anno, a causa dei combustibili fossili che bruciamo, si verificassero quattro-cinque catastrofi come Hiroshima e Nagasaki. Fate la somma: sono 50 milioni di decessi dovuti ai combustibili fossili negli ultimi 50 anni E in questo mezzo secolo quanti disastri hanno prodotto le centrali nucleari? Uno solo: Chernobyl, con 65 morti accertati e altri 30 mila presunti nei prossimi 80 anni».

Da quelle discussioni ho imparato una cosa. Con le statistiche non si convince nessuno. In uno splendido libro appena pubblicato negli Stati Uniti (The Social Animal, Random House) David Brooks ricorda che, secondo una ricerca di Timothy Wilson, la mente umana può gestire circa 11 mila frammenti di informazione in ogni istante, ma solo 40 di questi frammenti sono elaborati consciamente. Il resto è inconsapevole, legato alla esperienza emozionale di ciascuno. Il milione di persone che, secondo l’Ocse, muoiono ogni anno per le emissioni dei combustibili fossili sono un’entità anonima, un numero che non dice nulla agli stati emozionali del nostro cervello, mentre quei 65 morti di Chernobyl, specie gli eroici vigili del fuoco che sacrificarono la loro vita per bloccare le emissioni radioattive diffuse dalle fiamme, erano persone reali, i giornali pubblicarono le immagini delle piaghe sui loro corpi, e la gente le collegò a quelle di tanti anni prima, quelle dei bambini di Hiroshima e Nagasaki. C’era speranza di riportare sul terreno razionale un discorso che i media avevano spostato tutto sul terreno emotivo?

Ero pessimista. L’Italia è diventata il Paese dei veti incrociali, dei comitati “anti” impegnati lungo tutta la penisola a bloccare nuove strade, parcheggi, tunnel, impianti energetici a biomasse, persino centrali eoliche. Siamo diventati la capitale dei movimenti nimby, non nel mio cortile: figurarsi rifare il nucleare in un Paese simile. Le ragioni a favore del nucleare erano anche molte altre, dicevo ai miei interlocutori: i costi, l’eccessiva dipendenza energetica dall’estero dell’Italia, l’instabilità internazionale prodotta dalla rilevanza strategica del petrolio, le guerre provocate dalle tensioni sui mercati energetici e così via. Ma anche quelle argomentazioni servivano a poco.

Poi, qualche mese fa, ho ricevuto una telefonata di Chicco Testa, che avevo conosciuto nel 1985 quando ero capo del servizio Scienze all’Espresso, e lui il presidente-fondatore della Lega Ambiente. A quei tempi (26 anni fa) Chicco Testa si era presentato all’Espresso per proporre di lanciare insieme la campagna della Goletta Verde. Ne discutemmo a lungo e progettammo la nuova iniziativa (Antonio Ferro ne fu poi la vera anima). Io e Testa sul nucleare la pensavamo diversamente. Lui era contrario e nel 1987 guidò la campagna referendaria che portò alla chiusura delle centrali italiane. Ma quella collaborazione fu feconda e durò anni. Così qualche mese fa Chicco Testa, che nel frattempo sul nucleare ha cambiato idea, mi propose di collaborare al nascente Forum nucleare italiano. Accettai subito, senza nascondermi la difficoltà dell’impresa, perché ero (sono) convinto che diffondere conoscenze scientifiche sull’argomento fosse una battaglia giusta, quasi un dovere civile in un momento in cui il bisogno di energia si moltiplica, il riscaldamento globale causato dalle emissioni dei combustibili fossili si fa sempre più minaccioso e la dipendenza italiana dalle importazioni di energia è un cappio al collo della nostra economia. Inoltre era evidente che il nucleare stava rinascendo nel mondo. Era una battaglia in salita, ma per la prima volta mi sembrava che si potesse vincere. La ragione contro le emozioni. Una bella sfida.

Finché, venerdì scorso, in Giappone è apparso il “cigno nero”, quello che l’economista Nassim Taleb descriveva nel suo The Black Swan e di cui mi parlò un giorno nel corso di una lunga intervista a New York: «L’idea del cigno nero», mi disse, «mi venne anni fa osservando la guerra civile che esplodeva in Libano, il mio Paese d’origine, che fino al giorno prima sembrava cosmopolita, ricco e felice e improvvisamente precipitò in un caos senza fine. Era arrivato il Cigno Nero, cioè un evento imprevedibile che cambia il corso della storia lasciando gli uomini attoniti». Altri esempi di cigno nero? gli chiesi. «Il computer, Internet, Google, la prima guerra mondiale, le conseguenze della seconda guerra mondiale per gli ebrei. Nessuno prevedeva questi fatti: e invece sono arrivati e hanno cambiato il mondo», mi disse.

In Giappone il cigno nero si è manifestato sotto la forma di un terremoto di grado 9 sulla scala Richter, un evento drammatico che ha spostato l’asse terrestre di dieci centimetri, ha fatto cedere il fondo dell’oceano e creato uno tsunami di otto-dieci metri, un’onda che è penetrata cinque chilometri all’interno della costa giapponese nell’area di Fukushima. L’impianto nucleare ha brillantemente resistito alla scossa, ma le linee dell’alta tensione della zona sono state travolte dallo tsunami e i generatori elettrici di emergenza che alimentavano i sistemi di raffreddamento sono stati danneggiati perché i muri che circondavano l’impianto erano alti sei metri, troppo bassi. Qual è la probabilità che un terremoto di livello 9 della scala Richter possa avvenire scatenando il più terribile tsunami della storia? Nessuno può prevederlo, come nessuno può prevedere l’arrivo di un cigno nero all’orizzonte, ma quando arriva cambia le prospettive delle cose. E ora, comunque finisca questa storia in Giappone, le cose saranno diverse per sempre.
Ci saranno discussioni. Molti diranno che il futuro è del sole e dell’eolico e molti ci crederanno. Ma non è vero. L’alternativa al nucleare non sono né il solare né l’eolico ma solo i combustibili fossili. Perché solare ed eolico sono energie intermittenti, che non funzionano quando in cielo non c’è il sole o non soffia vento (scarso in Italia), ma queste spiegazioni razionali non sono convincenti: sono cerebrali e non sollecitano i centri emozionali.

I tecnici aggiungeranno che solare ed eolico occupano enormi porzioni di territorio. Supponiamo, per semplicità, di volere sostituire l’energia prodotta da dieci centrali nucleari da 1.600 Megawatt (che produrrebbero il 25 % dell’energia elettrica necessaria al Paese) con impianti solari. Bisognerebbe coprire di pannelli fotovoltaici 1.400 chilometri quadrati di territorio, in pratica un quadrato con un lato di oltre 37 chilometri. E se invece utilizzassimo le pale eoliche? Ci vorrebbero 5.000 chilometri quadrati: un quadrato di territorio con un lato oltre 70 chilometri tutto cosparso di turbine alte 120 metri che hanno pale con un diametro di 80 metri. Chi sarebbe disposto ad accettarle? I Vip che hanno la villa a Scansano, in Toscana, hanno fatto ogni sorta di azione legale per impedire che ne costruissero sette o otto vicino alle loro fattorie che producono l’ottimo Morellino. Davvero esiste la possibilità di costruirne 25 mila in un Paese che ha fame di territorio come l’Italia?

È possibile, persino probabile, che il cigno nero che è comparso inaspettato in Giappone sotto la forma di un incredibile terremoto e di un immane tsunami cambi il corso della storia, e colpisca a morte il nucleare in alcuni Paesi (come l’Italia) in virtù delle emozioni provocate nell’opinione pubblica. Non credo che ciò accadrà in Giappone. Sono certo che a Tokyo si concederanno una pausa di riflessione, prenderanno le contromisure necessarie e poi, non avendo risorse energetiche interne (come l’Italia) decideranno di andare avanti, imparando dalla realtà, per costruire un nucleare ancora più sicuro, a prova dei terremoti e degli tsunami più violenti. Forse altri Paesi seguiranno i sentieri dell’emozione facendo crescere la richiesta di gas, carbone e olio combustibile. L’economia peggiorerà, i Paesi arabi autoritari produttori di petrolio si rafforzeranno, e forse quel milione di morti che dobbiamo ai fumi e alle polveri cresceranno ulteriormente. Cinque Hiroshima all’anno che non fanno notizia, perché i numeri non producono emozioni.
 

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