Le moschee a Milano? Le ha proposte il pdl

Nel suo ultimo video, che vi proponiamo, Silvio Berlusconi dice che con la vittoria del centrosinistra Milano diventerà una “città islamica”. A proporre le moschee son stati due esponenti del Pdl in Consiglio Comunale. Uno di loro, Aldo Brandirali è della Compagnia delle Opere.

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23 Maggio Mag 2011 0854 23 maggio 2011 23 Maggio 2011 - 08:54
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Dopo la sconfitta al primo turno, alle amministrative di Milano, Letizia Moratti e lo stato maggiore del pdl si giocano gli ultimi giorni di campagna elettorale prima del ballottaggio. I punti da riguadagnare non sono pochi. Se la strategia di strillare all’ “estremista”, nei confronti dell’avversario Pisapia, non ha granché prodotto risultati, rivoltandosi al contrario come un boomerang, il nuovo piano d’attacco è il paventare, agli elettori, una Milano dallo scenario fosco. Il primo nemico a cui mordere i polpacci è lo straniero. I campi rom non sono bastati: ora lo spauracchio è l’Islam. Il rischio cui grida il centrodestra è che la città si trasformi in un enorme minareto.

È proprio seguendo questa linea che Silvio Berlusconi, nel suo ultimo video, ha lanciato l’ultimo allarme: con Pisapia Milano diventerà una città “disordinata”, piena di “centri sociali”, perfino infestata da una “moschea”. Già, proprio così. È ancora fresca del resto la sparata di Bossi che accusava Pisapia di voler impiantare a Milano una “Zingaropoli” fatta di rom e moschee. Giorni fa, ai taccuini dei cronisti di Montecitorio, ha regalato la seguente dichiarazione: «I milanesi non daranno la città in mano agli estremisti di sinistra. La Lega s’impegnerà: non la lasciamo ad un matto che vuole riempirla di moschee e zingari». Non da meno il Ministro Frattini che rincara la dose: preferire alla Moratti il candidato di centro-sinistra è roba “da malati”. Lo stesso vicesindaco Riccardo De Corato, picchiava giù duro, qualche giorno fa: «La “cittadella dell’islam” voluta dal candidato sindaco di Milano per il centrosinistra, Giuliano Pisapia, sarebbe un nuovo crocevia del terrorismo». Nello stesso tempo, i microfoni di Radio Padania si facevano incandescenti. Il ritornello suonava più o meno così: «andiamo a votare al ballottaggio perché se vince Pisapia ci troviamo una moschea per quartiere». Un ascoltatore, leghista e brianzolo, diceva ai microfoni: «sul mio balcone ci sono le formiche ma non è che costruisco un formicaio, lo pulisco. Pisapia, invece, dato che ci sono gli islamici vuole costruire le moschee. Allora è meglio andare a votare».

Già il ministro La Russa chiedeva, nelle famose dieci domande a Pisapia, in quali quartieri intendesse costruire le moschee. Il 18 maggio diceva: «A Milano i cittadini devono scegliere se la città deve avere un sindaco che ha immagine ed atteggiamenti miti ma che vuole costruire moschee». E Maurizio Lupi, alla trasmissione di La 7 Exit, attaccava Giuliano Pisapia, in collegamento da un Teatro Smeraldo pieno, puntando l'indice contro il suo proposito di riempire Milano di moschee e muezzin.

Nel suo programma elettorale, in effetti, un capitolo è dedicato all'immigrazione (“Immigrazione non è illegalità. Il laboratorio di via Padova”, pagina 26). La premessa recita: «Milano deve essere una città nella quale i diritti fondamentali – diritto alla qualità della vita, al lavoro, alla salute, alla casa, all'educazione, alla libertà di culto, alla propria cultura, alla sicurezza – siano riconosciuti a tutti i cittadini, quelli di origine italiana e quelli di altre nazionalità». Tra le proposte utili a maturare soluzioni si legge: «Riteniamo, ad esempio, che la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione, possa essere non solo l’esercizio di un diritto, ma anche una grande opportunità culturale per Milano». Formula quanto mai vaga.

Ma a spezzare ogni polemica, è Carmela Rozza, consigliere pd (rieletta con 2.534 voti): «Le strumentalizzazioni del pdl sono smentite da un ordine del giorno in consiglio comunale, firmato il 26 novembre 2009 da Michele Mardegan (pidiellino in quota Opus Dei) e Aldo Brandirali (pdl, ex Assessore dello Sport dal 2001al 2006 e uomo della Compagnia delle Opere)». Nelle carte a disposizione de Linkiesta si legge, in oggetto «luogo di culto delle comunità che non intrattengono intese con lo stato». Nel documento (assente in seduta il sindaco Moratti), Mardegan e Brandirali propongono «strumenti urbanistici di carattere generale che disciplinino la realizzazione di luoghi di preghiera di iniziativa di comunità religiose che non intrattengono intese con lo Stato Italiano (e, nel caso di quelle islamiche, che abbiano aderito alla Consulta e sottoscritto la Carta dei valori)».

Il verbale dell’ordine del giorno prosegue: «Pertanto le domande di autorizzazione edilizia per la realizzazione di un luogo di culto dovranno contenere: indicazione del luogo proposto che deve essere ad almeno 330 mt da altro luogo di culto, e deve avere buoni collegamenti e aree per parcheggi; presentazione della comunità richiedente e i suoi responsabili, e l’impegno ad utilizzare il luogo per non più di 500 persone per ogni funzione religiosa». La questione era già definita, in realtà, anche nel piano di governo del territorio, approvato a febbraio dopo mesi di battaglia in consiglio, e votato da centro-sinistra e centro-destra.

Nelle regole del piano di servizi del pgt si legge, al punto “e”: il piano «individua gli edifici e le attrezzature esistenti, destinate a servizi religiosi di ogni culto», come ci conferma anche un uomo molto vicino all’assessore ciellino Masseroli che ha scritto il documento. A introdurre l’emendamento sui luoghi di culto è stata Ines Patrizia Quartieri, del gruppo consiliare di Rifondazione comunista. Riconfermata come consigliere a questa tornata elettorale, spiega che «in realtà, nel pgt, non si parla in termini espliciti di moschee, ma di luoghi destinati a tutti i culti. Anche in vista dell’Expo mi pare utile aprirsi a culture diverse da quella di matrice cattolica. In termini di sicurezza, poi, io mi sento molto più tutelata nel sapere che vi è una sede regolamentare in cui si abbia possibilità di pregare liberamente. Non è meglio di un seminterrato dove vi è il rischio che si alimentino focolai di violenza?».

Chiediamo al capogruppo del pd, Pierfrancesco Majorino, cosa intenda fare il partito, qualora in giunta dovesse affrontare il problema. «Non abbiamo mai parlato della costruzione di una moschea – ci risponde – Abbiamo solo detto che, se la comunità islamica dovesse trovare i finanziamenti, noi, come comune, potremmo concedere l'autorizzazione a costruire. D’altronde la questione di viale Jenner (gli islamici costretti a pregare in strada, bloccando il traffico) è stata una gran vergogna per la città, se non un vero pasticcio». Anche Stefano Boeri, mister 11 mila preferenze e capolista del Pd, sottolinea la poca legalità che caratterizza «le moschee che stanno negli scantinati, e in città ce ne sono sette».

Per Basilio Rizzo, di Sinistra per Pisapia (anche per lui, il pieno di voti nella lista civica collegata al pd: poco meno di 2300), il problema è mal posto: «La questione dei diritti non dovrebbe neppure essere oggetto di un programma elettorale. Non vorrei sembrare cinico ma io la metterei così: è un fatto di regole di mercato. Se la domanda incrocia l’esigenza di più comunità, non mi limiterei a una sola moschea, ma a più d’una. Perché applicare una regola diversa da quella delle chiese per il culto catttolico? Anzi, aprirei una consultazione con i residenti delle zone in cui è destinata la costruzione. Il problema va sganciato da logiche ideologiche e trattato come un mero servizio. Il dove e il come va affrontato in sede di commissione urbanistica».

paola.bacchiddu@linkiesta.it

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