Il fotovoltaico fa bene alla Cina e al carbone

La Cina ha sviluppato una filiera industriale fotovoltaica che ha conquistato i mercati. E dato che l’elettricità cinese dipende dal super inquinante carbone, è con esso che vengono prodotti i "verdi" pannelli che poi vengono esportati e istallati in Europa per risparmiare CO2. Ecco come funziona...

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4 Giugno Giu 2011 1519 04 giugno 2011 4 Giugno 2011 - 15:19
Messe Frankfurt

Questo articolo è tratto dall'introduzione de "La Guerra del Clima - Geopolitica delle Energie Rinnovabili", di Stefano Casertano, in uscita per Francesco Brioschi Editore

L’Italia nel 2010 ha pagato oltre 800 milioni di euro l’anno per generare dal fotovoltaico appena lo 0,54 percento della propria energia elettrica. Si tratta di poca elettricità, e a prezzo relativamente alto. Con le ultime negoziazioni sul Conto Energia, la bolletta fotovoltaica nazionale a regime potrebbe costare fino a 6-7 miliardi di euro l’anno.

La prima ragione alla base di simili scelte potrebbe essere la salvaguardia dell’ambiente, e più nello specifico per l’adempimento degli accordi del “Protocollo di Kyoto”. In virtù di questo accordo internazionale, così come di altri impegni europei, ci siamo impegnati ad aumentare di molto la quota rinnovabile nel nostro mix energetico.

La domanda che ci potremmo porre, a questo punto, è se a fronte di tanti sforzi Kyoto sia riuscito a ottenere i risultati in cui speravamo. La risposta, sorprendente e cruda, è: “no”. Il trattato, in forza dal 2005 alla fine del 2011, aveva l’obbiettivo di ridurre le emissioni del 5,2 percento rispetto ai livelli del 1990. Mentre era in vigore, le emissioni globali sono aumentate di molto.

Kyoto non è fallito perché qualcuno non abbia rispettato gli impegni previsti: i paesi che vi hanno aderito sono stati encomiabili. Il problema riguarda la struttura stessa dell’accordo. I paesi “sviluppati” facevano parte di una lista costretta alla riduzione del 5,2 percento. Altri paesi “in sviluppo” erano stati inseriti in un’altra lista, denominata “Annex II”, che formalmente li includeva nell’accordo, ma che non li obbligava a nessuna riduzione. Da qui ha avuto origine il disastro.

La ragion di stato ha voluto che la Cina facesse parte dell’Annex II. Il dragone asiatico ha dimostrato un talento diplomatico senza eguali: ha costretto l’Europa a impegnarsi nelle riduzioni, lasciando aperta per sé la possibilità di diventare il maggior paese al mondo per emissioni di gas serra (anno 2007). Ciò ha comportato disequilibri devastanti nell’ambito del protocollo.

Visto che i paesi europei erano costretti a ridurre le emissioni, Kyoto incentivava la chiusura di fabbriche in Europa, e ne facilitava la riapertura a Pechino. Le fabbriche riaperte in Cina producono oggi beni che vengono in ampia parte reimportati verso Occidente. Poiché gli impianti rilocalizzati in Cina non sono sottoposti a vincoli nella produzione di CO2, le emissioni globali sono aumentate anziché diminuire.

I capaci imprenditori cinesi hanno inoltre sviluppato una filiera industriale fotovoltaica che ha conquistato i mercati di tutto il pianeta. La produzione di moduli solari si basa su un processo produttivo ad alta intensità elettrica: disporre di corrente a basso costo è un fattore determinante di successo. Dato che l’elettricità cinese dipende dal (super-inquinante) carbone, è con esso che vengono prodotti i “verdi” pannelli solari i quali poi, trasportati per mezzo mondo, vengono installati in Europa per “risparmiare CO2”.

C’è di più: la corrente elettrica prodotta da questi pannelli fotovoltaici è molto più costosa rispetto a quella generata dal carbone, per cui una volta che essi saranno stati installati in Italia o Francia, contribuiranno ad alzare il costo della bolletta elettrica locale, rendendo così il “sistema paese” ospite meno competitivo rispetto a quello cinese. I pannelli solari, a queste condizioni, rischiano di fungere da “cavalli di Troia” elettrici, con obbligo ventennale di mantenimento – cioè la durata tipica di un piano di incentivi europeo. Non è un caso che su circa 7.000 megawatt di pannelli solari prodotti in Cina nel 2010, oltre 6.000 sono stati esportati.

L’Italia soffre in pieno lo squilibrio internazionale del mix Kyoto/Wto: importiamo il 98 percento del silicio trattato, e l’85 percento dei pannelli assemblati. Ai tedeschi va un po’ meglio, perché dispongono di una filiera industriale più completa; ma a fronte del boom del 2010 (+70 percento di pannelli installati sul territorio, da 10 a 17 GWp), anche la Germania è diventata importatrice netta di pannelli – con sommo imbarazzo per Berlino.

Un elemento è certo: l’Italia non uscirà da sola da questa situazione. La spesa dei consumatori in elettricità rinnovabile potrebbe avere un senso, ma solo se davvero contribuirà alla diminuzione delle emissioni globali. La speranza è che il Trattato di Kyoto, in scadenza alla fine del 2011, possa essere sostituito da un nuovo accordo che giustifichi i sacrifici contenuti nelle bollette delle famiglie italiane.

L’appuntamento del vertice climatico di Durban, dal 28 novembre all’11 dicembre 2011, dovrà mettere tutti d’accordo sul nuovo assetto che si vorrà raggiungere. Gli scorsi summit di questo tipo, tenutisi nel 2009 a Copenaghen e nel 2010 a Cancún, hanno risentito molto negativamente della conflittualità tra i punti di vista cinese e americano. Pechino farà concessioni solo a fronte di riduzioni da parte americana.

In questa “sfida al vertice del clima” si sta giocando una partita che va ben oltre le sole rinnovabili, e riguarda le economie e gli stili di vita dei cittadini di tutto il mondo. Nonostante qualche voce scettica, la ricerca scientifica sostiene che ci rimangono solo pochi anni di tempo utile per contrastare efficacemente i cambiamenti climatici.

E si è aperta anche la corsa al “Solare del deserto”, con consorzi guidati dai francesi (Medgrid) e dai tedeschi (Desertec), che sfrutteranno il “Solare a concentrazione”. È proprio in questa nuova tecnologia che l’Italia ha la possibilità di sviluppare una vera “filiera industriale”, recuperando il terreno perso e che sta lasciando, letteralmente, a Parigi e Berlino.

Siamo forse agli albori di una “Terza rivoluzione industriale”: se la prima è stata guidata dal carbone e la seconda dal petrolio, questa terza potrebbe essere basata sulle rinnovabili. Ma è solo una possibilità, e non una certezza, che richiede capacità di guida e ambizione. Sarà l’Italia in grado di accettare questa sfida?

 

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org. 

 

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