L’Europa tagli i fondi all’Africa

La Libia è in guerra, la Costa d’Avorio è in fiamme e l’aiuto allo sviluppo dell’Africa da parte della Ue ha toccato la quota record di 53,8 miliardi di euro, con un aumento di 4,5 miliardi rispetto al 2009. L’Unione da sola fornisce oltre la metà degli aiuti ufficiali mondiali. E non solo: siamo...

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8 Aprile Apr 2011 0530 08 aprile 2011 8 Aprile 2011 - 05:30
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BRUXELLES - Mentre buona parte del Nord Africa è in sommovimento, la Libia è in guerra e la Costa d’Avorio è di nuovo in fiamme, l’Unione Europea presenta orgogliosa il suo operato sul fronte dello sviluppo dell’intero continente. Nel 2010, ha annunciato trionfante il commissario competente Andris Piebalgs, l’aiuto allo sviluppo Ue ha toccato la quota record di 53,8 miliardi di euro, con un aumento di 4,5 miliardi rispetto al 2009. Una cifra, si legge in un comunicato ufficiale di Bruxelles, che «conferma la posizione dell’Ue come il maggiore e più generoso donatore di assistenza allo sviluppo», basti dire che l’Unione da sola «fornisce oltre la metà degli aiuti ufficiali mondiali». Eppure avverte Piebalgs, non basta ancora, siamo allo 0,43% del Pil Ue, mentre i Ventisette si sono impegnati a raggiungere lo 0,7% del prodotto interno lordo entro il 2015. Il tutto non senza la consueta tirata di orecchi all’Italia, che dedica agli aiuti lo 0,15% del pil (2,3 miliardi di euro), meno di un terzo di Germania e Francia. Soldi, soldi, soldi. Una delle caratteristiche più criticate della storia dell’Ue è proprio l’illusione che basti un diluvio di fondi per ottenere risultati. «Aiuti efficienti – ha ammesso lo stesso Piebalgs - non sono solo questione di soldi, dobbiamo migliorare anche l’attuazione e la qualità degli aiuti che diamo».

Ebbene, a guardare a quanto avviene in Africa, soprattutto in quella Sub-sahariana, il quadro è per lo più fosco, sia pure con eccezioni. Non a caso non sono pochi i funzionari “africanisti” della Commissione ad avanzare, ovviamente non i pubblico, seri dubbi sulle politiche di sviluppo dell’Ue, soprattutto nei confronti del continente a sud dell’Europa. «Negli ultimi anni – riferisce a chi scrive uno di loro, per anni attivo nella Direzione generale competente – abbiamo assistito a un crescendo continuo della velocità di spesa. Ci siamo trovati dirigenti che ci hanno fatto solo fretta: spendere, spendere, spendere. Dobbiamo per lo più seguire piani semestrali anziché pluriennali. Una velocità che oltretutto impedisce un’attenta pianificazione e soprattutto i controlli». Lo stesso funzionario lamenta che «anche i rapporti preparati dai nostri servizi, mentre prima erano minuziosi e ben curati, sono per forza di cose sempre più superficiali».

Certo, prima i ritmi di erogazione degli aiuti erano forse troppo lenti, ma magari c’era anche una ragione: «si tratta di paesi con bassissima capacità di assorbimento, i fondi andavano distribuiti con gradualità», spiega ancora il funzionario. Una gradualità che non è piaciuta a Chris Patten – non certo un esperto di Africa - che approdò a Bruxelles da Hong Kong nel 1999 con la Commissione Prodi, con il portafoglio delle Relazioni Esterne. La svolta verso l’”efficienza” in nome della spesa è iniziata con un suo rapporto sugli aiuti allo sviluppo del 2000, lamentano ancora a Bruxelles. Da allora, sostengono almeno vari “africanisti” della Commissione, sempre più si è equiparata la velocità di spesa all’efficienza.

Risultato: in mancanza di controlli adeguati una quota notevole dei fondi elargiti dall’Ue è andata a ingrassare i conti esteri di molti dittatori africani, con impatto vicino allo zero per le popolazioni. Del resto, oltre all’ansia di “efficienza”, spiega Christian Anglade, esperto di sviluppo dell’Università di Essex, c’è anche un altro problema: le condizioni imposte ai paesi per ottenere aiuti «sollevano numerosi problemi, sia di principio (il rispetto dell’autorità degli stati beneficiari e le accuse di ingerenza), sia applicazione pratica, che finiscono sempre per far prevalere la preoccupazione politica di non interrompere gli aiuti. Meglio sarebbe – continua il nostro africanista – ridurre i fondi per concentrarli su pochi progetti di grande impatto. Ma se tagliamo le Ong ci saltano alla gola». Le critiche interne degli esperti d’Africa alla Commissione non sono piaciute, ci riferiscono, ai piani alti del Berlaymont: molti di loro sono stati destinati semplicemente ad altri incarichi. «Disturbavamo con le nostre obiezioni», sostiene il funzionario, anche lui trasferito d’ufficio.

Che le cose non vadano al meglio, comunque, lo fa capire lo stesso Piebalgs, già autore di un Libro Verde: il commissario ha annunciato che «nel corso dell’anno» avanzerà «proposte per un migliore focus della futura politica di sviluppo, una migliore «cooperazione e un più alto impatto sul terreno».  

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