Il vento cambia in Sicilia, e Pd e Pdl vanno a pezzi

Il "laboratorio" siciliano di Lombardo, che con le sue alchimie aveva fuso Pd, Mpa e centristi, è in bilico. Il Pd, dopo le vittorie con SeL e Idv, vuole lasciarlo, ma rischia nuove fratture. Dall'altra parte, Miccichè, deluso dalla nomina di Alfano, minaccia l'addio al Pdl, per riabbracciare Lom...

Raffaele Lombardo
9 Giugno Giu 2011 0927 09 giugno 2011 9 Giugno 2011 - 09:27
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Spesso le vicende politiche siciliane prefigurano gli scenari politici nazionali. E, da sempre, il palazzo romano guarda l'isola come una sorta di “laboratorio”. Così è stato anche in questi ultimi due anni e mezzo, anni nei quali ha regnato, e lo sta ancora facendo, Raffaele Lombardo, il leader del movimento autonomista Mpa. Eletto nel 2008 con il centrodestra di vecchio conio, Mpa-Udc-Pdl, quello con tutti dentro: casiniani, cuffariani, alfaniani, schifaniani, miccicheani e sicul-berlusconiani.

In sostanza quello che il 13 maggio del 2001, anno della seconda vittoria del Cav., chiuse la tornata elettorale nell'isola con un netto 61 a zero. Eppure adesso Lombardo si ritrova sempre sul più alto scranno di Palazzo d'Orleans, ma con una maggioranza anomala. Perché in Sicilia, ancor prima della separazione fra finiani e berlusconiani, il Pdl si è diviso sul sostegno al governatore siciliano, e una parte di esso, l'ala guidata dai finiani e da Gianfranco Miccichè, ha continuato a sostenere il governatore, e le truppe dell' (ex) Ministro Angelino Alfano si sono accomodate fra i banchi dell'opposizione. Perché in Sicilia, in una famosa cena datata gennaio 2010, ribattezzata dalla stampa siciliana il “patto dell'orata”, Massimo D'Alema e Raffaele Lombardo stipularono un accordo che di lì a poco avrebbe portato il gruppo democratico fra le file della maggioranza.

Perché in Sicilia dal 21 settembre del 2010, con la nascita del Lombardo-quater, sostenuto da Fli, Udc, Api, Mpa e Pd, si è realizzata l'alleanza fra “progressisti e moderati” che nel corso degli ultimi mesi è stata evocata da più parti, e rimane il sogno di Massimo D'Alema. Così per mesi il Pd ha sostenuto il governo “tecnico” di “Arraffaele”, così come lo chiamano quelli dell'innercicle, con l'obiettivo di esportare il “laboratorio Sicilia” a Palazzo Chigi. Ma sembra che le ultime settimane siano state fatali per il Nazareno. In primis le notizie giunte dalla Procura di Catania che vedono indagato il governatore siciliano per concorso esterno in associazione mafiosa, e, in secondo luogo, l'ultima tornata elettorale, che ha evidenziato l'ottimo risultato del trio Idv-SeL-Pd, spostando il baricentro del centrosinistra verso sinistra, hanno indotto il Pd a cambiare strategia sulle vicende siciliane, puntellando giorno dopo giorno i vertici regionali, con dichiarazioni dei suoi maggiori esponenti, a sfilarsi prima che sia troppo tardi.

La prima a farsi sentire è stata Anna Finocchiaro, competitor di Raffaele Lombardo alle regionali del 2008, la quale esattamente alla conclusione del primo turno delle amministrative ha rimesso in discussione il mandato del governatore: «Da questa tornata elettorale sono venuti segnali importanti e inequivoci che di fatto stanno cambiando il quadro politico nazionale. Io credo sia arrivato il momento che anche nella realtà siciliana si giunga ad una verifica politica, magari preparando un passaggio elettorale». Parole inequivocabili che di lì poco sono state raggiunte da quelle di un altro esponente di punta del Pd nazionale, Nicola La Torre: «Credo che il Pd in tempi rapidissimi debba chiudere questa esperienza, perché non ci sono le condizioni politiche per sostenere Lombardo, se non scelte di bottega». Ma la posizione del Nazareno non è affatto univoca, tant'è che uno degli sherpa dalemiani, Matteo Orfini, ha immediatamente bollato la posizione di LaTorre così: «Parla a titolo personale, la sua posizione non impegna la segretaria».

Ma ciò che dovrebbe far preoccupare il Nazareno è la probabile spaccatura del Pd siciliano. Perché Antonello Cracolici, capogruppo Pd alla Regione, e Beppe Lumia, senatore della Repubblica, ritengono che «il Pd siciliano deve scegliere liberamente senza subire nessuna imposizione», e, qualora dalla direzione regionale del 19 giugno prossimo venisse fuori il «no al sostegno al governatore», starebbero pensando di costituire gruppi autonomi all'Ars, per poi confluire nel nuovo progetto politico di Lombardo, che nascerà il 25-26 giugno prossimo. Sullo sfondo, l'ormai probabile rottura tra i dem e Lombardo, potrebbe accelerare il ritorno di fiamma fra il governatore siciliano e il leader di "Forza del Sud", Gianfranco Micciché. Il quale proprio nelle utlime avrebbe minacciato di «lasciare il Pdl», e di creare dei gruppi autonomi alla Camera e al Senato. D'altronde, allo stato attuale, Forza del Sud conta 12 deputati e 7 senatori, ma la fuoriuscita di Micciché dal Pdl potrebbe far riflettere alcuni deputati e senatori, soprattutto fra le file dei "responsabili", che nelle ultime settimane avrebbero mostrato una certa insoddisfazione.

Come segnala stamattina la Repubblica, «i primi arrivi potrebbero essere quelli dei tre deputati di Noi Sud – Iannaccone, Belcastro e Porfidia – dati in uscita dai Responsabili. E potrebbero arrivare anche nomi eccellenti come i finiani Andrea Ronchi, Adolfo Russo e Pippo Scalia, anche se l'operazione sembra difficile nonostante gli ottimi rapporti». Ieri due esponenti di punta dell'Mpa, Roberto Di Mauro e Francesco Musotto (capogruppo Mpa all'Ars), entrambi in ottimi rapporti con Gianfranco Micciché, hanno accolto con un certo entusiasmo il riposizionamento del partitino “arancione” perché ciò «apre a nuove ipotesi», affermano. Oltretutto, nonostante sul Riformista di oggi Micciché «giura di non aver nulla contro Angelino Alfano», di certo la nomina a segretario politico dell'ormai ex guardasigilli impedirebbe il sogno miccicheano, ovvero la candidatura alla presidenza della Regione per le regionali del 2013. Così il leader di “Forza del Sud” ha cambiato strategia, e nelle ultime ore sarebbe tentato di ri-flirtare con il leader autonomista, Raffaele Lombardo. Il quale, se davvero il Pd staccherà la spina, avrà certamente bisogno del suo aiuto. E a quel punto non potrà dire di no.

 

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