Niente aumento di capitale in Bpm, sconfitto Ponzellini

Ponzellini va a sbattere contro il muro del consiglio di amministrazione: non passa l’aumento di capitale fortemente diluitivo (600 milioni su una capitalizzazione di 1,2 miliardi di euro) voluto dal presidente e suggerito da Mediobanca. Proposta bocciata da 13 consiglieri su 18. Uno smacco per i...

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29 Marzo Mar 2011 1845 29 marzo 2011 29 Marzo 2011 - 18:45
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Messe Frankfurt

Alla Banca popolare di Milano non è passata la proposta di un aumento di capitale da 600 milioni di euro voluta dal presidente Massimo Ponzellini. Il banchiere caro al ministro Giulio Tremonti e a chi nella Lega Nord custodisce i rapporti con la finanza italiana, a partire da Giancarlo Giorgetti, non ha convinto il consiglio di amministrazione. A favore dell’operazione di rafforzamento patrimoniale hanno votato Carlo Dell’Aringa, Franco Debenedetti, Francesco Bianchi e il vicepresidente Mario Artali, oltre a Ponzellini. Contro anche Graziano Tarantini, vicino al mondo di Comunione e Liberazione, Jean-Jacques Tamburini, il rappresentante del socio francese Crédit Mutuel, irritato per il modo frettoloso con cui il presidente voleva far passare l’operazione. Contestualmente, peraltro, all’approvazione di un dividendo di 10 centesimi per azione. Una doppia mossa, reperimento di mezzi da un lato ed erogazione di utili dall’altro, che non è piaciuta alla fine, è stato dato semaforo verde solo al pagamento di un monte dividendi di circa 40 milioni.

Le voci circolate alla vigilia davano l’aumento quasi per fatto, tanto che il titolo Bpm ha perso il 7% a 2,6 euro, rimanendo travolto dalla reazione di Piazza Affari all’annuncio di una ricapitalizzazione da un miliardo di euro da parte di Ubi (-12%), un’altra banca popolare. Secondo un amministratore, «Bpm è fra le banche più solide dal punto di vista patrimoniale e il consiglio non ha visto alcuna necessità di procedere, anche alla luce dei risultati 2010». Per un altro, «se ne potrà parlare in futuro a fronte di un piano d’impresa, e comunque non prima che vada a scadenza il prestito obbligazionario convertendo 2009-2013» da 695 milioni, collocato due anni fa. Contro Ponzellini ha giocato proprio il cortocircuito fra il prestito convertendo, le quotazioni correnti della Bpm e le stime del prezzo dell’aumento. Un’ipotetica emissione di nuove azioni – al prezzo di 1,6 euro cadauna – avrebbe gravemente danneggiato i sottoscrittori del convertendo, per il quale è prevista la conversione automatica delle obbligazioni in azioni a un prezzo di conversione di 6 euro.

Il bilancio 2010 si chiude con un utile netto consolidato stabile di 106 milioni (+2,3%), grazie alla plusvalenza contabile da 220 milioni realizzata con l’operazione di conferimento di Anima sgr,  e con una dotazione patrimoniale (core tier 1) equivalente al 7,1% dell’attivo. In linea, cioè, con i requisiti-obiettivo richiesti da Basilea III, che però entreranno in vigore in modo graduale a partire dal 2013. 

Proprio sui requisiti patrimoniali delle banche ieri si è espresso Giulio Tremonti. Nel corso di un’audizione alla commissione Bilancio della Camera, presieduta dal leghista Giorgetti, il ministro dell’Economia ha rimarcato l’importanza per le banche di non farsi trovare impreparate dall’accordo di Basilea III: «Non dico che sia giusto o sbagliato – ha dichiarato – ma non possiamo modificarlo». 

Le simulazioni interne fatte dalla Bpm sui dati dell’ultimo esercizio prevedono che Basilea III abbia un impatto positivo di qualche centesimo di punto percentuale. Inoltre, la solidità patrimoniale del gruppo migliorerà con la vendita, ormai vicina alla firma, dell’81% di Bipiemme Vita al gruppo francese Covea per una cifra attesa intorno 300 milioni (la banca ha in carico il 100% a 245 milioni). 

Nulla di fatto, invece, sulla sostituzione del direttore generale Fiorenzo Dalu, di cui probabilmente si parlerà nel consiglio del 19 aprile. Fra i consiglieri non c’è ancora accordo sul successore, ma la sensazione è che si vada per un affidamento di tutte le leve operative al condirettore Enzo Chiesa, oggi a capo della finanza. Già da tempo, comunque, il cambio dei vertici operativi della Bpm è nell’aria, sia perché Dalu e altri esponenti della prima linea manageriale sono prossimi a maturare i requisiti di prepensionamento sia perché le performance commerciali della banca negli ultimi due anni sono deludenti. Nel 2010 i ricavi operativi sono diminuiti del 18% a 1,4 miliardi. Sul calo ha influito la decisione di accollarsi per 54,8 milioni parte delle perdite dei clienti che avevano sottoscritto polizze con sottostanti titoli islandesi, colpiti dalla crisi. Ma a scendere (-17% a 736 milioni) è stato anche il margine di interesse, la principale voce di ricavi per l’azienda, e anche i risultati dell’attività finanziaria, per loro natura soggetti agli alti e bassi del trading (da 259 milioni a 99 milioni), mentre le commissioni nette sono aumentate del 6,3% a 603 milioni.

La gestione operativa ha così perso quasi il 40% (da 533 a 321 milioni) e non è stata sufficiente a coprire le svalutazioni di crediti, gli accantonamenti e la transazione da 169 milioni con l’Agenzia delle entrate per operazioni che avevano generato dei crediti d’imposta, poi contestati dal Fisco. Senza la plusvalenza contabile da 220 milioni realizzata attraverso il conferimento della controllata Anima Sgr nella Am Holding (controllata dal fondo Clessidra), il gruppo Bpm avrebbe realizzato una perdita netta di 109 milioni. Secondo la maggioranza degli amministratori, dunque, più che al patrimonio in questo momento c’è da pensare allo sviluppo commerciale. Una piccola, quasi automatica spinta sta già arrivando dalla ripresa dei tassi di mercato e dall’aumento degli impieghi. Ma il grosso, è la convinzione prevalente, andrà fatto rimettendo in moto la macchina operativa.

Infine, i sindacati della banca si sono contati in vista del rinnovo a novembre dei vertici degli «Amici della Bpm», l’associazione dei dipendenti-soci che storicamente è sempre riuscita a conquistare la maggioranza del cda dell’istituto. Secondo quanto risulta a Linkiesta, il censimento interno – i cui risultati saranno ufficializzati a giorni – confermerebbe la Fabi, il sindacato autonomo dei bancari, al primo posto con 2.300 iscritti, seguita dalla Uilca (1.500 iscritti). Al terzo posto la Fisac (ramo bancari della Cgil), con i suoi 1.102 aderenti. Nonostante i recenti travasi dalla Fisac, la Fiba-Cisl dovrebbe essere rimasta quarta (985 iscritti).

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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