Generali, Geronzi si è dimesso. Era ora

Cesare Geronzi è stato costretto a lasciare la presidenza delle Generali, dopo due mesi di scontri e polemiche fra i soci e amministratori. In mattinata, dieci consiglieri sui 17 in carica hanno presentato una mozione di sfiducia promossa da Mediobanca (primo azionista della compagnia). Contro si...

Geronzi16o
6 Aprile Apr 2011 1019 06 aprile 2011 6 Aprile 2011 - 10:19
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Cesare Geronzi si è dimesso dalla presidenza delle Assicurazioni Generali. Una mozione di sfiducia, presentata da dieci consiglieri di amministrazione con la regia di Mediobanca, primo azionista con il 13,5%, ha costretto il banchiere romano a fare un passo indietro dalla compagnia dove era arrivato meno di un anno fa. Una battuta d’arresto clamorosa nella carriera del banchiere romano, già presidente di Banca di Roma-Capitalia e poi della stessa Mediobanca, che allontana il Leone di Trieste dalla prospettiva di diventare un protagonista delle “operazioni di sistema”. Contro la richiesta, secondo quanto ha appreso Linkiesta, si sarebbero espressi Francesco Gaetano Caltagirone, vicepresidente vicario, il consigliere Paolo Scaroni, a.d. di Eni (che era impegnato in un’audizione alla Camera), e Vincent Bolloré, anche lui vicepresidente e alleato di Geronzi sin dai tempi in cui il finanziere francese mise piede in Mediobanca nel 2003.

Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca e vicepresidente delle Generali, e il consigliere Lorenzo Pellicioli, a.d. della De Agostini (azionista della compagnia), hanno gestito nella più assoluta discrezione la raccolta delle firme a supporto della mozione di sfiducia. Del blitz, maturato nello scorso fine settimana, era stato tenuto all’oscuro anche Caltagirone (informato solo ieri sera), mentre è stata decisiva l’adesione dei consiglieri indipendenti. Importante anche l’appoggio della Ferax, la holding dei soci veneti (Amenduni, Palladio Finanziaria, Veneto Banca, Finanziaria Internazionale, Zoppas), e della Effeti, veicolo compartecipato da Ferax e dalla Fondazione Crt. Quest’ultima è un grande socio di Unicredit, nel cui cda esprime il vicepresidente Fabrizio Palenzona.  E come primo azionista di Mediobanca, Piazza Cordusio ha giocato ovviamente un ruolo molto influente: Palenzona è stato indicato da più parti come un «fattivo supporter» del regolamento di conti sull’asse Generali-Mediobanca-Unicredit. D’altra parte è impensabile che Mediobanca facesse un affondo così drastico senza avere le spalle coperte dal suo principale azionista. 

Di fronte a una maggioranza ormai compattata contro di lui, Geronzi ha tirato le somme e si è presentato dimissionario prima della riunione straordinaria del cda, inizialmente prevista per le 10 ma iniziata con oltre quattro ore di ritardo. Nell’ordine del giorno figuravano proprio le deleghe sulla comunicazione e il ruolo del presidente. Il cda ha deciso di erogare una buona uscita di 16,6 milioni, che si aggiungono a 2,32 milioni di compenso per l’attività svolta dal 24 aprile al 31 dicembre 2010. Nel comunicato diffuso dalla compagnia poco dopo le 17 si legge che «a seguito della situazione venutasi a creare per contrasti che non lo vedono partecipe nelle Generali», Geronzi ha ritenuto di rassegnare le dimissioni «dopo pacate riflessioni, nel superiore interesse della compagnia». Una scelta accolta «con rammarico» dallo stesso cda che lo ho messo alla porta: è il bon ton dell’alta finanza. Il banchiere rimarrà comunque presidente della Fondazione Assicurazioni Generali, ma dovrebbe lasciare gli incarichi ricoperti in rappresentanza del gruppo nei patti di sindacato di Rcs, Pirelli e Mediobanca e nel cda della Rcs Quotidiani.

La guerra del Leone si era ufficialmente aperta a seguito delle dichiarazioni di Diego Della Valle. Da due mesi il patron della Tod’s è stato la testa di ariete nella polemica pubblica contro Geronzi, funzionale alla costruzione del consenso fra i grandi soci contro il presidente in carica. Le dichiarazioni di quest’ultimo al Financial Times e il continuo stillicidio di dichiarazioni da parte dei sostenitori di Geronzi, dal vicepresidente Bolloré al consigliere di Mediobanca Tarak Ben Ammar, hanno fatto il resto. Bolloré, che in un primo momento sembrava dovesse seguire la sorte di Geronzi, rimarrà nel consiglio: «Tutto bene, è andato tutto bene, sono ancora vicepresidente», ha sottolineato alla fine della riunione.

Dal cda sono di recente usciti Leonardo Del Vecchio, il fondatore della Luxottica e grande socio delle Generali, con una quota del 2%, e Ana Patricia Botin (figlia del presidente del Santander, banca partner del Leone), che ha rassegnato le dimissioni lunedì sera. Resta da vedere se la contesa si chiude così, o se invece quella di oggi è solo la prima battaglia di una guerra che si sposterà a Milano, presso Mediobanca, dove Bolloré e gli altri azionisti francesi hanno il 10% del capitale (conferito nel patto di sindacato).

Quanto al successore di Geronzi, secondo alcune fonti finanziarie si andrebbe verso la scelta di un presidente non ingombrante: per venerdì 8 aprile è stato convocato una nuova riunione del cda. In caso di rinvio della scelta, comunque, le funzioni di presidente ad interim spettano al vicepresidente vicario Caltagirone. Nel totonomine, è spuntato il nome di Alessandro Pedersoli, che è consigliere della società: un profilo probabilmente adeguato, se non fosse che l’avvocato milanese ha da tempo superato gli 80 anni. Fra i nomi circolati, ma trattasi di pure speculazione, anche quello di Tommaso Cucchiani (gruppo Allianz), di Palenzona e dell’ex Goldman Sach Claudio Costamagna.

L’ipotesi più accreditata a caldo sembra essere Domenico Siniscalco, attuale presidente di Assogestioni (la lobby delle società che gestiscono i fondi). A confermarla le dichiarazioni di Guido Giubergia, amministratore delegato della Erse e presidente del comitato governance della stessa associazione: «Un contributo non indifferente è arrivato dai consiglieri eletti nelle liste di Assogestioni». Ovvero da Paola Sapienza, Cesare Calari e Carlo Carraro. Una rivendicazione che svela la parte non secondaria avuta da Siniscalco nella vicenda, e ne fa intuire le ambizioni: ex ministro, professore e banchiere (è capo della sede italiana della Morgan Stanley), lui è l’uomo che già un anno fa il ministro Giulio Tremonti aveva cercato di piazzare alla presidenza di Intesa Sanpaolo, senza però riuscirci. Forse stavolta potrebbe andare meglio, di sicuro si può ritentare. Ma per ora i giochi sono aperti e si parla di un manager con «profilo internazionale».

Il mercato ha reagito in modo ampiamente positivo, il titolo è schizzato sopra il 5%, ma poi ha chiuso a 15,93 euro (+2,97%), con volumi di scambio elevati. «Chiunque sia parte del mercato non può che recepire positivamente questa decisione: il +5% del titolo parla da solo», ha aggiunto Giubergia. La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha mostrato sorpresa per la svolta («non me l’aspettavo»), mentre Giovanni Bazoli non ha voluto dire nulla: «Sarebbe scorretto commentare da parte mia per diverse ragioni, in primo luogo perché è res inter alios acta, cioè una cosa che è avvenuta tra altri soggetti. La seconda è che si tratta di una società quotata in Borsa. In terzo luogo, Generali è un nostro importante azionista», si è limitato a dire Bazoli. Generali ha il 4,5% di Intesa, e non è ancora chiaro se sottoscriverà pro-quota l’aumentato di capitale da 5 miliardi di euro, varato ieri dalla banca.

 

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