I derivati sono tornati, l’Italia può iniziare a tremare

Il mercato mondiale dei derivati vale 582.655 miliardi di dollari e sta tornando sui volumi pre-crisi. Ecco perché le banche, le istituzioni, ma soprattutto i governi non rinunciano a prodotti finanziari messi all’indice, almeno a parole, un paio di anni fa. E sull’Italia, che ha giocato coi deri...

01 P Wall Street
29 Aprile Apr 2011 1129 29 aprile 2011 29 Aprile 2011 - 11:29
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Messe Frankfurt

Sono stati fra i principali imputati per la crisi subprime. Sono stati considerati delle “armi finanziarie di distruzione di massa”. Sono stati ripudiati dai governanti. Eppure, sono ancora più vivi che mai. I derivati finanziari stanno vivendo un nuovo momento d’oro. Un esempio sono i Credit default swap, cioè le assicurazioni contro il fallimento di un asset: quelli scambiati la scorsa settimana sono stati pari a 28.527 miliardi di dollari. In pratica, quasi 13 volte il Pil italiano. A certificarlo è la Depository trust and clearing corporation (Dtcc), la principale unità di controllo mondiale di questi strumenti. Nel 2006 le transazioni erano di poco superiori ai 24.000 miliardi. In realtà la cifra complessiva di derivati in circolo è ben più elevata. 

Per la Federal deposit insurance corporation (Fdic), l’istituzione Usa di garanzia dei depositi bancari, siamo oltre quota 340mila miliardi di dollari, tutti negoziati su mercati Over-the-counter (Otc), non regolamentati. In realtà la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) ha certificato che i volumi sono prossimi ai 600mila miliardi di dollari. E in Italia? Guardando al mercato dei cross-currency swap e degli interest-rate swap, i dati sono poco confortanti. Secondo Banca d’Italia gli enti locali sono esposti per quasi 50 miliardi di euro. Di contro, il Tesoro dal 1998 al 2008 ha guadagnato oltre 8 miliardi, proprio grazie ai derivati.

Governi. Lo scandalo che ha portato alla luce il rapporto fra nazioni e derivati ha origine con l’escalation della crisi greca. La banca d’affari statunitense Goldman Sachs ha intrattenuto una serie di transazioni con il Tesoro di Atene al fine di procrastinarne i debiti. Il tutto, tramite i cross-currency swap, derivati con cui due parti si scambiano flussi di cassa in differenti valute per fare arbitraggio. In questo modo, la Grecia ha potuto migliorare sensibilmente l’appeal dei propri bilanci pubblici. Peccato che l’agenzia di statistica europea Eurostat si sia accorta di alcune discrepanze. Di qui, la reazione a catena che ha portato alla revisione di tutte le ultime stime di finanza pubblica.

Italia. Utilizzare questi swap ora è illegale, ma nel 1996 vennero usati anche dall’Italia, al fine di garantirci una miglior entrata nella moneta unica. Lo ricordò il senatore Mario Baldassarri ai tempi della querelle greca. Tuttavia, anche oggi i governi usano i derivati. In prevalenza si tratta di interest rate swap, cioè scambio di flussi derivanti da crediti, ma ci sono casi in cui sono stati comprati Collateralized debt obligation, bond strutturati garantiti da asset.

Un report di Morgan Stanley, datato 15 maggio 2010, ha evidenziato come Francia, Germania, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna e gran parte dei paesi baltici abbiano avuto accesso ai mercati Otc. Del resto, è noto che nello scorso febbraio Eurostat ha chiesto ragguagli al ministero dell’Economia per tutti i contratti swap accesi nel decennio 1998-2008. Tutte operazioni che hanno fruttato alle casse del Tesoro circa 8 miliardi di euro, lo 0,5 per cento di Pil. Importanti le perdite degli ultimi due anni presi in esame: 337 milioni di euro nel 2007, 392 nel 2008. Nel complesso, l’ultimo rapporto di Banca d’Italia sui derivati scambiati nel nostro Paese ha lasciato poco spazio all’ottimismo. Cinque gli operatori (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare, Ubi Banca), rappresentativi del 90 per cento del mercato; oltre 10mila miliardi di euro i volumi negoziati a fine 2009. Per l’anno in corso le aspettative sono uniformi a Piazza Affari: saranno superati i livelli toccati 12 mesi fa. Quello che preoccupa maggiormente è che sul nostro Paese a oggi ci sono attivi quasi 7.500 contratti di Cds. Nessun Paese è più bersagliato di noi, con 25,8 miliardi di dollari di scommesse contrarie.

Enti locali. Milano, Torino, Rimini, Acqui Terme: sono soltanto i più celebri Comuni italiani a essere entrati nel vortice dei derivati. Alcuni, come la cittadina fra Piemonte e Liguria, hanno condotto una dura battaglia contro UniCredit, ritenuta colpevole di truffa da molti acquesi. Nel complesso, come abbiamo visto, le ultime cifre diramate dalla Banca d’Italia parlano di circa 50 miliardi di euro di perdite provenienti dai derivati, su 110 complessivi per gli enti locali italiani. Numeri analoghi a quelli dell’Associazione bancaria italiana. E ora è fuga dagli swap per Comuni, Province e Regioni. Dalla metà del 2008 a oggi sono, secondo le stime del Tesoro, oltre 130 i Comuni che hanno preferito chiudere le proprie posizioni sugli swap. Si tratta però di un gioco che non giova alle pubbliche amministrazioni, in alcun caso. Palazzo Koch ha infatti sottolineato che i debiti continuano la loro ascesa.

Investitori. Il denaro non dorme mai. Proprio per tale assunto, gli investitori cercano sempre le soluzioni più efficaci per massimizzare i profitti. Ma quando il rapporto tra questi e i rischi assunti diventa troppo squilibrato, accade che non vi siano i margini di copertura finanziaria in caso di shock. Proprio quello che successe per Long Term Capital Management, il fondo hedge che nel 1998 fu salvato dagli Usa per via della sua natura “Too big to fail”, troppo grande per fallire.

La Bri nella sua ultima indagine conoscitiva sui derivati, pubblicata alcune settimane fa, ha evidenziato come nel mondo i volumi scambiati stiano rapidamente tornando ai livelli del 2006. Solo sul mercato valutario ogni giorno avvengono transazioni per oltre 4.000 miliardi di dollari. Sul fronte dei mercati più liquidi, come quello monetario, il valore è doppio. Analogo discorso se si guardano tutti i mercati Otc che, complice una regolamentazione assente, hanno la possibilità di opacizzare i propri giri d’affari. Ci sono poi le dark pool, piattaforme interbancarie detenute dagli stessi istituti di credito, volte a migliorare la liquidità sistemica. In questo caso è però quasi impossibile capire il valore totale degli scambi, dato l'anonimato degli operatori. La conseguenza è che i rischi di controparte e credito aumentano di pari passo al leverage utilizzato.

Gli operatori. Non sono molte le istituzioni finanziarie che possono accedere ai mercati Otc. La Dtcc ha reso noti i nomi dei 17 protagonisti per il segmento dei Cds: Bank of America-Merrill Lynch, Barclays, Bnp Paribas, Calyon, Citibank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Hsbc, JPMorgan, Morgan Stanley, Natixis, Nomura, Royal Bank of Scotland, Société Générale, Ubs e UniCredit. Sono questi i principali operatori, a cui fanno seguito quelli secondari, come hedge fund o fondi di fondi. Rimane invariato però il compito ufficiale da collocatori che rivestono le diciassette società. E come tali hanno sempre l’irrisolto dilemma dell’asimmetria informativa nei confronti dei clienti. Non c’è MiFID che tenga, quando si parla di derivati sono in pochi a capirne realmente.

E poi? Dal fallimento di Lehman Brothers a oggi le proposte per regolamentare la finanza derivata sono state svariate. Il G20 di Seoul doveva essere l’occasione cruciale. Il risultato è stato un buco nell’acqua. La colpa forse deriva dall’assunto iniziale, cioè che i derivati siano il male assoluto. Ma dietro a un Cds o uno swap c’è sempre una persona. «Non è lo strumento a essere malvagio, ma il suo utilizzo», è solito commentare il finanziere George Soros. Forse solo cambiando l'idea di base si arriverà a una soluzione realmente in grado di ridurre i rischi sistemici di mercati che valgono quasi 600mila miliardi di dollari. La strada è ancora lunga. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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