La “festa dei lavoratori” ai tempi di Bava Beccaris

Un nome, quello di Fiorenzo Bava Beccaris, che è diventato quasi un proverbio. Perché quando scese in campo lui, ai primi di maggio del 1898, fu subito strage. A chi protestava per gli aumenti del prezzo del pane, il Generale rispose con le cannonate, realizzando un’incancellabile cicatrice nella...

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1 Maggio Mag 2011 0600 01 maggio 2011 1 Maggio 2011 - 06:00
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Gli operai? A cannonate. Se oggi a Milano si polemizza sull’apertura o meno dei negozi il 1° maggio, c’è stato un tempo in cui per risolvere simili dispute si ricorreva all’artiglieria. Era il maggio 1898 e il protagonista sarebbe diventato tristemente famoso per aver fatto ammazzare un bel po’ di gente dai suoi soldati: il generale Fiorenzo Bava Beccaris. Un macellaio, né più, né meno. Un macellaio decorato da re Umberto I (che Gaetano Bresci ammazzerà per vendetta) con la croce di grande ufficiale dell’ordine militare dei Savoia e uno scanno nel Senato del regno, ad appena un mese dalla strage che aveva provocato.

Il pericolo erano i socialisti, e anche i cattolici, per la verità (i comunisti, al tempo, dovevano ancora inventarli). I benpensanti liberali del tempo agitavano il pericolo rosso, convinti di aggregare consenso (tutto cambia perché nulla cambi, in Italia, come diceva il principe di Salina nel Gattopardo di Tommasi di Lampedusa). Un brutto giorno, per la precisione il 7 maggio 1898 entra in campo un generale. Ed è subito strage.

C’è maretta in giro per l’Italia, il governo dei “galantuomini” di Antonio Starabba di Rudinì reprime con durezza le manifestazioni contro l’aumento del prezzo del pane. Un po’ dappertutto interviene l’esercito, il 25 aprile Bari viene addirittura occupata militarmente da cavalleria e carabinieri, mentre un incrociatore punta i cannoni sulla città. Qua e là si contano i primi morti (Piacenza, Sesto Fiorentino, Molfetta, Bagnacavallo). Proprio per solidarietà con queste proteste il 7 maggio i lavoratori della Pirelli, a Milano, scendono in sciopero. Non tutti, per la verità, soltanto i più giovani. Si forma un corteo – in testa ci sono le ragazze – che da via Palestro va verso corso Venezia. Un gruppo di cavalleggeri li taglia in due, separa gli uomini dalle donne e si allontana al galoppo verso porta Venezia. Gli operai pensano che la cavalleria potrebbe caricare di nuovo: tolgono un paio di tram dai binari e li mettono di traverso. A intervenire, invece, è la fanteria che, accolta da un lancio di sassi, apre il fuoco e uccide due persone. Gli operai si disperdono.

Sarebbe potuta finire qui, ma a questo punto è il panico a farla da padrone. Sembrano tutti impazziti: la borghesia cittadina è convinta che ci sia un piano preordinato dei socialisti per impadronirsi del potere, gli industriali chiudono gli stabilimenti e i cantieri edili smettono di lavorare. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris assume i poteri di Regio commissario, monta una tenda in piazza Duomo e si piazza lì col suo quartier generale.

L’unico a non perdere la testa (ma perderà il posto) è il fondatore del Corriere della sera, Eugenio Torelli Viollier. Prova a calmare gli animi andando dal sindaco. «Tentai di persuaderlo che la rivoluzione era stata esagerata. Non c’è stato incendio, né devastazione, salvo qualche tram tolto dalle rotaie per far barricate, né saccheggio. Non c’è stata violenza fatta ad alcuno. Questo ed altre cose dissi al sindaco e mi accorsi che erano poco gradite», scriverà più tardi. Torelli Viollier si rifiuterà di pubblicare i telegrammi di felicitazioni mandati dal re e dal presidente del consiglio al generale dalle mani grondanti di sangue. Per questo sarà giudicato un sovversivo, un fiancheggiatore dei rivoltosi e sarà costretto a dimettersi.

Domenica 8 maggio, al mattino i milanesi sono risvegliati dal rombo di due cannonate a Porta Ticinese che uccidono alcuni inermi cittadini. Per tutta la giornata la situazione rimane tesissima, si attendono dei fantomatici «studenti di Pavia» che dovrebbero arrivare per mettere a ferro e fuoco la città (e che non arriveranno mai per il semplice fatto che non esistono). Ovunque vengono segnalati rivoltosi, ma in realtà c’è solo qualche protesta isolata. Qua e là vengono erette barricate, ci sono scontri tra zona via Dante e via Orefici, a due passi dal Duomo, a porta Ticinese e a porta Garibaldi. Nella notte vengono schierate le artiglierie e i soldati prendono posizione sui tetti. Milano è in stato d’assedio.

Il giorno successivo, lunedì, i soldati sparano su qualsiasi cosa si muova. In corso Garibaldi ammazzano due donne, un po’ ovunque si odono scariche di fucileria e colpi di cannone. Naturalmente colpiscono a casaccio, a chi capita capita.

Il bilancio? E chi lo sa. Qualcuno dice ottanta morti e duecento feriti, altri parlano di «centinaia» di morti. Il New York Times (della vicenda si occupano pure oltreoceano) scrive che le cannonate ammazzano un centinaio di persone. Un bilancio preciso non c’è, ma una cosa è chiara: è terrificante. Scrive la Stampa (a Milano molti giornali non escono, il quotidiano torinese manda tre giornalisti che vanno e vengono in treno, alternandosi tra la redazione e il capoluogo lombardo) sotto il titoletto «Al cimitero monumentale»: «Anche a questa necropoli affluiscono i cadaveri, che nella notte e nelle prime ore del mattino vi vengono trasportati a decine per volta».

Lo stato d’assedio ha pure un contorno di giornali chiusi (i soldati irrompono nella sede del socialista Secolo, arrestano tutti i presenti e, visto che ci sono, portano in carcere anche i deputati socialisti Filippo Turati e Leonida Bissolati, e il repubblicano Luigi De Andreis) tribunali speciali e processi brevi (negli stanzoni del Castello Sforzesco finiranno oltre duemila persone). Dopo i socialisti e i repubblicani è il turno dei cattolici, viene arrestato anche qualche prete (don Albertario) e Bava Beccaris diffida i parroci dal «seminare zizzania» dai pulpiti.

Il 10 maggio è più o meno tutto finito. I benpensanti sono soddisfatti, i giornali ringraziano il generale e i suoi soldati (a eccezione del Corriere), Fiorenzo Bava Beccaris viene decorato. L’ordine regna a Milano. 

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